Min Ho camminava davanti a me, la schiena dritta come se avesse un palo di ferro al posto della colonna vertebrale. Non si guardava intorno, non salutava nessuno. Marciava verso il patibolo con passo militare. Attraversammo la sala da ballo fendendo la folla, fino a raggiungere un'area riservata, protetta da cordoni di velluto rosso e guardie del corpo massicce che ci aprirono il varco senza una parola.
Lì, in un'oasi di silenzio ovattato e aria condizionata troppo forte, seduto su un divanetto di pelle bianca come un re sul suo trono, c'era un uomo anziano. Il Presidente Lee. A prima vista, sembrava innocuo. Un nonnino fragile, con un sorriso benevolo stampato sul viso rugoso e gli occhi che si chiudevano a mezzaluna quando rideva. Ma i suoi occhi erano vigili. Freddi. Accanto a lui, in piedi, c'era il manager Choi Sang Ho. Con i suoi occhiali dalla montatura spessa e il viso pieno e apparentemente morbido, Choi sembrava un professore gentile o uno zio affettuoso. Ma io sapevo la verità. Sapevo che dietro quelle lenti c'era uno squalo.
«Presidente,» disse Min Ho, fermandosi a tre passi di distanza. Si inchinò profondamente. Un inchino perfetto a novanta gradi, mantenuto per secondi interminabili. Meccanico. Sottomesso. Il Presidente Lee non si alzò. Fece solo un cenno distratto con la mano ossuta, sorridendo come se stesse guardando un nipote che recita una poesia.
«Min Ho. Ho visto i numeri del comeback,» disse, con voce gracchiante ma gentile. «Soddisfacenti. Le azioni della Starlight sono salite del 4% alla chiusura di oggi. Un bel gioco, davvero un bel gioco.» Non "bravo". Non "ottima musica". Non "come stai". Parlava di lui come se fosse un cavallo su cui aveva scommesso e vinto. Min Ho era solo un numero verde su un grafico finanziario.
Choi intervenne, facendo un passo avanti e posando una mano sulla spalla di Min Ho. Un gesto che voleva sembrare paterno, protettivo, ma vidi le sue dita premere con forza sulla stoffa costosa del completo, come artigli.
«Il nostro Min Ho sa qual è il suo dovere. È il gioiello della corona, vero?» Min Ho rimase immobile, incassando il contatto fisico con lo sguardo fisso sul tappeto. «Tuttavia,» continuò Choi, il tono che diventava improvvisamente tagliente, «ho notato una certa... sciatteria stasera.»
Min Ho alzò leggermente lo sguardo, impercettibilmente allarmato. «Signore?»
«I tuoi compagni,» sibilò Choi. «Jae-young rideva con la bocca spalancata come se fosse in un bar di Hongdae a bere birra scadente. Hwan si è allentato il colletto della camicia davanti alle telecamere come un impiegato a fine turno. Sembrano turisti, non Idol di livello mondiale.» Choi indicò un tavolo lontano con un cenno del mento. «Laggiù ci sono gli investitori del gruppo Tencent. Cinesi. Hanno in mano il mercato asiatico. Se vedono questo lassismo, penseranno che il gruppo sia fuori controllo. E se loro non finanziano il tour, i BLAZE sono finiti.»
Strinse ancora la spalla di Min Ho, facendolo vacillare impercettibilmente. «Vai a salutarli. Bevi con loro. Fai brindisi in mandarino se serve. Devi essere impeccabile per compensare la mediocrità dei tuoi colleghi.»
Poi, gli occhi di Choi si spostarono su di me dietro le lenti degli occhiali. Un lampo di riconoscimento maligno gli attraversò lo sguardo. «A proposito di Cina...» Lasciò la presa su Min Ho e fece un passo verso di me. Mi studiò come si studia un insetto interessante ma fastidioso. «Vedo che hai portato la tua assistente. La signorina Wang.» Mi irrigidii, stringendo la borsa fino a farmi male alle dita. «Ho rivisto il suo fascicolo oggi,» continuò Choi, con voce untuosa. «È ironico, non trovi Min Ho? Lì al tavolo 5 abbiamo l'élite della Cina, imperatori moderni del business... e qui abbiamo lei.» Mi indicò con un dito, senza toccarmi, come se fossi contagiosa. «Padre cinese, madre coreana... scappati in America come ladri nella notte perché le famiglie "rispettabili" non approvavano l'unione. Una fuga disordinata, caotica.» Fece una pausa teatrale, guardandomi dall'alto in basso con puro disprezzo. «Io direi solo... sporco. Stavo pensando di mandarti a tradurre per gli investitori, vista la tua metà genetica, ma poi ho pensato... cosa potrebbe avere in comune una bastarda nata da una fuga disordinata con dei signori di quel calibro? Chi non ha radici pure tende a non avere lealtà, e soprattutto... non ha classe. Saresti un insulto al loro tavolo.»
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Blazing Hearts
FanfictionIn una Seoul, dove i sogni brillano ma i segreti oscurano la realtà, Emily Wang è una studentessa di design che cerca di costruirsi un futuro luminoso nella capitale. Emily ha sempre cercato di proteggersi dalla luce del mondo, ma tutto cambia quand...
