16- Non svegliare il can che dorme (soprattutto se è nudo)

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Il risveglio non fu un ritorno dolce alla coscienza, ma uno strappo violento. Mi sentii come se fossi emersa da un'apnea prolungata in acque profonde: i polmoni che cercavano aria, il cuore che martellava contro le costole in un ritmo disordinato, la pelle appiccicosa di un sudore freddo. Per un istante, non seppi dove fossi. La luce del pomeriggio filtrava dalle tende a fiori della mia camera, ma aveva un colore sbagliato, troppo arancione, troppo denso. Il mio corpo era un blocco di piombo. Le ore passate curva sui monitor dell'ufficio Risk Management, a segnalare tweet e a seppellire la verità sotto una montagna di bugie digitali, mi avevano lasciato addosso una stanchezza che mi entrava nelle ossa.

Mi voltai verso il comodino, cercando a tastoni il telefono con mani intorpidite. Avevo chiuso gli occhi solo per un attimo, o almeno così mi sembrava. Prima di crollare, alle nove del mattino, avevo mandato una raffica di mail all'ufficio stampa e al personal trainer di Min Ho: «L'artista ha un'indisposizione alimentare. Febbre e nausea. Cancellare intervista radiofonica delle 10:00 e sessione palestra delle 12:00. Riposo assoluto fino a nuovo ordine.» Era la scusa perfetta. Banale, inverificabile, noiosa. Avevo creato una bolla di vuoto temporale per permettergli di smaltire la notte brava e riprendersi. Avevo pensato a tutto.

O quasi.

Il display del telefono si illuminò, ferendomi le retine abituate al buio. Le cifre digitali pulsavano con un'urgenza terrificante: 15:30.

Il panico mi attraversò come una scarica elettrica, bruciando via la nebbia del sonno in un nanosecondo. Mi misi a sedere di scatto, con un gemito strozzato. Il pomeriggio. Nella mia frenesia di cancellare la mattina, avevo lasciato scoperto il pomeriggio. Alle 16:30 in punto, l'agenda segnava un impegno che non potevo cancellare con una scusa sullo stomaco. Meeting privato con il Produttore Kim. Villa di Hannam-dong.

Kim non era un dj radiofonico che potevi bidonare. Era l'architetto sonoro dei BLAZE, un uomo che considerava la puntualità una forma di religione e l'assenza ingiustificata un peccato capitale. Se Min Ho non si fosse fatto trovare pronto, lavato e lucido tra sessanta minuti, Kim avrebbe chiamato direttamente Choi. E dopo il disastro del Gala, quella telefonata sarebbe stata la fine.

Mi lanciai giù dal letto, inciampando nelle lenzuola attorcigliate. Mi lavai la faccia con acqua gelida, sfregando la pelle fino a farla arrossare per scacciare il pallore cadaverico e le occhiaie da hacker notturno. Infilai i primi vestiti che trovai sulla sedia: un paio di jeans larghi e una felpa grigia. Niente trucco, niente capelli in ordine. Non c'era tempo per la vanità. C'era solo il tempo per la corsa.

***

l taxi sfrecciò nel traffico di Seoul come un proiettile, ma a me sembrava di muovermi al rallentatore. Arrivai davanti al cancello della villa alle 16:00. Pagai il tassista lanciandogli le banconote senza contare il resto e digitai il codice di sicurezza con dita che non ne volevano sapere di stare ferme.

Bip-bip-bip-click.

Il cancello si aprì con il suo solito ronzio indifferente.

Appena misi piede sulla ghiaia del vialetto, Miso mi venne incontro. Il doberman trotterellava felice, la coda che disegnava archi nell'aria, ignaro che il mondo del suo padrone fosse appeso a un filo.

«Ciao bello,» ansimai, schivando il suo muso umido e correndo verso il portone. «Scusa, oggi niente coccole. Oggi è un casino.»

Entrai. La villa mi accolse con un silenzio denso, quasi solido. Le tende erano ancora tutte tirate, esattamente come le avevo immaginate: sigillavano la casa in una notte artificiale e deprimente.

«Min Ho?» urlai dall'ingresso. La mia voce rimbalzò sulle pareti di cemento a vista e tornò indietro vuota. Nessuna risposta. Nessun rumore di passi, nessuna musica, nessun segno di vita.

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