Chapter 1 (La Clinica)

333 40 12
                                        

Com'è strana la vita, non è vero?
Il giorno prima sei una persona, il giorno dopo sei tutt'altra persona.
Lui non riusciva ancora a capire come potesse aver fatto succedere una cosa del genere, come avesse potuto lasciare che tutto questo succedesse; forse non se ne era reso conto, forse era troppo fatto per rendersene conto, cercava di trovare una scusa a tutto ciò perché ammettere come stavano davvero le cose a voce alta era brutto.
Fa male la verità, non è vero? E Zayn lo sapeva bene, lo sapeva più di chiunque altro.
Il vento quel giorno soffiava forte, lui aveva un cappellino e la sua sciarpa preferita, stava camminando.
Era da molto tempo che non passava per quella strada, molti ricordi ritornarono alla sua mente.
Era solito passare per quella strada quando andava a prendere la metropolitana per andare a trovare sua madre oppure Ilary; certo aveva la macchina, ma tante volte gli piaceva camminare, credeva che camminando potesse far volar via tutti i suoi brutti pensieri come le foglie cadute a terra volavano a causa del vento, spazzandole via, portandole lontano. Invano tutte le volte sperava che i suoi brutti pensieri facessero la stessa cosa, sperava che potessero essere portati via dal vento.
A volte funzionava.
Altre volte no.
Cercava di trattenere quel grappolo che gli si era formato in gola.
Era davvero troppo difficile tutto ciò, era tutto cosí confuso... la vista era appannata e il suo cuore batteva all'impazzata, ogni cosa sembrava andare a rallentatore, sentiva le gambe pesanti e la testa che pulsava, le mani che tremavano e la mente offuscata.
Il fruscio delle foglie, quanto gli piaceva quel rumore.
Questa volta però era diverso, non sperava che che i suoi pensieri potessero essere spazzati via come esse, lui si sentiva direttamente come una di quelle foglie attaccate ancora a quel ramo durante la stagione autunnale.
Lui si sentiva esattamente cosí.
Si sentiva una foglia in pieno autunno, quando sta là, che basta quella piccola folata di vento per farla cadere, ma continua ad avere un'ultima speranza.
Speranza... non ne aveva più, infatti si sentiva in procinto di cadere dal quel ramo, di volare via e non tornare più.
La sua vita era oramai appesa ad un filo molto sottile e in questo caso quella piccola folata di vento sarebbe stata quella volta in cui il filo si sarebbe spezzato cosí facendola cadere a terra, lì dimenticata da tutto e tutti.
La gente che passava in quel momento lo guardava: chi con espressione sorpresa, chi con uno sguardo sconsolato, chi con uno sguardo di disprezzo, ed infine i bambini che gli sorridevano; erano gli unici a non capire il perchè delle sue occhiaie.
Si ricordò della sua infanzia, del bambino spensierato che era, delle risate che si faceva, degli scherzi che faceva agli altri, ma subito dopo il buio, l'adolescenza, quel periodo della sua vita dove aveva iniziato a frequentare quella gente, quelle persone che la madre gli aveva detto milioni di volte di stare alla larga, ma lui imperterrito continuava, forse per farle uno sfregio, che poi, quella povera donna, la doveva solo ringraziare, ma lui ovviamente no, imperterrito continuava, era più forte di lui.
Camminava, cercando di non fare caso a tutte quelle occhiate, guardandosi le punte delle sue scarpe, oramai rotte.
Quante volte Ilary gli aveva detto di comprarne un altro paio...
Si ricordò di una delle tante volte in cui lei lo aveva minacciato che le avrebbe buttate fuori dalla finestra.
Si ricordava perfettamente dell'espressione buffa che aveva sul suo viso ogni volta che le teneva in mano, quasi schifata, anzi, completamente schifata, ma indovinate cosa? Lui imperterrito continuava ad usarle.
Mancava poco alla clinica, vide subito quell'insegna.
