14.

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Dopo la serata trascorsa a fumare con Robin, passai diversi giorni a evitare Eddie. A scuola non appena vedevo in lontananza una chioma ribelle cercavo di defilarmi in un battibaleno. Ero anche alquanto brava.
Schivare le persone e cercare di essere invisibile stavano diventando le mie specialità.

Sembravo una sciocca poppante? Certamente. Potevo evitare di fare altrimenti? Assolutamente no.

Uno dei motivi per cui avevo accettato di buon grado di trasferirmi a Hawkins era stato anche il fatto che qui sarei stata lontana dalla musica e al sicuro dalle tentazioni. O almeno così credevo.

Con il lavoro al Neil's Records avevo cominciato un avvicinamento soft, ricollegandomi alla mia vecchia vita, anche se in maniera molto più blanda, mentre con l'assistenza continua a un gruppo rock/metal sarei rientrata a capofitto in dinamiche che avrei preferito tenere lontane.

Altro che approccio graduale. Quello sarebbe stato un triplo salto carpiato nel bel mezzo dell'oceano in tempesta e non sapevo se sarei stata in grado di reggere il colpo.

Di conseguenza, passavo le giornate alternandomi tra scuola, studio e lavoro in negozio. Ritmo ripetitivo e incalzante, ma almeno mi costringeva a non pensare.

Robin ormai era rassegnata e per fortuna né lei né Steve avevano provato a reintrodurre l'argomento tabù nelle nostre conversazioni.

Quest'ultimo passava spesso le serate da solo. I genitori erano sempre in giro per lavoro, lasciandolo a fare i conti con il silenzio in una casa troppo grande per una sola persona. Quella sera, infatti, aveva deciso di organizzare una cena con tutta la compagnia. Invece, uno dopo l'altro, i ragazzi lo avevano snobbato senza pietà. Avevano preferito rifugiarsi nel seminterrato dei Wheeler per giocare al loro strambo gioco.

A questo proposito, lo svitato era venuto a prendere mio cugino a casa e io mi ero trincerata in camera mia come se stessi per affrontare una battaglia. Da sotto arrivavano risate, passi frettolosi, persino un "Dustin, muoviti!" urlato con entusiasmo. Io me ne restai immobile per tutto il tempo, quasi trattenendo il respiro.

Una cavolo di bambina, per l'appunto, ma con un talento da ninja nascosta, pronta a non farsi scoprire.

Io e Robin arrivammo da Harrington per ora di cena. Bussammo e lui ci venne ad aprire con ancora indosso un grembiule da cucina con ricami a fiori. Facemmo entrambe un sorrisino.

Le porte si spalancarono su un enorme ingresso, con il pavimento lucido che rifletteva la luce del lampadario a goccia. Le pareti rivestite di quadri antichi e scaffali colmi di libri parlavano di un mondo che era troppo distante da noi. Il riflesso dei vetri delle finestre dava alla stanza un'aria quasi austera. Eppure, nonostante tutto, c'era qualcosa di familiare nel calore che il nostro ospite emanava. Un'umanità buona che faceva sembrare quella grande villa vuota meno distante.

«Cavolo, allora abbiamo ragione a chiamarti mamma.» sbuffai ridendo, tirandogli una spallata leggera.

«Mamma Steve ho tanta fame, cosa ci hai preparato di buono?» lo salutò Robin, mettendosi un dito in bocca come i neonati.

Scoppiai a ridere, mentre il nostro ospite ci fissava con la bocca semiaperta e le sopracciglia sollevate, rassegnato.

«Pulitevi le scarpe.» ci intimò minaccioso, puntandoci lo strofinaccio sporco di sugo addosso.

«Agli ordini!» ci mettemmo sull'attenti e passammo più volte le scarpe sullo zerbino prima di entrare.

Ci accomodammo sul divano, entrambe ben decise a non muovere nemmeno un dito per aiutarlo.

«No, ma grazie. Mica ho bisogno di aiuto.» continuò lui dalla cucina quando si accorse che nessuna delle due si stava mostrando collaborativa.

Infatti, ridacchiammo ma rimanemmo al nostro posto, schiena contro schienale e mani in grembo.

Take on me - Eddie MunsonLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora