INCUBUS

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“Elenoire andiamo!” la mano pallida e gelida di Amelia tesa verso di me era un chiaro segnale di incoraggiamento. O perlomeno in quel momento fu quella la sensazione che mi suscitò.

Ma ebbi un fremito improvviso guardandola, che mi attraversò veloce fino alla punta più lontana dei miei capelli lunghi e fluenti.

Mi sentii allarmata ed impaurita all’istante.

“Dai Elenoire, non esitare!” continuò lei, ridacchiando fra le labbra tese e scrutandomi con quegli occhi rossi che a guardarli mi incutevano terrore.

La fissai un po’ prima di cercare il contatto con la mia mano tremolante.

Amelia era molto diversa da tutti i vampiri anziani che avevo conosciuto in quel momento: col suo corpo piccolo e magro sembrava più una bambola di porcellana, fredda e gelida come un ghiacciaio.

Il suo aspetto non rifletteva minimamente la sua anzianità: la sua pelle era liscia e lucida, i suoi lineamenti perfetti e tirati come se insieme al tepore del suo corpo si fosse congelato anche il suo aspetto.

“Dove mi porti?” le domandai, appena le mie dita calde tremarono al contatto con la sua pelle.

Finalmente riuscii a distogliere lo sguardo dal suo viso, e guardandomi attorno non riconobbi il luogo in cui ci trovavamo.

Eravamo su una landa spoglia, buia e umida, dove tutti gli alberi, secchi e contorti, erano ricoperti da un muschio grigio e virulento che non mi prospettava nulla di buono.

Il cielo nero della notte, sgombro da nuvole, non ci mostrava il solito tappeto di stelle che ricordavo nelle mie nottate da vampira.

Era come se tutto fosse ricoperto da un lenzuolo nero e sterile, che non mi dava emozioni né suscitava paure.

E Amelia non sembrava preoccupata dall’ambiente che ci circondava.

I suoi occhi erano fissi sul mio viso, così uguale al suo.

Le sue labbra tirate in un sorriso aperto e caldo mostravano chiaramente che tutto ciò che ci circondava in quel momento la mettevano a proprio agio.

Al contrario io sentivo l’umido penetrarmi nelle ossa, negli strati di fibre muscolari, creandomi un disagio che mi divorava dall’interno.

E ciò mi tendeva come un arco pronto a scoccare la sua freccia.

Mi sentivo a disagio.

Soprattutto in sua presenza.

Soprattutto ora che eravamo sole.

Non la conoscevo. Non sapevo nulla di lei.

Dovevo fidarmi? Potevo fidarmi?

I suoi occhi si strinsero per un attimo, quasi se un pensiero balenò nella sua testa prima di rispondermi.

Corrugò le labbra, respirando a fondo.

“Dobbiamo raggiungere Alexandar!” canzonò, impugnando le mie dita con forza e tirandomi a lei.

Sentii immediatamente il suo profumo frizzante e gioioso invadermi la testa e tutte le paure si cancellarono all’istante. Mi lasciai cullare da quell’odore e mi ritrovai così avvolta dal suo abbraccio freddo.

Così vicine e così unite, capii che eravamo uguali in tutto.

Altezza, fisico, gestualità. Sembrava davvero di essere davanti ad uno specchio.

E i miei occhi color cioccolato si sbarrarono quando le sue labbra si aprirono, mostrando la fila di denti che non le apparteneva.

Amelia non aveva i denti aguzzi e splendenti che caratterizzavano i vampiri.

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