L'edificio era imponente, grigio, mogio, smorto; Il colore delle tipiche nuvole londinesi in confronto al suo umore, sembravano quasi avere un colore più vivace.
Con passo più svelto si diresse verso di essa, ma si fermò davanti alla porta di vetro dell'ingresso.
Il suo numero ancora lo aveva, non lo avrebbe mai eliminato.
Decise di accendersi la sua ultima sigaretta, lentamente aspirò assaporando per quella che sarebbe dovuta essere la sua ultima volta, il sapore amaro del tabacco.
Prese il telefono e con dita tremanti, decise di fare quella maledetta telefonata.
Il telefono squillava.
Per lo meno lei non aveva cambiato il numero.
Pensò nella sua mente.
Stava per riattacare quando finalmente sentì quella voce che tanto amava.
Era da tempo che non la sentiva.
"Pronto Zayn, sei tu?" Diceva
La sua voce sembrava come scomparsa, come se ad un certo punto lui non l'avesse più, quasi non riusciva a fare uscire alcun suono.
"Zayn?" Disse un'altra volta la ragazza.
"Ilary...." sospirò finalmente il ragazzo a bassa voce.
Dio quanto le mancava...
"Cos'è successo?" Chiese lei quasi preoccupata.
Lui sorrise, non era cambiata affatto.
La immaginava, mentre mangiava le pellicine attorno alle unghie in attesa di una risposta, e cercando di mettere dietro l'orecchio quel ciuffo che imperterrito continuava a caderle davanti agli occhi.
"Sto andando in clinica." Disse finalmente mentre continuava ad aspirare da quella sigaretta.
Lei non disse niente.
Si sentiva solo il rumore dei loro respiri.
"Volevo solo che tu lo sapessi." Disse in fine lui, facendo un'ultimo tiro da quella sigaretta per poi buttarla per terra.
"Va bene..." sospirò finalmente lei, dando un segno di vita.
"Va bene." Ripetè.
"Verrò lì il primo possibile, avviso anche i ragazzi" disse in fine.
"Grazie."
"Ciao Zayn." Disse semplicemente lei.
Lui fece un segno con la testa, come se lei potesse vederlo e, sospirando, riattaccò.
Si guardò sul riflesso della porta e fece una smorfia, vergognandosi di se stesso.
Si vergognava, si vergognava cosí tanto...
Aprì la porta; alla reception c'era una donna sulla quarantina che guardava verso il computer.
"L'orario delle visite è già finito" disse lei senza neanche notarlo.
Vide che il ragazzo non si spostava così decise di alzare lo sguardo.
Appena notò il viso del ragazzo capì subito che non era lì per visitare qualcuno, ma era lì per se stesso.
Gli fece un piccolo sorriso commosso.
"Hai fatto la scelta giusta." disse con voce dolce.
"Lo spero." Sospiró lui.
Dopo avergli chiesto alcuni dati personali lo fece accomodare su una poltrona dicendogli che a breve sarebbe arrivato il dottore.
Si guardava attorno; le pareti colorate di bianco aggiungevano quel tocco di tristezza al suo umore, le poltrone erano  nere, di pelle.
Continuava ad avere lo sguardo perso nel vuoto; proprio di fronte a lui un ragazzo era seduto in attesa probabilmente del medico. Lo si poteva notare benissimo che anche lui non era messo in condizioni migliori delle sue, continuava ad avere un tic alle gambe e, questa cosa, gli stava dando sui nervi.
Gli stava facendo venir voglia di rompergliela quella gamba in modo da non poterla più muovere, gli dava tutto cosí fastidio.
Anche quel silenzio assordante gli dava fastidio.
Nell'interno si stava contorcendo, vedeva se stesso che si contorceva dai nervi, non ce la faceva, era da troppo che non sniffava e questo non andava bene.
Si continuò a guardare attorno fermando poi lo sguardo su un quadro.
Un dipinto era appeso alla parete, era L'urlo di Edvard Munch, l'unica cosa colorata in quella stanza.
