42- La commedia ha inizio

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L'alba a Seoul aveva il colore del cemento freddo e un'umidità che tagliava la pelle come una lama sottile.

Ero in piedi sul vialetto della villa, perfettamente immobile, con le spalle dritte e il tablet stretto al petto come uno scudo. Indossavo la mia divisa da lavoro, colori scuri, nulla che potesse attirare l'attenzione e i capelli erano tirati indietro in una coda così stretta da farmi quasi male. Avevo passato venti minuti davanti allo specchio per coprire con il correttore le ombre violacee sotto gli occhi, testimoni di una notte che non aveva conosciuto il sonno, ma solo pelle contro pelle e sussurri rubati alle stelle.

Nonostante la doccia gelida, sentivo ancora il profumo di Min Ho aleggiare tra le trame dei miei vestiti. Era un'allucinazione olfattiva che mi faceva mancare il respiro ogni volta che il vento freddo soffiava verso di me.

Il van nero della Starlight era già lì, fermo con il motore acceso che emetteva un ronzio sommesso, simile a quello di un predatore in attesa. Due membri dello staff della sicurezza stavano caricando le ultime borse tecniche nel bagagliaio, i loro fiati che formavano piccole nuvole bianche nell'aria livida.

Poi, la porta monumentale della villa si aprì.

Min Ho apparve sulla soglia, recitando la sua parte con una perfezione che mi lasciò quasi senza parole. Aveva i capelli spettinati ad arte, una ciocca ribelle che gli cadeva sulla fronte, e gli occhi socchiusi, appannati da un sonno che voleva far credere di aver appena interrotto. Si trascinava dietro un borsone di pelle, con le spalle leggermente curve sotto una felpa oversize. Sembrava l'immagine stessa della star esausta, spremuta dai ritmi disumani del comeback.

Nessuno, guardandolo, avrebbe potuto sospettare che solo poche ore prima quel ragazzo stesse guidando una decappottabile a cento all'ora con il sorriso di un pirata, o che le sue mani avessero stretto i miei fianchi con una forza capace di polverizzare ogni incertezza.

Mi scoccò un'occhiata pigra, quasi indifferente, mentre scendeva i gradini di pietra.

«Buongiorno, Min Ho,» esordii, la mia voce ferma, professionale, priva di qualsiasi incrinatura. «Sei in ritardo. Il resto del gruppo è già sulla strada per l'aeroporto e il Manager Choi sta già controllando l'orologio.»

Lui si fermò davanti a me, abbastanza vicino da farmi vacillare, ma non abbastanza da destare sospetti. Espirò pesantemente, facendomi arrivare sul viso l'odore del caffè che doveva aver appena bevuto per darsi un tono.

«Risparmiami la predica, Emily,» rispose lui, la voce roca, roca al punto giusto. «Ho avuto una nottata... intensa. Certe cose richiedono tempo per essere concluse come si deve, e non ho sentito la sveglia.»

Un accenno di sorriso, un lampo di malizia che durò meno di un battito di ciglia, illuminò i suoi occhi scuri. Era un messaggio in codice, una frecciata lanciata proprio sotto il naso dello staff che ci circondava.

Il calore mi divampò sulle guance, rapido e traditore come un incendio. Sapevo che stava giocando con il fuoco, sfidandomi a restare impassibile mentre descriveva il modo in cui mi aveva posseduta poche ore prima, camuffandolo da etica professionale.

«Sali sul van,» tagliai corto, picchiettando con dita nervose sullo schermo del tablet. «Le chiacchiere non ci faranno superare il traffico di Incheon.»

Lui ridacchiò appena, un suono basso che mi fece vibrare lo stomaco, e salì nel retro del veicolo, sprofondando nei sedili in pelle. Io lo seguii un istante dopo, chiudendo la portiera scorrevole con un colpo secco.

La commedia era iniziata.

***

L'avvicinamento al terminal delle partenze di Incheon fu annunciato da un boato sordo, un ronzio che vibrava attraverso le lamiere del van molto prima che potessimo vedere la folla. Non era un suono umano; era una forza della natura, un uragano di adrenalina e ossessione che sembrava voler ribaltare il veicolo. Appena rallentammo, il van venne letteralmente sommerso da mani che battevano sui vetri oscurati e corpi che si premevano contro le fiancate, mentre il riflesso dei flash dei cellulari creava un effetto stroboscopico accecante che mi diede la nausea.

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