Quando i raggi del sole filtravano attraverso la piccola ed alta finestra, illuminando l'angusto cubiculum* in cui dormiva, per Castria era il momento di alzarsi.
La domus* in cui viveva la sua famiglia, che suo padre era riuscito ad acquisire vendendo stoffe pregiate, era già in fervente movimento e lei era l'ultima a svegliarsi. Avevano perfino degli schiavi, non molti ma abbastanza da poter dire di vivere in ricchezza.
Non ricordava neanche i vecchi tempi in cui abitavano al terzo piano di un insula che cadeva in rovina, perché allora era troppo piccola.
Ma sapeva bene di dover essere grata per tutto ciò che aveva. Per alzarsi alla mattina e trovare pronta la sua schiava Clelia, che si prendeva cura di lei. Proprio come quel giorno.
«Buongiorno, mia domina», le sorrise Clelia, mentre l'aiutava ad indossare una tunica color ceruleo e a legare la cintura sotto al seno.
Le due fanciulle si portavano solo qualche anno di differenza e la giovane schiava era una verna, ovvero una serva nata in casa: erano cresciute insieme e si comportavano l'un l'altra come se fossero sorelle.
Per Clelia era un vero onore occuparsi del rituale mattutino della sua padrona. Le acconciò i capelli dietro alla nuca, secondo la moda, lasciando due ciocche libere vicino alle orecchie che arricciò usando il calamistra: due ferri riscaldati con l'uso di un piccolo braciere acceso precedentemente da un altro schiavo.
Quando era poco più che una bambina restava in disparte ad osservare sua madre, la serva Eliona, preparare la domina, madre di Castria, tutte le mattine.
L'aveva studiata mentre acconciava i capelli della donna e la truccava e con gli anni aveva imparato a ripetere quei gesti, fino a diventare così abile da essere designata come ornatrix* di Castria.
Faceva bene il suo lavoro, con dovizia, e non lasciava mai nulla al caso: la sua padrona usciva sempre dalla stanza perfetta ed impeccabile.
E dopo averle sistemato la chioma si occupò del suo viso, anche se Castria era giovane e con la pelle così pulita che non aveva bisogno di troppi cosmetici.
Si limitò soltanto ad illuminarle il volto con un preparato a base di miele e biacca e le allungò il taglio degli occhi con dell'inchiostro di seppia.
E quando uscì dalla sua stanza, quasi un'ora dopo, era perfetta e pronta ad affrontare una nuova giornata.
Fuori dal suo cubiculum la domus era attiva: uno schiavo stava pulendo il pavimento, strofinando con vigore per togliere lo sporco da terra mentre un altro portava un cesto di frutta nel triclinium* e odori e rumori provenivano dalla cucina in fermento già da ore.
Suo fratello minore Fulvio, e sua madre Lucilla, erano già comodamente sdraiati nella stanza del triclinium e si stavano facendo servire la colazione dallo schiavo che prima portava la frutta.
Lucilla portava una consistente quantità di trucco che serviva ad illuminarle il viso e a donarle una certe giovinezza artificiale. Si faceva svegliare molto prima dell'alba per ottenere quell'effetto.
Fulvio invece indossava la sua solita toga praetexta* perché ancora non aveva raggiunto l'età giusta per poter indossare la toga virilis* e per lui ciò era segno di grande vergogna: desiderava tanto diventare adulto per poter intraprendere finalmente il cursus honorum*, come il fratello maggiore e il padre prima di lui.
Sulla tavola accanto ai lettini era stata imbastita una colazione molto abbondante a base di focacce, latte, miele e tante varietà di frutta. Quando la vide, Lucilla accolse la figlia con un sorriso sincero: «Buongiorno, Castria».
STAI LEGGENDO
Ave Caesar
Historical Fiction#In revisione #COMPLETA Primo volume del ciclo Romae: ogni storia sarà autoconclusiva perciò non sarà necessario leggerle tutte e nell'ordine da me stabilito. Anno 114 d.C., sotto il principato del Divo Traiano, all'ombra dell'Anfiteatro Flavio si...
