29. ELENA

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GIUGNO 2021

Resta qui, le aveva detto. Non scendere dall'auto per nessun motivo.

E se non ti vedo tornare?

Tornerò.

Ma se ci metti troppo? Cosa devo fare? Oddio, Davide...

Andrà tutto bene.

Riportala qui. Ti prego, tesoro, fai tutto quello che serve... ma riportala qui.

Vuole solo i soldi, Elena. Una volta avuti quelli, la lascerà andare. Ora vado. Resta qui.

E lei era rimasta lì, nell'auto parcheggiata in quel campo deserto. Ovunque volgesse lo sguardo solo prati, qualche albero solitario, uccelli in volo. Un gatto selvatico osservava la macchina, le orecchie attente, la coda sferzante. All'improvviso fu distratto da un rumore e scattò via. In pochi secondi era svanito, come se non fosse mai stato lì.

Elena sudava. Non sapeva se accendere il motore. Davide non le aveva dato istruzioni al riguardo, ma sapeva di non dover rivelare la propria presenza. Il messaggio era stato chiaro: vieni solo. Niente mamma, niente polizia. Porta i soldi in contanti.

Elena iniziò a sventolarsi il volto accaldato. Poi aprì piano la portiera. Un refolo d'aria le diede un momentaneo sollievo ma bastò volgere il pensiero a quello che stava accadendo a pochi metri dalla sua posizione per tornare a sconvolgerla.

Come avevano potuto finire in quella situazione! Lo sapeva fin dall'inizio che quel tipo portava guai, fin da quando aveva visto che non era uno di loro. Non per essere razzisti, ma con tutti i bei ragazzi italiani che le facevano la corte, Alice era andata a impelagarsi con uno di colore? Che la guardava come se volesse divorarla, o metterla in catene. Che la picchiava e le faceva chissà cos'altro. E che, evidentemente, mirava solo ai suoi soldi.

C'erano riusciti. L'avevano convinta a lasciarlo. Alice si era disperata, aveva pianto per giorni, aveva fatto lo sciopero della fame, ma alla fine aveva capito. Li aveva persino ringraziati.

E poi un giorno, di punto in bianco, era sparita insieme a tutte le sue cose. L'armadio svuotato, il suo set da viaggi svanito, persino il suo bagno privato era stato saccheggiato. Erano rimaste solo le foto incorniciate e i poster alle pareti.

Come il gatto selvatico di poco prima, era come se non fosse mai stata lì.

Avevano trascorso una giornata di agonia ma, prima che potessero pensare di contattare la polizia, avevano ricevuto la sua chiamata. Erano le nove di sera. Alice era svanita da dodici ore.

<<Mamma, papà.>> La sua voce era spezzata, ansimante, lacrimosa. A Elena era bruciato il cuore a sentire la sua bambina implorarla di venire a salvarla.

<<Sono con Mosi. Vuole che papà gli dia dei soldi. Cinquecentomila euro in contanti. Vi mando la posizione. Domani alle diciotto, lì.>>

Elena era ammutolita, mentre Davide aveva preso in mano la situazione, freddo e lucido. <<Amore, dove sei?>>

<<Vi prego.>> Era chiaro che non poteva parlare. Era chiaro che Mosi, quel grande figlio di puttana, la stava minacciando in qualche modo. <<Solo papà. Niente polizia. Vi voglio un bene dell'anima. E mi dispiace per tutto.>>

E aveva riattaccato. Elena aveva subito iniziato a dire che bisognava chiamare la polizia, che dovevano rintracciare la telefonata, che non potevano permettere che quel mostro tenesse in ostaggio la loro bambina.

Ma Davide era rimasto zitto, pensieroso. Poi aveva detto che non c'erano alternative. Avrebbe portato i soldi a quel ragazzo e si sarebbe preso la loro bambina.

Elena guardò l'orario sul cellulare. Le 18:06. Erano arrivati in anticipo. Il che significava che Davide se ne era andato da più di dieci minuti.

Elena aspettò. Aprì di più la portiera dell'auto e sporse il volto disseminato di goccioline di sudore che le scivolavano anche nel decolleté. Per essere i primi di giugno c'era un caldo davvero insolito.

