25- Attenti al maniaco! Specialmente se porta girasoli

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Il sole non era ancora sorto quando premetti finalmente l'ultimo tasto per salvare il progetto. La mia stanza era immersa in un silenzio irreale, quasi denso, interrotto solo dal ronzio ipnotico della ventola del mio tablet che lottava contro il surriscaldamento.

Sullo schermo, il logo e l'identità visiva che avevo creato per l'esame di Strategic Identity Systems brillavano di una luce bluastra, riflettendosi nelle mie pupille stanche. Avevo passato l'intera notte a bilanciare palette cromatiche e griglie tipografiche, cercando quell'equilibrio precario tra lo spazio bianco che doveva respirare e la forza d'urto di un font graffiante. Ogni volta che sentivo le palpebre farsi di piombo, il ricordo del ruggito della Ducati di Min Ho mi attraversava la schiena come una scossa elettrica. Potevo ancora sentire l'odore della pioggia sull'asfalto e la vibrazione del motore che mi risaliva dalle dita fino al petto. Quell'adrenalina era l'unica cosa che mi teneva in piedi.

Due ore dopo, la quiete di casa era già un miraggio sbiadito.

La Starlight Entertainment di lunedì mattina era un alveare impazzito che trasudava ansia collettiva. Il riscaldamento, trasportava l'odore acre del caffè bruciato e il sentore chimico del toner delle stampanti, che vomitavano fogli a un ritmo frenetico. All'ingresso, una macchia scura di caffè si allargava sul marmo bianco, calpestata e ignorata da decine di assistenti in corsa: la firma indelebile della fretta coreana.

Mentre cercavo di apparire lucida nonostante le occhiaie nascoste dal correttore, incrociai Ji-eun. La capo assistente era l'incarnazione della perfezione burocratica, una creatura fatta di vetro e disciplina. Sembrava uscita da un editoriale di alta moda: i capelli erano tirati in una coda così alta e tesa da sembrare dolorosa, senza che un solo filo osasse ribellarsi. Il suo viso era una maschera di porcellana impalpabile.

«Emily, sei in ritardo di due minuti,» disse Ji-eun, consultando l'orologio senza sollevare lo sguardo dal tablet. Le sue labbra, tinte di un rosa freddo, non si schiusero in alcun sorriso. La sua voce era neutra, un coltello che tagliava l'aria.

«Ti conviene bere un caffè forte. Il Manager Choi è di pessimo umore; ha già fatto a pezzi metà del reparto PR e vuole vederti nel suo ufficio. Subito.»

Il senso di incertezza mi strinse lo stomaco come una morsa. Percorsi il corridoio che portava agli uffici dei piani alti, sentendo i miei tacchi produrre un suono secco, metallico, sul pavimento troppo lucido. Bussai alla porta di quercia scura.

«Avanti.»

L'ufficio di Choi era un tempio di ordine maniacale immerso nella penombra. Lui sedeva dietro una scrivania di vetro che sembrava un altare, una figura imponente la cui mole sembrava assorbire ogni raggio di luce che tentava di filtrare dalle tende. Choi non aveva bisogno di muoversi per incutere timore; la sua autorità risiedeva nella sua immobilità pesante. Si sistemò gli occhiali dalla montatura spessa con una lentezza cerimoniale, studiando lo schermo del tablet come se stesse decidendo il destino di una scacchiera di cui solo lui conosceva le mosse finali.

«Domenica, dopo il set fotografico con Calvin Klein» esordì, e la sua voce era un basso profondo che mi vibrò nel petto.

«Min Ho non è uscito. Non ha chiamato alcun club. Nessun paparazzo lo ha intercettato nei soliti vicoli di Gangnam con una bottiglia di Soju in mano. Niente risse, niente scatti rubati. Niente modelle a cui far chiudere quella boccaccia rifatta. Nulla.»

Finalmente alzò lo sguardo. I suoi occhi, piccoli e acuti dietro le lenti, erano carichi di un sospetto che non ammetteva repliche.

«Mi spieghi com'è possibile che il mio problema numero uno si sia trasformato improvvisamente in un monaco buddista per ventiquattro ore? Il silenzio di un peccatore mi preoccupa molto più delle sue grida, signorina Wang. O forse dovrei dire che la tua mentalità occidentale, così... pigra, ha deciso che un Idol possa permettersi il lusso di sparire senza autorizzazione?»

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