L'autista aprì la portiera e il mondo esterno esplose. Non c'era altro modo per descriverlo. Un muro di flash bianchi, le urla isteriche dei fan assiepati dietro le transenne che sfidavano il freddo di novembre e il richiamo aggressivo dei fotografi che scandivano il nome di Min Ho come una litania pagana. Min Ho fece un respiro profondo, chiudendo gli occhi per un secondo. Vidi i muscoli del suo collo tendersi, come se stesse indossando un'armatura invisibile sotto la camicia di seta. Quando li riaprì, non era più il ragazzo che mi aveva parlato con voce roca e vulnerabile poco prima. Era il Re.
«Tu vai all'ingresso laterale B,» mi disse, senza guardarmi, indicando un punto vago oltre la folla impazzita. «Non passare sul tappeto. Ci vediamo dentro. Cerca di non farti calpestare.»
Lui scese. Il boato della folla fu assordante, una vibrazione fisica che fece tremare i finestrini oscurati dell'auto. Lo vidi salutare con la mano, quel sorriso impeccabile, professionale e leggermente distaccato stampato sulle labbra, mentre si avviava sul tappeto rosso, inghiottito dalla luce dei riflettori. Io scivolai fuori un attimo dopo, dal lato opposto, accolta non dai flash ma dall'indifferenza totale. Uno della sicurezza mi fece cenno sbrigativo di muovermi, controllando il mio pass al volo. Abbassai la testa, stringendo la borsa al petto come uno scudo, e mi diressi rapidamente verso l'entrata di servizio, camminando nell'ombra parallela alla luce accecante del red carpet. Per il mondo, io non esistevo. Ero solo una sagoma scura, un pixel fuori posto che passava dietro la scenografia principale.
La sala da ballo del Plaza Hotel era un oceano di opulenza che toglieva il fiato e, contemporaneamente, la voglia di vivere. Lampadari di cristallo grandi come utilitarie pendevano da un soffitto affrescato alto dieci metri, rifrangendo la luce su pareti rivestite di seta color crema e stucchi dorati. L'aria era densa, satura di un mix stucchevole di profumi costosi (Chanel N°5, Santal 33, Oud) e del chiacchiericcio sommesso di centinaia di persone che contavano più del PIL di una piccola nazione. Nonostante il mio vestito elegante e il trucco perfetto di Soo Jin, mi sentii immediatamente fuori posto. Mi sentivo un'intrusa che aveva rubato l'invito. Camerieri in livrea passavano con vassoi d'argento carichi di champagne Dom Pérignon, ignorandomi abilmente per servire signore ingioiellate fino ai denti e uomini d'affari in smoking che ridevano troppo forte per cose non divertenti.
Mi guardai intorno, cercando un punto sicuro dove ancorarmi. Grazie a mia madre, capivo ogni singola parola che mi fluttuava intorno, ogni sussurro velenoso in coreano che le orecchie straniere non avrebbero colto.
«Hai visto il vestito di quella attrice? La fa sembrare incinta di sei mesi.»
«Dicono che la Starlight sia in crisi di liquidità, ho sentito che Choi sta cercando investitori cinesi disperatamente.»
«Min Ho sembra stanco, hai visto le occhiaie sotto il trucco? Forse le voci sulla droga sono vere.»
Era un covo di vipere vestite di seta. Cercai Min Ho con lo sguardo. Era arrivato al centro della sala, il sole di quel sistema solare malato. Era circondato da un gruppo di sponsor anziani che lo toccavano con troppa familiarità, battendogli pacche sulle spalle come se fosse un nipote preferito o un cavallo da corsa vincente. Rideva alle loro battute, inclinava la testa con fascino, stringeva mani viscide. Sembrava nato sotto quella luce dorata. Nessuno vedeva la tensione nelle sue spalle. Nessuno sapeva che pochi minuti prima era in auto a preoccuparsi per un esame universitario. Sospirai, rifugiandomi in un tavolo defilato, lontano dal centro dell'azione, vicino al buffet dei dolci intoccati che sembravano sculture di zucchero.
«Non guardarlo troppo, o rischi di rimanere accecata dal riflesso dei suoi denti. Li sbianca ogni due settimane, giuro.» Una voce melodiosa, quasi musicale, mi fece sussultare. Mi voltai. Un ragazzo mi sorrideva con un'espressione così dolce e tranquilla da sembrare quasi irreale, inclinando la testa di lato. Aveva i capelli tinti di un biondo cenere chiarissimo, quasi argenteo, che gli ricadevano soffici sulla fronte. Indossava una giacca di velluto nero bordata d'argento, molto più estrosa e fashion degli smoking classici degli altri invitati, e un orecchino pendente che brillava sotto i lampadari. Lo riconobbi subito. Jae-young. Il maknae e la voce angelica dei BLAZE. Lui ridacchiò, sedendosi sulla sedia libera accanto alla mia con una grazia felina, ignorando che io fossi solo l'assistente e lui una superstar. «E tu devi essere Emily. La famosa Assistente Wang che è riuscita a sopravvivere alla "Settimana Infernale" di training senza scappare urlando. È un record, sai? L'ultima ha mollato il terzo giorno.» Il suo tono era privo di malizia, caldo e accogliente. Mi rilassai leggermente, anche se la tensione non mi abbandonava del tutto.
STAI LEGGENDO
Blazing Hearts
FanfictionIn una Seoul, dove i sogni brillano ma i segreti oscurano la realtà, Emily Wang è una studentessa di design che cerca di costruirsi un futuro luminoso nella capitale. Emily ha sempre cercato di proteggersi dalla luce del mondo, ma tutto cambia quand...
