Quel sabato mattina mi svegliai prima che suonasse la sveglia. Restai a fissare il soffitto, le ombre delle tende che respiravano sul muro della stanza in strisce ondulate, ci giocai un pochino con le mani e il mio sguardo venne catturato dalla mano destra, piena di cicatrici sul palmo. La allontanai subito.
Sospirai e in quel sospiro racchiusi tutta la mia frustrazione. Dovevo smettere di fare la bambina e affrontare le mie paure.
La conversazione della sera prima con Steve mi era servita molto e convenni che non potevo procrastinare ulteriormente la decisione: sarei andata a casa di Eddie e gli avrei detto quello che avevo intenzione di fare con la sua proposta, una volta per tutte.
Per fortuna, non dovevo andare al negozio quel giorno: la settimana precedente avevo coperto quasi tutti i turni di Steve. Così, anche se non ero molto abituata, a causa del ritmo frenetico delle ultime settimane, avrei finalmente avuto una giornata tutta per me.
Andai in bagno per concedermi una doccia rilassante. Il rumore dell'acqua, il vapore che appannava lo specchio, la musica che usciva dallo stereo contribuirono a creare l'atmosfera distesa di cui avevo bisogno. Intanto i pensieri scorrevano liberi e dentro di me si faceva sempre più chiara una certezza: dovevo riprendere in mano la mia vita. Magari in quella sana, pensai con ironia mentre provavo ad aprire e chiudere il pugno destro.
Quando piegai le dita, delle fitte mi attraversarono il palmo. Rimasi un attimo immobile, aspettando che passasse. Poi ripresi a muoverle, una per una, come se dovessi convincerle (e convincermi) a non cedere.
Tornai in camera e mi fermai davanti all'armadio, scegliendo con cura cosa indossare: jeans neri strappati, maglioncino verde militare, giacca di pelle. Alla vita annodai una camicia a quadri bianchi e neri; ai piedi invece i miei immancabili anfibi.
Decisi di non truccarmi. Poi, scesi di sotto.
«Dove te ne vai così presto?» mi chiese Dustin stropicciandosi gli occhi dal sonno, mentre si versava dei cereali colorati in una tazza.
Era appena sceso per fare colazione. In effetti, non avevo considerato che fossero a malapena le dieci del mattino e forse il freak stava ancora dormendo, dopo la serata trascorsa a fare le ore piccole con il loro gioco da nerd.
«Avete fatto tardi ieri sera?» evitai la sua domanda, facendogliene un'altra.
«Sì, abbastanza. La signora Wheeler ha dovuto dirci di smetterla. Ci siamo divertiti tantissimo, però.»
«Sono contenta.»
«Sai, mi manca molto Will e manca tanto anche a Mike e Lucas, anche se sono tutti presi chi da Jane e chi dal basket.» rivelò a mezza voce.
«Mi dispiace, baby. Mi ricordo di Byers quando venivamo qui per le feste. Mi è sempre piaciuta la sua fantasia: disegnava e raccontava delle bellissime storie.»
«Già.» sospirò. «Sai però che anche Eddie è bravissimo come Dungeon Master? Le sue avventure sono più complesse e difficili di quelle che organizzavano Will o Mike, ma ricchissime di dettagli pazzeschi!» e nel pronunciare quel nome gli si specchiò la gioia negli occhi.
Mio cugino ne parlava come un eroe: con gli occhi spalancati e il sorriso pronto. Mi chiesi se avesse mai intravisto anche l'altro lato, quello che non finirebbe mai su una scheda personaggio D&D.
Scacciai il pensiero. Non era il caso di rovinargli quell'entusiasmo limpido che gli brillava in faccia ogni volta che lo nominava.
«Ah, sì?» feci la vaga, ma solo a sentire quel nome mi era partita un po' di ansia.
«Sì, ieri è stato un master fenomenale. Spero che continui la sua campagna presto.»
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Take on me - Eddie Munson
Fanfiction[Storia Completa] Se amate la musica degli '80s e Stranger Things questa è la storia che fa per voi. Hawkins. Autunno 1985. Sally Henderson vive da quasi un anno a casa di sua zia e suo cugino Dustin a Piney Wood Drive. Trascorre le sue giornate...
