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Libro 3: 17) Mancanza di voglia

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«Oggi abbiamo solo un solo obiettivo: non fare figure di merda!»

Come uno stupido bonobo preso dagli ormoni, accettai l'offerta di Erica di andare al concerto con lei e la sua amica. Se devo essere sincero, però, non rifiutai l'invito per tre semplici ragioni: era l'occasione giusta per fare qualcosa di diverso; era l'occasione perfetta per vedere se c'era sintonia tra me ed Erica; era l'occasione migliore per fantasticare su un possibile threesome se l'amica fosse stata gnocca. Non mi giudicate... Anche voi avreste fatto lo stesso se foste stati al mio posto.

«Lasciali parlare e pensare male... Non dobbiamo curarci delle loro opinioni sui nostri sogni proibiti.»

Aggiunse il piccolo Wolf con aria trionfante e superiore. Ci demmo appuntamento a Porta di Roma per le nove di sera. L'unico problema era che io non sapevo minimamente dove si trovasse codesto luogo e che avevo pessimi rapporti con il GPS del mio cellulare. Ciò stava a significare solo una cosa... Dovevo affidarmi alle cartine geografiche portatili di Roma e dovevo porre fiducia al mio noto senso dell'orientamento.

«Vorrei ricordare ai posteri il giorno in cui ci perdemmo nel cercare la basilica di Don Bosco.»

Non so se ve l'ho mai raccontato, ma una volta mi persi per via San Giovani Bosco mentre ero alla ricerca della Basilica e, dopo dieci minuti di ricerca, chiesi informazioni al primo vecchietto di passaggio.

«La basilica? È dietro di te.»

Disse indicando la direzione alle mie spalle. Io, pensando che mi volesse indicare solo la via da percorrere, mi girai scettico e mi ritrovai la cupola della chiesa ad un chilometro di distanza. Praticamente avevo percorso tutta la via non accorgendomi mai che la chiesa fosse dietro di me.

«Diciamo che riusciresti a perderti anche all'interno del tuo letto.»

Nonostante avessi codesti problemi, non impiegai troppo tempo per raggiungere Porta di Roma. Certo... Ci vollero tre autobus per raggiungerla. Ma almeno mi trovavo proprio di fronte al palco del concerto. Ovviamente, come un vero gentleman, ero puntale come un orologio svizzero. Arrivo sempre mezz'ora prima dell'ora dell'incontro, così da studiare bene il luogo e così da poter essere sempre puntuale e perfetto. E, nonostante ciò, sono ben consapevole che le donne sono in perenne ritardo con il mondo. Infatti, anche quella sera, Erica mi raggiunse alle nove e mezza.

«Scusami, non riuscivo a trovare parcheggio per la macchina.»

«Quella ha la macchina e noi siamo stati costretti a fare un viaggio della speranza per trovare questo posto? Abbiamo faticato più noi che i protagonisti de "Il viaggio dell'unicorno" per arrivare qui!»

Fu la risposta che diede il piccolo Wolf, ma, ovviamente, rimasi in silenzio dicendole con lo sguardo:

«Non ti preoccupare.»

Cercando di avere un viso da duro e da bullo spacca-culi. Cosa che non ero mai riuscito ad ottenere in tutta la mia vita...

«Sei da sola?»

Chiesi cercando con lo sguardo l'amica che aveva detto di portare.

«Purtroppo si. Simona mi ha dato buca all'ultimo a causa di un impegno improvviso. Saremo solo noi due oggi.»

Voi le sentite le campane? Perché in questo momento, nella mia testa, c'è una sinfonia melodiosa che ricorda vagamente le campane sentite nel film di Ficarra e Picone chiamato "Il 7 e l'8". Scemenze a parte, la serata continuò piacevolmente e senza alcun intoppo. Un po' grazie alla inaspettata simpatia di Erica, un po' grazie alle birre che bevemmo, ma il merito maggiore era dovuto alle canzoni di Cristina D'avena come sottofondo. Si... Ero stato invitato al concerto di Cristina D'Avena e c'era Porta di Roma piena di gente della mia stessa età, o anche più grande, che piangeva e cantava a squarciagola la sigla di "Occhi di gatto". Ed io, non vergognandomi per nulla, non potei non unirmi al loro coro, sperando che la bella Cristina si ricordi di cantare anche la sigla di"Kurochan".

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