Conosceva bene quel quadro, a lui piaceva molto l'arte, era una passione.
Quel quadro rappresentava esattamente come si sentiva lui, urlava ma nessuno lo sentiva, si contorceva, metteva le mani nei capelli ma le persone continuavano a camminare, ignare di ciò che in realtà stava succedendo; lui invece era lì in cerca di aiuto, in cerca di un'attenzione.
Tremava, non per il freddo, anzi dentro allo stabilimento era anche abbastanza caldo, ma per la mancanza della droga, quindi non solo all'interno si stava letteralmente contorcendo, in quel momento anche i brividi aveva.
Cercava di rimanere calmo.
Si ricordó del trucchetto che gli aveva insegnato Ilary, e fece così, la immaginò di fronte a sè mentre gli teneva le mani e gli diceva di inspirare ed espirare.
Lo sapeva benissimo anche lui che non avrebbe funzionato molto, ma imperterrito ci provava.
"Hey amico tutto bene?" Chiese quel ragazzo di fronte a lui.
"Sì sto bene." Rispose freddo lui mentre cercava di rimanere calmo anche se i nervi erano a mille e stava iniziando a sudare freddo.
"Malik." Sentì una voce e così alzò lo sguardo.
"Sono io" aveva risposto.
"Venga con me, le mostrerò la sua camera e le farò alcune visite mediche in fine le presenteró la sua infermiera" diceva sempre la voce di prima, con tono gentile.
Lui annuiva e basta, la pressione era troppa e la testa gli stava scoppiando.
Decise così di alzarsi e dirigersi con l'anziano dottore.
Anche lui lo aveva guardato come aveva fatto la receptionista, dicendogli esattamente la stessa frase.
"Hai fatto la cosa giusta" aveva detto, aveva annullato quella cosa del "lei" mettendo in primo piano la persona, mettendo in primo piano Zayn. Lui lo sperava davvero tanto, sperava di aver fatto la cosa giusta.
Dopo tutte le varie visite gli mise la flebo.
"A breve arriverà la tua infermiera."
Fece un segno con il capo mentre chiudeva gli occhi e poggiava la testa al cuscino, stanco, stanco di tutto, stanco della sua vita, stanco della droga, stanco di ogni cosa.
Sentì i passi del dottore che si allontanavano così decise di riprendere il foglio di Ilary che aveva precedentemente messo in tasca per rileggerlo; era probabilmente l'unica cosa che riusciva a mantenerlo calmo.
Lo aveva letto centinaia di volte, gli mancava dannatamente tanto, gli mancava il suo essere impacciato, gli mancava il rossore sulle sue guance appena sentiva qualcosa sul sesso, gli mancavano i suoi occhioni grandi, le sue labbra, il suo profumo... ogni dannata cosa.
"Zayn? Zayn Malik?" Il ragazzo venne interrotto dai suoi pensieri da una voce dolce ma allo stesso tempo anziana.
Aprí un occhio per guardare chi era.
Vide una donna di media statura sulla sessantina con dei grandi occhi che lo guardavano curiosi.
"Sì, sono io" disse in fine il ragazzo.
"Bene io sono Rose la tu-"
"La mia infermiera, il dottore me lo ha già detto" la interruppe lui per poi portarsi le mani alla testa e grattarsi la nuca.
"Cos'è quel foglio?" Chiedeva l'infermiera, Rose osservando curiosa.
"Una lettera, bhe più che altro una pagina di diario" dice poi lui.
"Oh capisco... posso saperne di più?" Chiedeva lei avvicinandosi un po' a lui.
"Non saprei... è abbastanza lunga come storia.."
"E quindi? Abbiamo molto tempo" ridacchiava lei per poi prendere una sedia ed avvicinarsi al lettino.
"Va bene..." sorrise lui mentre si mise di nuovo a pensare al suo sorriso.
"Bhe... è passato molto tempo, ma ricordo ancora perfettamente ogni cosa..."

Amore in polvere. La tua prossima ossessione. Scoprilo ora