III. Panem et Circenses

6.1K 262 78
                                        

Dai sotterranei si potevano sentire le urla e gli incitamenti degli spettatori che di solito si facevano coinvolgere molto da quei tipi di combattimenti. C'erano dei veri e propri tifosi, che acclamavano i loro idoli ed insultavano gli avversari. Il rumore assordante ed incessante era quasi insopportabile per le sue povere orecchie. Stava cercando di rilassarsi, lasciando che due schiave gli massaggiassero la schiena e il petto con dell'olio profumato, prima di salire sull'arena e lottare con tutte le proprie forze. Le prime volte che era entrato nell'anfiteatro aveva avuto paura, perché non sapeva se sarebbe sopravvissuto oppure no. Ma era proprio la precarietà della sua vita che rendeva i combattimenti più eccitanti e sapere che stava lottando per la propria esistenza lo spingeva a fare di meglio. Per questo, e perché era orgoglioso, non aveva mai perso un combattimento, neanche all'inizio, quando era impacciato e spaventato. Ma questa sua particolare abilità lo aveva reso più spavaldo, tanto che ormai non aveva più timore della morte.

Eppure l'eccitazione era rimasta e gli dava la forza per continuare a combattere e a vincere. Amava la sensazione che provava quando colpiva il suo avversario, e la fatica che provava durante i combattimenti era un toccasana perché gli allentava i nervi tesi. Si caricava con il rumore dei fendenti, con le grida dei presenti e il dolore che provava dopo una ferita infertagli dal nemico. Quando aveva iniziato era solo un ragazzino saccente che credeva di poter superare tutto con la sua sfrontatezza, ma all'epoca non aveva la minima idea di cosa significava essere un guerriero. Ormai aveva imparato, a sue spese, che cosa significava veramente essere il più forte ed andava orgoglioso di ogni cicatrice ricevuta in battaglia. Il suo avversario gli passò affianco, con sguardo truce rivolto solo a lui e il petto pompato dall'orgoglio. Anche lui si credeva il più forte, questo perché non aveva mai incontrato Falco durante la sua carriera. Gli rivolse un sorriso omicida, pronto a fargli vedere l'inferno in terra, o almeno era quello che credeva: "Pronto per essere fatto a pezzi, Falco?"

Il suo avversario era più grosso di lui ma non per questo poteva essere considerato il migliore. Mentre Falco non aveva mai fallito, lui aveva alle spalle molti combattimenti finiti male e in alcuni di essi Falco era riuscito a studiarlo, capendo molto del suo modo di combattere. Proprio la sua stazza era il suo punto debole perché lo rendeva più lento e poco agile rispetto agli altri. Credeva che essere grosso fosse un vantaggio ma Falco era pronto a smentirlo. Era così sicuro di sé che si lasciò andare ad un sorriso divertito e compiaciuto.
"Piuttosto tu, sei pronto per tornare a piangere dal tuo padrone? Perché una volta che avrò finito con te desidererai solo non essere mai venuto al mondo!"

Bisognava sempre dimostrare chi era il più forte, anche prima dei combattimenti, e rispondere ad ogni provocazione per non sembrare debole o impaurito. Falco era bravo a farsi valere, lo aveva imparato alla scuola dei gladiatori e durante le sue innumerevoli battaglie. Il suo avversario forse era ancora più sicuro di sé non si era lasciato sconfortare dalla fama che si era fatto Falco in tutta la città. Non poteva permettersi di dimostrare quanta paura aveva, neanche di fronte ad un avversario che era nettamente e palesemente più forte di lui. Per questo scoppiò a ridere, credendo davvero di avere qualche possibilità con lui: "Vedremo, vedremo, Falco."

Se ne andò anche lui a farsi coccolare dalla schiave per prepararsi al combattimento e calò il silenzio tra i due. Gli attimi prima di un combattimento erano dedicati alla calma e alla riflessione, un momento in cui si evitava di pensare alla lotta imminente per concentrarsi solo sul proprio fisico. Falco sfruttava quegli attimi per raccogliere tutta la sua forza e la sua vitalità, ignorando tutto ciò che gli stava attorno e che in quel momento non aveva alcuna importanza per lui. Era pronto, come ogni volta prima di un combattimento, a dare il meglio di se per aver non solo salva la vita ma anche per mantenere la sua fama intatta. Può sembrare strano, ma la fama era l'unica cosa che un uomo come Falco poteva avere, in una condizione di schiavitù come la sua. E con la fama di solito arrivavano anche le donne che pagavano cospicuamente per una notte insieme a lui. Se fosse stato il vincitore, avrebbero speso anche più denaro. Quando uno schiavo lo richiamò, per andare a vestirsi, si alzò e si preparò ad affrontare l'ennesima battaglia: lo aveva fatto tante volte, ed ogni combattimento avrebbe dovuto essere uguale a quello precedente, eppure per lui ogni volta era come se fosse la prima. Si sentiva un ragazzino eccitato all'idea di prendere in mano un gladio e donare dolore al suo possente avversario. In qualche modo doveva sfogare tutta la sua forza fisica. E le grida, all'interno dell'anfiteatro, aumentavano la sua voglia di uscire ed uccidere ogni cosa vivente: stavano incitando e acclamando il suo nome, volevano sangue e lui li avrebbe accontentati.

Ave CaesarDove le storie prendono vita. Scoprilo ora