IMMERSIONE

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Sprofondai nella lucentezza dei suoi occhi, che continuavano a fissarmi impotenti e pieni di angoscia.

La tonalità di azzurro che caratterizzava le sue iridi, in quel momento, era più simile alla trasparenza del ghiaccio che alle smufature del cielo. Ma non potei fare a meno di ripensare al colore dei miei sogni, comparando quell'azzurro col tono brillante e vivo che avvolgeva il mio mondo onirico  e che mi faceva desiderare ogni volta di tornare a mia volta viva, per permettermi nuovamente di distendermi sotto il sole, sotto l'immensità del cielo diurno. Immaginai di essere distesa sul solito prato erboso che ricorreva nei miei incubi ad ammirare le nuvole che si modellavano nel cielo, giocando con le dita a disegnare immagini proiettate dalla mia mente, per scoprire che una forma, una sfumatura di bianco ben si paragonava alla sagoma di un animale, di un oggetto sospeso nell'aria.

E mentre quegli occhi quasi trasparenti cercavano di scavare nel profondo della mia mente per captare una reazione, io continuavo a restare nel pensiero di un miraggio. Una chimera di illusioni e fantasia voleva portarmi direttamente in quel bivio che avevo già conosciuto in precedenza. L'unica differenza sostanziale era data dai colori.

Trent'anni prima la biforcazione formatasi nella mia vita aveva i colori oscuri della notte e quelli brillanti ma peccaminosi del sangue, ora il crocevia era illuminato dal colore splendente del giorno: il giallo del sole, l'azzurro del cielo, il verde dei prati e degli alberi. Avrei potuto gustarne nuovamente l'essenza. Avrei potuto, in un mondo diverso, camminare nuovamente sotto la luce del sole. Avrei solo dovuto lasciarli fare, o meglio acconsentire una tortura interna pronta a ridarmi la mortalità.

Il movimento delle sue labbra carnose mi fece tornare alla realtà, che continuava a rincorrermi con violenza. Mi sentii come una bambina che continuava a scappare dai suoi mostri notturni, ma che alla fine veniva sempre raggiunta dall'aggressività e dalla furia del suo risveglio. 

Percepii la scure di un possibile fallimento portata da Nicodemo, di un ulteriore possibile crocevia che mi portava direttamente verso la morte.

Un suono grossolano ed acuto mi fece captare il senso di quella situazione e riuscii nuovamente a mettere a fuoco l'ambiente che mi circondava. Mi ero sconnessa in un certo senso, sconnessa da ciò che i vampiri anziani stavano decidendo del mio futuro.

"Cosa?" farfugliai, passando ad esaminare i volti dei tre uomini che mi stavano di fronte e che mi osservavano silenziosi.

"Non..." esitai senza aggiungere altro, fissandomi le mani che continuavano a tremare per l'agitazione. Stavo per avere un crollo nervoso?

Respirai a fondo prima di cercare nuovamente una risposta nello sguardo preoccupato di Alexandar.

"Elenoire, stai bene?" mi domandò, questa volta scioccato per la mia incertezza.

"Poverina.." ridacchiò Nicodemo, con lo stesso suono grossolano che mi aveva ricondotto nei processi della mia mente "Si è già rassegnata al suo nuovo destino!".

"Taci!" lo zittì Alexandar, strindendo le mie spalle "Diodine per favore!" continuò, per trascinarmi verso la postazione rialzata. Le mie ginocchia continuavano a tremare sui miei piedi ancora più instabili e il nuovo pallore del mio viso lungo e magro era talmente eccessivo da creare un cerchio nero e profondo intorno ai miei occhi brillanti.

Avevo bisogno di sedermi.

Si.

Stavo avendo un crollo nervoso.

"Alexandar!" Diodine attirò l'attenzione del fratello vampiro chiamandolo con uno schiocco di lingua quasi impercettibile "Questo è quanto. Amelia è più importante, ricordalo..".

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