Capitolo 29

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Così si sentiva umiliata e afflitta e piena di rimorsi, pur non sapendo precisamente neanche lei per cosa. Cominciava a desiderare la stima di lui, ora che non ci poteva più sperare: avrebbe voluto avere sue notizie, ora che non c'era più probabilità di averne. Ebbe la certezza che con lui sarebbe stata felice, ora che non era più probabile che si incontrassero.
~Orgoglio e pregiudizio.

Mi strinsi le braccia attorno al corpo, come se potessi tenermi insieme da sola, mentre la tempesta continuava a urlare fuori, sbattendo contro i vetri, contro le pareti, contro tutto.

I miei occhi erano puntati sul televisore, ma non stavo guardando niente. Le immagini scorrevano senza senso, senza lasciare traccia. Esattamente come i miei pensieri, che si accavallavano uno sopra l'altro senza trovare un ordine, senza fermarsi mai davvero.

Jason.

Il suo nome mi passò in testa come un graffio. Non lo avrei mai capito, e forse era proprio questo il punto. Non dovevo capirlo. Non era il mio compito, non era il mio posto. Lui apparteneva a un mondo che non era il mio. Un mondo fatto di scelte già prese, di vite già scritte, di persone che sapevano sempre dove andare.

Io no. Io ero caos.

E tra noi due c'era solo quello: caos che si scontrava con caos, scintille che bruciavano troppo in fretta, troppo forte.

Ogni volta che ci avvicinavamo, succedeva sempre la stessa cosa: perdevamo il controllo.

E poi restava solo il disastro. Chiusi gli occhi un secondo, stringendomi ancora di più. Doveva finire.

Quella specie di attrazione malata, quel tirarsi e respingersi continuo... doveva finire prima che diventasse qualcosa di peggio.

Prima che facesse davvero male. Più di quanto non stesse già facendo.

Aspettai la fine della tempesta, guardandola infuriare da dietro la finestra dalle pesanti tende. Piano piano il vento si calmò e la pioggia smise di cadere a secchiate; era quasi l'alba. Sentivo le mie palpebre farsi sempre più pesanti, ma non potevo dormire; stavo semplicemente aspettando il momento adatto per andarmene.

<<Destiny, cosa stai facendo?>>.

Ada sbucò alle mie spalle, con una vestaglia simile alla mia, con i capelli disordinatamente raccolti in una crocchia bassa e lo sguardo indagatore. Passò velocemente lo sguardo sul mio corpo, scosso ormai da brividi che riconoscevo da anni. Il suo sguardo si accigliò.

<<Ti senti bene?>> mi chiese allarmata.

Annuii, cercando di deglutire. Arretrai istintivamente verso la porta d'ingresso. <<La tempesta è finita. Ed io devo uscire di qui>> dissi, con fatica.

<<Ma, Destiny... ormai aspetta che sorga il sole. Magari riposati ancora un po'; hai proprio una brutta cera. Tra l'altro non puoi mica uscire in vestaglia>> disse, con un piccolo risolino che non ricambiai.

Iniziai a sentire un piccolo fischio, proveniva dalle mie orecchie.

Ma perché il panico doveva assalirmi nei momenti meno opportuni? Non volevo farmi vedere da Jason in quello stato, già una volta ero stata sul punto di crollare davanti a lui, di avere una crisi di panico, e non potevo rischiare che accadesse di nuovo. Non doveva avere più nessun accesso a me.

<<Ada...tu non capisci. Io devo andarmene, adesso. Ma grazie per tutto>> sussurrai, poi senza aspettare una risposta, uscii in fretta da quella casa.

Incompresi ~The Misunderstood Series La tua prossima ossessione. Scoprilo ora