Ora chi è il melenso?

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Il telefono era pieno di chiamate perse, la maggior parte tutte di Valentina, una dietro l'altra. Giuseppe aveva richiamato immediatamente mentre percorreva in tutta fretta i corridoi di Palazzo Chigi, il cuore gli martellava nel petto.
Dopo qualche squillo sentì la voce della sua ex moglie dall'altra parte del telefono, non fece in tempo a dire niente, a pronunciare qualche scusa, ad avvertirla che sarebbe arrivato "Sei una persona di merda, Giuseppe" gli disse, aveva un tono di voce basso probabilmente perché c'era troppa gente per poter gridare quanto avrebbe voluto.
"Lo so" rispose Giuseppe mentre a grandi falcate si recava verso l'auto che aveva fatto preparare, l'autista lo attendeva in piedi accanto alla vettura.
"È il compleanno di tuo figlio!" esclamò la donna con la voce un po' più alta di prima "Come puoi essere sempre così assente?!"
Giuseppe sospirò, avrebbe voluto spiegarle quanto il suo ruolo richiedesse impegno, ma sapeva di avventurarsi in un terreno minato "Sto arrivando" rispose prima di riattaccare e fornire l'indirizzo all'autista.

Quando entrò nella sala del ristorante suo figlio aveva appena spento le candeline e i camerieri stavano affettando la torta. Rimase sulla porta, come un intruso, e forse lo era davvero.
Valentina e altre mamme scattavano foto, sorridevano, gli amici di Niccolò gli tiravano pacche sulle spalle, ridevano, facevano battute. E lui era sulla porta, incapace di muovere qualche passo più avanti per avvicinarsi a lui.
Poi gli occhi di suo figlio incontrarono i suoi, lo sguardo deluso che troppe volte gli aveva visto dipinto sul volto a causa sua, ma notò immediatamente una luce diversa sul suo viso.
Dopo pochi secondi Niccolò distolse lo sguardo da quello del padre per tornare a parlare con i suoi amici mentre le fette di torta venivano distribuite ai presenti.
Giuseppe sentì il suo cuore farsi minuscolo, nascondersi in mezzo al costato, una voragine sotto ai piedi.
Aveva ferito di nuovo suo figlio, ma stavolta lo sguardo che gli aveva rivolto era freddo, disilluso. Aveva toccato il fondo con suo figlio, tutte quelle assenze lo avevano forgiato a tal punto da non sperare più nemmeno nella presenza di suo padre nei suoi momenti importanti.
Un cameriere si avvicinò con una fetta di torta che Giuseppe rifiutò e, approfittando di un momento più tranquillo, si avvicinò a suo figlio.
"Niccolò" esordì cercando di regalargli il sorriso più luminoso che poteva
"Presidente" rispose Niccolò guardandolo con sguardo glaciale, una furia silente negli occhi castani.

Non l'aveva chiamato papà.
L' aveva chiamato presidente.

"Io... Ti ho preso una cosa" disse mostrando il pacchetto che teneva in mano, Niccolò scosse le spalle "Grazie" rispose poggiando il pacchetto sul tavolo assieme ad altri regali, non lo aveva neanche guardato, come se non gli interessasse minimamente.
"Nicco..."  disse posandogli una mano sul braccio, ma lo vide scansarsi a quel tocco come se la sua mano fosse bollente "Nicco.." ripeté con la voce incrinata "Mi dispiace, ero..."
"Impegnato, lo so" lo bloccò subito
"Nicco ti prometto che mi farò perd-"
"Lo dici ogni volta" sussurrò Niccolò distogliendo lo sguardo "Ora puoi tornare a fare il presidente"
Giuseppe rimase a bocca aperta, le parole gli morivano in gola "Sono il tuo papà" rispose rassegnato, un nodo alla gola impossibile da mandare giù
"Quando te ne ricordi" disse Niccolò guardandolo con un disprezzo che non gli aveva mai visto negli occhi.
Dopo qualche istante di silenzio Niccolò riprese la parola "Grazie di essere venuto, puoi anche andartene"  e si girò per tornarsene dai suoi amici.

Giuseppe si fiondò immediatamente fuori dalla sala, percorse velocemente il corridoio per giungere nel giardino del ristorante per poter avere un po' di pace. Era abbastanza sicuro di aver spintonato per sbaglio un paio di persone, ma non aveva tempo di preoccuparsene. Allargò la cravatta per sbottonare i primi bottoni della camicia con urgenza, il respiro mozzato, gli occhi gli bruciavano e un peso allo stomaco lo stava opprimendo.
Appoggiò la schiena contro il muro passandosi le mani sul viso, il cuore batteva troppo velocemente e il respiro non accennava a regolarizzarsi.
Le parole di suo figlio gli rombombavano in testa con insistenza, si mise a sedere per terra.
Si sentiva un bambino, eppure, per quanto fosse poco dignitoso per lui trovarsi in quelle condizioni, non gli importava in quel momento.
Afferrò il telefono con le mani tremanti e chiamò la sola persona disposta ad ascoltarlo.
"Giuseppe, che succede?"
"Ire..."
Irene sentì la voce incrinata dell'uomo, il respiro irregolare
"Che succede? Stai bene?"
"No io... Io sono un disastro"
"No aspetta calmati, non capisco"
"Il compleanno di Niccolò... Sono arrivato tardi, e..." lo sentì abbandonarsi ad un singhiozzo "Sono una persona orribile"
"Giuseppe... Dove sei adesso?"
"Nel giardino del ristorante... Non so cosa mi stia succedendo, Ire... Io non volevo fargli del male..."
"Vengo da te" rispose subito Irene
"No, torno a Palazzo Chigi" rispose l'uomo cercando di ricomporsi "Mi dispiace averti disturbata, non stiamo insieme da due settimane e... E ti cerco adesso, in queste condizioni"
Giuseppe sentì un rumore metallico di chiavi "Sto andando a Palazzo Chigi" disse Irene "Ti aspetto lì".

