•180gr di biscotti al cioccolato (X)
•100 gr di burro
•500gr di Philadelphia Classica(X)
•120gr di zucchero a velo (X)
•200ml di panna (X)
•1 bacello di vaniglia
•200 gr di lamponi (X)
•200 gr di frutti di bosco misti (X)
«Okay, mi manca solo... il burro». Mi avvicinai al banco frigo e afferrai una confezione, poi tornai a fissare la lista. «E... un bacello di vaniglia» Aggrottai le sopracciglia. «Che cazzo è un bacello di vaniglia?» borbottai tra me e me. Avevo copiato quella ricetta di fretta quella mattina, senza nemmeno leggere bene gli ingredienti. L'impulso di accartocciare il foglio e lanciarlo dall'altra parte del supermercato fu immediato.
L'unica cosa che mi trattenne fu l'immagine mentale di una buona cheesecake fatta in casa. Dalle mie abili mani. Priorità.
«Il bacello di vaniglia è questo qui, signorina». La voce mi fece sobbalzare. Mi voltai e incrociai lo sguardo del responsabile del reparto, che indicava uno scaffale poco distante.
«Grazie» mormorai, studiando quella specie di stecca lunga e scura, infilata in una confezione trasparente dall'aspetto decisamente poco invitante. Il commesso mi sorrise, poi tornò a sistemare gli scaffali. Io controllai di nuovo la lista, pagai in fretta ed uscii. Appena fuori, il caldo di fine Settembre mi colpì in pieno.
L'aria era ferma, appiccicosa. Dopo due minuti avevo già la pelle che protestava. Sbuffai. Odiavo il caldo. Odiavo l'estate.
E odiavo tutto ciò che le assomigliava anche lontanamente.
Mi incamminai senza fretta, infilando le cuffiette. Avevo tre ore da riempire prima di poter tornare a casa. David non doveva sapere che non ero entrata a scuola. Di nuovo. Che novità.
Mi diressi verso il solito posto. Ai margini della città c'era una casa in vendita da anni. Dentro il giardino, nascosta tra gli alberi, c'era una piccola casa sull'albero. La mia casa sull'albero.
Da piccola ne avevo sempre voluta una. Questa non era enorme: una stanza, due finestrelle e un accenno di balcone. Ma era perfetta.
Scavalcai la staccionata con la busta e lo zaino, poi mi arrampicai sulle assi inchiodate al tronco. Entrai. All'interno c'erano cuscini, coperte, qualche libro. Tutto quello che avevo portato lì nel tempo.
Tirai fuori un libro di Ken Follett, L'inverno del mondo, infilai la musica nelle orecchie e mi isolai dal resto del pianeta. Quella era la mia pace.
Mi misi subito a leggere. Lessi finché il tempo smise di avere senso. Lessi finché non sentii il sapore ferroso del sangue. Mi ero morsa il labbro. Di nuovo. Un vizio stupido. Comune, sì. Ma io lo facevo con una certa... dedizione.
Tamponai distrattamente con un fazzoletto, senza smettere di leggere. Due ore dopo—anche se a me sembravano cinque minuti—la sveglia sul telefono mi riportò alla realtà.
Quella sveglia era la mia salvezza: l'avevo messa per ricordarmi, ogni qual volta che non entravo a scuola, che dovevo tornare a casa come se ci fossi andata. Una volta, infatti, mi addormentai e mio fratello uscì pazzo quando rientrai a casa alle 18 del pomeriggio, dalle 8.00 di mattina che ero uscita, senza sapere dove fossi finita. A volte David era troppo, troppo, troppo snervante. Quante volte avevo ripetuto la parola troppo? Mai abbastanza. Arrivata nel vialetto di casa, immersa come sempre nei miei pensieri, legai i miei lunghi capelli scuri in una coda alta, perché mi stavano facendo il solletico sul viso, infine entrai in casa.
Non era casa nostra. Era casa di un amico di mio fratello, e non eravamo gli unici inquilini.
«Sono a casa».
David comparve in cima alle scale, impeccabile nel suo completo grigio. Troppo impeccabile. I capelli, invece, erano sempre un disastro. Ondulati, ribelli. Come i miei.
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Incompresi ~The Misunderstood Series
RomanceDee è una comune adolescente di diciassette anni, ma non è mai stata "solo" una ragazza della sua età. Da quando suo fratello David l'ha portata via da casa, a dieci anni, la sua vita ha smesso di fare rumore fuori... per iniziare a farlo dentro. U...
