Ero più o meno cosciente del fatto che fossi stravaccata sul mio letto, con le cuffiette nell'orecchio e la testa affollata di pensieri. La sbronza della sera prima mi martellava ancora nelle tempie, ma per fortuna non in maniera tanto insistente come quella mattina.
Avevo vomitato tutto quello che avevo nello stomaco. Il punto era che, quando succedeva per la sbronza, non mi mandava nel panico. Non come quando ero lucida. Era diverso. Più... distante. Come se il mio corpo facesse tutto da solo e io dovessi solo aspettare che finisse.
Il problema arrivava da lucida.
Quando mangiavo, sentivo lo stomaco riempirsi. Non era solo una sensazione fisica: era come se qualcosa dentro di me si chiudesse, si stringesse. Esattamente come succedeva durante un attacco d'ansia. Quella pressione, quel peso... erano gli stessi, anche se per motivi diversi, ovviamente. Ma il mio cervello non faceva differenza.
Gli attacchi di panico più forti che avessi mai avuto erano arrivati proprio così: dopo aver vomitato. Come se il mio corpo, svuotato, decidesse di reagire al contrario, esplodendo.
Da quel momento avevo iniziato a evitarlo. Evitavo di riempirmi troppo, evitavo quella sensazione di pienezza che sapevo avrebbe potuto innescare tutto il resto. Perché quando lo stomaco diventava pesante, dolorante... l'ansia arrivava subito dopo. Si infilava ovunque, si attorcigliava dentro di me, stringendo ogni organo come una morsa.
E allora iniziava il conflitto.Perché da una parte sapevo che, se avessi vomitato, forse il dolore fisico sarebbe passato. Dall'altra... sapevo anche cosa sarebbe arrivato subito dopo.
Il panico. Quello vero. Quello che ti toglie l'aria, che ti fa tremare le mani, che ti convince che stai per morire anche se sai che non è così.
E c'era un'altra paura, ancora più subdola. Che il mio cervello iniziasse a collegare le due cose nel modo sbagliato. Che iniziasse a vedere il vomito come una soluzione. Come un modo per stare meglio. Non volevo arrivare a quel punto.
Non volevo creare un meccanismo da cui poi non sarei più riuscita a uscire. Così restavo lì, incastrata tra due mali:
tenere tutto dentro e stare male...oppure liberarmene e pagare il prezzo dopo.
E in mezzo, sempre, l'ansia. Forse vomitare da sbronza era una via di mezzo.
Seguire le lezioni, quella mattina a scuola, era stata una tortura.
Non avevo visto nessuno dei ragazzi della squadra di football per via di una trasferta, così ero stata sollevata di non doverli incontrare, evitando lo sguardo penetrante di Jason e le occhiatacce di Gigì, Beverly e comari.
Tyler mi aveva scritto un messaggio, chiedendomi di uscire una sera di quelle, ed io non sapevo se accettare o meno.
Avevo una tale confusione in testa, per colpa di Jason. Ricordavo poco o niente della sera prima, ma le sensazioni che avevo provato mi rimanevano addosso, cucite sulla pelle.
Quando avevo visto la zuffa tra lui e quel ragazzo, il sangue mi aveva dato alla testa ed in maniera impulsiva mi ero fiondata sopra quel tizio, imprudentemente.
Rigirai la perlina che mi aveva dato Jason, sistemata insieme alle altre attorno al bracciale sul mio polso, senza riuscire a mascherare l'ombra di un sorriso.
Il suo comportamento era così ambiguo; mi aveva baciata ancora una volta. E ancora una volta, se n'era andato via, lasciandomi sola e più confusa che mai.
Mi rigirai nel letto più volte, stanca di quei pensieri. A quel punto, vidi la porta di camera mia aprirsi lentamente e il viso che stava tormentando in maniera così prepotente i miei pensieri affacciarsi con un sorriso affabile sul volto.
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Incompresi ~The Misunderstood Series
RomanceDee è una comune adolescente di diciassette anni, ma non è mai stata "solo" una ragazza della sua età. Da quando suo fratello David l'ha portata via da casa, a dieci anni, la sua vita ha smesso di fare rumore fuori... per iniziare a farlo dentro. U...