Quando Giuseppe aprì la porta del suo appartamento Irene era già lì seduta sul divanetto che lo aspettava, quando lo vide varcare la soglia si drizzò in piedi con lo sguardo dispiaciuto.
Lui le regalò un sorriso, o almeno qualcosa che ci somigliasse.
Non fece in tempo a dire niente che Irene si fiondò tra le sue braccia.

Non la vedeva da settimane, non era mai riuscito a ritagliare del tempo per loro due, ogni tanto Irene dormiva da lui, ma Giuseppe tornava tardi nell'appartamento e Irene spesso non riusciva ad aspettarlo sveglia.
E nonostante tutto appena lui l'aveva chiamata lei si era precipitata, senza fare domande, senza pretendere niente. L'ennesima prova di quanto fosse innamorata di lui.

Si lasciò cullare dalle braccia di Irene che lo avvolgevano con amore, dal profumo del suo balsamo, lo avrebbe riconosciuto tra mille, lei gli accarezzava la schiena con dolcezza "Vuoi parlarne?" domandò lei con il mento poggiato sulla spalla di Giuseppe
"Non mi ha chiamato papà"  disse Giuseppe con la voce spezzata "Mi ha chiamato presidente e... Mi ha chiesto di andarmene"
Sentì la stretta di Irene aumentate e farsi più intensa "Mi dispiace" sussurrò.
Giuseppe si staccò malvolentieri da quel dolce abbraccio, le prese dolcemente la mano, Irene non poté fare a meno di notare quanto dolore ci fosse nel suo sguardo.
"Scusa, ho bisogno di stendermi" disse Giuseppe passandosi una mano sul viso stanco.

Si stesero assieme nel grande letto, lei lo stringeva con forza come se tutto il suo amore potesse raggiungerlo fin dentro il cuore "Ti perdonerà" gli disse mentre gli accarezzava il viso, quel viso di cui conosceva ogni singola ruga, piega, dettaglio che ad altri occhi sarebbero sembrati futili.
"Sono così stanco Ire, sono stanco di distruggere tutto ciò che sfioro"
"Non è vero" gli rispose "Tu sei..."
Lui alzò un sopracciglio in attesa che Irene continuasse, la vide arrossire leggermente "Beh tu sei... Sei tu"
Giuseppe sorrise "Oh, tutto qua?"
"Però ti ho fatto sorridere"
Giuseppe sospirò "Essere me non è un granché" si passò una mano tra i capelli mentre i suoi occhi guardavano il soffitto, lo sguardo puntato sull'intonaco, la mente a vagare chissà dove.
"Tu sei la persona migliore che io abbia mai incontrato" gli disse tutto d' un fiato, Giuseppe tornò a guardarla mentre lo sguardo di lei sfuggiva, le guance tinte di un adorabile rosso appena visibile
"Dentro di me sto pensando un sacco di smancerie melense che mi sentirei stupida a dirti, ma..."
Lui le prese il viso e le sorrise dolcemente "Dimmele"
"Vuoi una fidanzata melensa e stucchevole? Sai già cosa voglio dirti, tutte quelle cose romantiche da film, ma io non sono brava a..."
Lui sorrise di nuovo, i suoi occhi sembravano quasi essere meno tristi, giusto un po'.
"Dimmi queste cose melense" la invitò lui accarezzandole con dolcezza una guancia rosa.
"Ti amo, Giuseppe" disse lei senza riuscire a  guardarlo "E non te lo dico per la cosa di Niccolò, per farti sentire meglio, te lo dico perché ti amo davvero. Quando dico che sei la persona migliore che conosca è perché lo penso. E mi addolora che che tu non riconosca il tuo valore."
Tornò a guardarlo "Troppo melensa?"
"Eri perfetta"
La strinse di nuovo a sé "Con Nicco risolverai, ne sono sicura. Quel ragazzino ti ama più di quanto tu possa immaginare"
Lui annuì "Forse hai ragione" le baciò la fronte "Cosa ho fatto per meritarti?"

Irene si lasciò scappare una piccola risata "Ora sei tu quello melenso"

Rimasero abbracciati per un tempo indefinito fin quando Giuseppe non prese di nuovo la parola "Vorrei restare così per sempre"
"Anche io"
Le baciò le labbra con dolcezza
"Sposami" le sussurrò a fior di labbra
Lei sorrise, senza che quella parola la turbasse più di quanto lui si sarebbe aspettato

"Ora chi è il melenso?"

Mr President in love || Giuseppe ConteLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora