Capitolo 28

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Jason continuava a guardarmi con la sua solita faccia da schiaffi. Le mie mani iniziarono a sudare.

<<Non posso rimanere qui>> dissi, cercando di usare un tono calmo e diplomatico. <<Mio fratello mi starà aspettando>> e poi non voglio stare nella stessa casa con te, aggiunsi mentalmente.

Lui scrollò le spalle, accendendosi una sigaretta. <<Dubito che tu abbia altre alternative>>.

La sua calma mi innervosiva. Cazzo! Come potevo uscirne?

Presi il telefono per chiamare David. Non c'era campo!

<<Cazzo!>> esclamai frustrata. <<Non ho linea!>>. Camminai per il salone, tenendo in alto il telefono, cercando un punto che mi desse almeno una tacca, per poter chiamare David. Quando lo trovai, mi arrivarono una decina di avvisi di chiamata. Composi il numero di David, che rispose dopo qualche squillo.

<<Pronto?>> esclamai, per la terza volta. Lo sentivo parlare ma non sentivo ciò che diceva, il telefono non prendeva bene ad entrambi, per via del tempo.

<<Dee, sto venendo a prenderti. Non uscire per nessuna ragione al mondo>> disse subito, anche se la sua voce si diventava sempre più robotica e sconnessa. Un colpo sordo rimbombò dall'altra parte della chiamata. Poi un'imprecazione.

«Cazzo» disse, il respiro pesante.

Il cuore mi salì in gola. «David? Che succede?». Per un attimo non rispose. Sentii il motore accelerare, poi subito dopo rallentare bruscamente.

«Non si vede un cazzo, Dee» sbottò, la voce tesa. «C'è roba che vola ovunque, rami, cartelli—merda, aspetta—» Un rumore violento, come qualcosa che colpiva il cofano. Io smisi di respirare.

«David?!».

«Sto bene, sto bene» disse in fretta, ma lo sentivo. Era agitato. Troppo. «Doveva arrivare tra due giorni 'sto ciclone di merda, non oggi!».

Il vento ululava attraverso il telefono, così forte da coprire quasi la sua voce. Immaginai il parabrezza pieno d'acqua, i tergicristalli inutili, la strada che spariva davanti a lui. Ero combattuta. Non volevo —non potevo— dormire in un posto che non conoscevo, ma potevo rischiare che si facesse male?!

«Non muoverti» dissi subito, più dura di quanto mi sentissi. «Fermati.»

«Col cazzo che mi fermo» ringhiò. «Sto venendo a prenderti.»

«No!» alzai la voce, il cuore che batteva all'impazzata. «Non vedi niente, David! Vuoi schiantarti?».

Silenzio. Solo vento. Pioggia. Il motore acceso.

«Non ti lascio lì» disse poi, più piano, ma ancora ostinato. Chiusi gli occhi un secondo, stringendo il telefono. Ero tentata di lasciarlo venire. Ma avevo più paura a saperlo là fuori, in macchina sotto la tempesta. Non potevo essere così egoista.
Lo conoscevo. Sarebbe venuto. Anche a costo di ammazzarsi.

«Ascoltami» sussurrai, cercando di non far tremare la voce. «Io sto bene, ok? Sono al coperto. Non mi succede niente.»

Un altro colpo. Più lontano, questa volta.

«Non è vero» ribatté subito.

«Sì che lo è.» deglutii. «Ma se tu guidi con questo tempo... quello che si farà male sei tu.»

Ancora silenzio. Poi un lungo respiro dall'altra parte.

«Non si vede davvero niente» ammise alla fine, a denti stretti. «È come guidare alla cieca.»

Mi si strinse lo stomaco.

«Allora lascia stare» dissi piano. «Ti prego».

Sentii il rumore della freccia. Il motore che rallentava. Gomme sull'asfalto bagnato. Qualche interferenza.

Incompresi ~The Misunderstood Series La tua prossima ossessione. Scoprilo ora