Mi trovavo accanto al lago Michigan ghiacciato. A terra la neve rendeva tutti i rumori ovattati. I miei passi scricchiolavano sul manto bianco. Camminavo in avanti, senza una direzione precisa. Mi soffiai sulle mani per riscaldarmi e in quel momento mi accorsi di avere la mano destra fasciata. La girai per sincerarmi meglio. Bende bianche fissate da ferretti. Spostai lo sguardo in basso sul mio corpo. Un camice da ospedale azzurrino con stampe a fiori mi ricopriva fino quasi al ginocchio. Il cotone leggero svolazzava lasciandomi la schiena aperta e facendomi provare un freddo micidiale. Provai a muovere le dita ma erano serrate e ogni minimo movimento mi causava dolore in tutto il corpo. Urlai ma non uscì nessun suono. Solo nuvole di vapore che condensavano le mie grida in nebbiolina leggera.
Mi svegliai di soprassalto. Avevo fatto l'ennesimo incubo. Ormai erano due anni a questa parte che non trascorrevo più una notte tranquilla. Dormire tutta la notte ininterrottamente? Potevo scordarmelo. La separazione dei miei genitori aveva dato il via alla mia insonnia, che era aumentata, aggiungendoci il carico di incubi, con l'incidente alla mano.
A volte nei sogni riuscivo ancora a suonare la chitarra come una volta. Salivo sul palco e intrattenevo il pubblico con i miei assoli. Sultans of Swing dei Dire Straits era il mio cavallo di battaglia. Ma poi c'era sempre qualcosa che mi disturbava: ora un suono distorto, ora un faro troppo accecante, ora urla di rabbia dal pubblico o peggio ancora risate, risate a non finire.
Ed era allora che mi risvegliavo coperta di sudore, piena di vergogna e di amarezza.
Provai a stringere il pugno, ma non riuscii a chiuderlo completamente. Ormai era diventata una routine mattutina. Ancora prima di prendere il caffè, tentavo di svolgere gli esercizi di riabilitazione che mi aveva dato l'ortopedico. Li trovavo alquanto inutili e fastidiosi, infatti, dopo un paio smettevo.
Sospirai e decisi di alzarmi prima di farmi schiacciare dai pensieri dolorosi.
Lentamente scesi dal letto e scelsi cosa indossare per quel giorno: optai per un paio di jeans con sopra un maglioncino a V blu e i miei immancabili stivaletti neri Dr. Martens, comprati a Chicago, che ormai cominciavano a mostrare ben più di un segno di usura. Con il mio bottino tra le mani, entrai in bagno per una lunga doccia ristoratrice.
Il calore dell'acqua mi aiutava a rilassarmi dopo le notti insonni. A volte mi mettevo anche a canticchiare qualche canzone degli Smiths, ma evitavo di urlare perché non avevo mai amato la mia voce. Ero molto meglio come musicista che come cantante.
Forse stetti un bel po' sotto la doccia, perché insieme allo scroscio dell'acqua cominciai a sentire bussare in maniera insistente alla porta.
«Sallyyy! Vuoi darti una mossa? Mamma non ci aspetta in eterno.»
Anche in questo caso la dolce voce di mio cugino, mi stava esortando a sbrigarmi.
«Arrivooo.» gli urlai di rimando.
Uscii di corsa in accappatoio, mi vestii e raccolsi i capelli in una coda alta, trascurando qualche ciocca ribelle per fare in fretta. Non mi truccai nemmeno, misi solo un po' di mascara e un po' di lucido sulle labbra.
Appena scesa di sotto, agguantai un waffle e, dopo aver afferrato la giacca di pelle, mi richiusi l'uscio alle spalle.
Avevo bisogno di caffeina, ma la mia lunga permanenza in bagno mi aveva impedito di assumerla. Sospirai e mangiucchiai la mia colazione, cercando di non strozzarmi per quanto fosse secca.
Sul sedile anteriore zia canticchiava una canzone dei Beatles, mentre Dustin ripeteva la lezione di fisica. Era un vero secchione. Alzai gli occhi al cielo e indossai le cuffie del mio walkman. Le note di Under Pressure dei Queen e Bowie cullarono il mio viaggio.
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Take on me - Eddie Munson
Fanfiction[Storia Completa] Se amate la musica degli '80s e Stranger Things questa è la storia che fa per voi. Hawkins. Autunno 1985. Sally Henderson vive da quasi un anno a casa di sua zia e suo cugino Dustin a Piney Wood Drive. Trascorre le sue giornate...
