La pioggia a Seoul non cadeva mai come una benedizione. Colava. Era una sostanza densa, tiepida e appiccicosa che avvolgeva la città in un sudario grigio, cancellando i contorni dei grattacieli oltre la finestra del nostro piccolo appartamento al secondo piano a Mapo-gu. Guardai fuori attraverso il vetro appannato. Le luci al neon delle insegne sottostanti si scioglievano nelle pozzanghere, trasformando la strada in un fiume di petrolio e colori elettrici. L'aria all'interno della stanza era viziata, pesante di umidità che faceva arricciare i bordi dei fogli e di quell'odore pungente di grafite e tempera che ormai mi era entrato nella pelle.
Mi voltai verso il tavolo da lavoro. Sembrava reduce da un bombardamento. Decine di fogli di carta di riso, costosa e sprecata, giacevano appallottolati sul pavimento come neve sporca. Erano i cadaveri dei miei tentativi falliti. Ne presi un altro, pulito, e lo fissai. Il bianco mi derideva. Presi il carboncino. La mia mano si mosse, tracciando una linea curva. Una mascella. Un collo. L'inizio di un occhio. La tecnica era perfetta. Le mie dita sapevano esattamente quanta pressione esercitare per creare l'ombra, sapevano come sfumare per dare volume. Le proporzioni erano accademiche, le stesse che il Professor Kang ci aveva inculcato per tre anni con la severità di un sergente istruttore. Eppure, mentre il volto prendeva forma sulla carta, sentii il solito senso di nausea salirmi alla gola. Gli occhi del soggetto erano vuoti. Erano morti, piatti come quelli di un pesce esposto sul ghiaccio al mercato di Noryangjin. Non c'era vita dietro quelle iridi di carbone. Non c'era dolore, non c'era gioia. C'era solo esecuzione.
«Il disegno è valido, signorina Wang. Tecnicamente ineccepibile.» La voce del professore mi risuonò nella testa, acida come bile, riportandomi alla revisione di quella mattina. «Ma è senz'anima. È freddo. Chiunque, con un po' di addestramento, potrebbe farlo. Lei è una fotocopiatrice umana, Emily, non un'artista. Se continua a nascondersi dietro la tecnica, non troverà mai la sua voce.»
Una fotocopiatrice umana. La rabbia, calda e improvvisa, mi esplose nel petto. Con un grido di frustrazione che mi raschiò la gola, strinsi il foglio nel pugno finché le nocche non divennero bianche. La carta oppose una breve resistenza, poi cedette. Lo strappai a metà. Poi in quattro. Poi in otto pezzi. Il rumore della carta che si rompeva fu l'unico suono vero, l'unica cosa autentica che avevo prodotto quel giorno. Lanciai i coriandoli neri sul pavimento, unendoli al cimitero dei miei fallimenti. Restai lì, con le mani sporche di nero, il respiro corto, a fissare il vuoto. Mi sentivo esattamente come quel disegno: tecnicamente corretta, funzionante in superficie, ma vuota dentro. Una straniera che parlava la lingua, mangiava il cibo, camminava per le strade, ma non ne capiva la poesia.
Un rumore di chiavi nella serratura e un tonfo sordo nell'ingresso interruppero la mia spirale di autocommiserazione. «Aish, sono a casa! E se non mi tolgo subito questi stivali, giuro che mi amputo i piedi con il bisturi.» Soo Jin entrò in camera mia senza bussare, imprecando in un coreano veloce, gergale e colorito. Nonostante fossi cresciuta in America, quelle parole mi arrivarono chiare, immediate, senza bisogno di traduzione. Erano il suono di mia madre quando si arrabbiava per un brutto voto, l'eco di quella metà del mio sangue che cercavo disperatamente di capire stando qui a Seoul.
La mia coinquilina (nonché migliore amica) portava con sé l'odore inconfondibile di pioggia, traffico e disinfettante ospedaliero. Era al quarto anno di Veterinaria e il tirocinio clinico obbligatorio all'ospedale universitario la stava consumando viva, turno dopo turno. Indossava ancora il camice verde, macchiato di qualcosa di marrone sull'orlo che speravo con tutto il cuore fosse fango, e aveva l'aria di chi ha appena combattuto una guerra corpo a corpo contro un San Bernardo non collaborativo.
Eppure, anche stravolta, con le occhiaie viola e i capelli arruffati, Soo Jin era fastidiosamente bellissima. Aveva quei lineamenti classici e delicati che ti aspetteresti di vedere su un cartellone pubblicitario di cosmetici a Gangnam, non piegati su un animale malato alle sette di sera. La pelle di porcellana, gli occhi scuri ed espressivi a mandorla, e quelle labbra a forma di cuore che le davano un'aria dolce e innocente, un contrasto esilarante con la sua personalità tagliente, il suo sarcasmo cronico e la sua capacità di imprecare come un marinaio. Si sciolse i lunghi capelli neri che teneva legati per lavoro, facendoli ricadere morbidi sulle spalle con un sospiro di sollievo, e si fermò sulla soglia, scansionando il disastro della mia stanza con occhio clinico.
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Blazing Hearts
FanfictionIn una Seoul, dove i sogni brillano ma i segreti oscurano la realtà, Emily Wang è una studentessa di design che cerca di costruirsi un futuro luminoso nella capitale. Emily ha sempre cercato di proteggersi dalla luce del mondo, ma tutto cambia quand...