Provò a immaginare la scena ma la sua mente concepì un tale orrore che cercò di scacciare subito l'immagine di Mosi che sparava a Davide e Alice e poi scappava col mezzo milione.

Si passò le mani sul volto, respirando affannosamente. Stava per avere un attacco di panico. La pressione era alle stelle, iniziava ad avere le vertigini, a vedere puntini, a sentire i suoni ovattati come se si trovasse sul fondo del mare.

Balzò fuori dall'auto e si accovacciò sull'erba secca e calda, cercando di controllare la respirazione e di non pensare a nulla.

Specialmente non al marito e alla figlia che, a pochi passi da lì, rischiavano la vita.

Chiuse gli occhi, lasciando che il sole si posasse sulla patina di sudore freddo che le cospargeva la pelle.

Qualche tempo dopo, controllò di nuovo il cellulare. Erano quasi le sei e mezza.

Non poteva più aspettare.

Si mise in piedi, rimproverandosi per aver indossato scarpe così scomode per passeggiare nei campi. Cercò qualcosa in auto, qualunque cosa che potesse aiutarla a difendersi. Era magra, fin troppo magra, decisamente sottopeso. In una lotta fisica non avrebbe mai potuto avere la meglio. E comunque in quella macchina non c'era un bel niente.

Prese un bel respiro e si incamminò sulle tracce del marito.

Che trovò quasi mezzo chilometro più avanti, nel punto indicato da Alice, accanto a un vecchio fienile diroccato.

<<Ommioddio!>>

La sagoma del marito accasciato sull'erba, privo di sensi, le mandò in cortocircuito il cervello.

<<Ommioddiommioddiommioddio!>>

Iniziò a scrollarlo, cercando eventuali segni di trauma. Un bozzo alla testa, una ferita sanguinante. Ma non vedeva nulla ed era sempre più terrorizzata.

Stava per chiamare un'ambulanza, quando Davide emise un lamento.

<<Davide! Tesoro! Oddio, Davide! Cos'è successo? Dov'è Alice? E Mosi? Hanno preso i soldi? Cosa ti hanno fatto?>>

Davide sollevò una mano, come per placare quella valanga di domande. Prese dei profondi respiri, poi disse: <<Torniamo a casa.>>

Si rifiutò di dire altro fino a quando non furono entrambi seduti all'interno della Porche argentata. Elena era dietro al volante. Le tremavano le gambe, pestava troppo bruscamente sul freno e l'auto inchiodava, dava troppo gas e il motore ruggiva, spaventandola più di quanto già non fosse.

Davide era pallido ma rifiutava di farsi vedere da un medico.

<<Non dobbiamo coinvolgere nessuno>> continuava a ripetere, come un mantra.

Alla fine, sfiancato dalle ricorrenti domande della moglie, prese un profondo respiro e raccontò tutto.

Aveva visto solo Alice. Mosi era nel fienile e lo teneva sotto tiro: così aveva detto Alice. Le aveva dato la borsa coi soldi e lei si era voltata per andarsene. Ma lui l'aveva fermata, implorandola di tornare con loro. Lei aveva iniziato a singhiozzare, dicendo che Mosi voleva che gli portasse i soldi e solo dopo averli contati l'avrebbe lasciata andare. Davide aveva insistito, l'aveva strattonata. Alice lo aveva abbracciato, sussurrando che sarebbe andato tutto bene, che sarebbe tornata a casa prima o poi e avrebbero scordato quell'orribile faccenda.

Aveva ripetuto che gli voleva bene e poi Davide aveva sentito una pressione sul volto. Un fazzoletto gli era stato schiacciato contro naso e bocca, facendogli male. Alice si era allontanata, le mani sul volto, mentre Mosi alle sue spalle stringeva Davide in una morsa ferrea. Le immagini si erano trasformate in sagome, i colori si erano appannati e poi all'improvviso era piombata l'oscurità.

Nessuno più parlò fino a quando non arrivarono a casa. Una volta parcheggiato nel vialetto rimasero fermi, senza guardarsi.

<<Non la rivedremo più>> sussurrò infine Elena e le lacrime a lungo trattenute traboccarono.

Davide le strinse una mano, ma la lasciò subito, come se non avesse la forza di consolarla. Scese dall'auto e la lasciò sola. Sola con le sue parole, le sue domande, la sua disperazione.

Mistero in riva al lagoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora