(present)
Sono appena le quattro del pomeriggio e fuori il tempo è limpido. Le persone in lontananza accompagnano bambini al parchetto qui vicino, i miei coetanei escono all'aria aperta dopo tanti mesi di freddo passati nei locali. Mi godo un assaggio di questo paesaggio soleggiato, una promettente anteprima di quest'estate, dall'aula addebita allo sportello d'ascolto.
"Di cosa parlate di solito? Vi capita mai di parlare dell'incidente?"
La voce della signorina Richardson in un qualche modo sposa bene la mia visuale dalla finestra. E' femminile, pacata quando non si agita. Se non fosse la mia psicologa le chiederei di cantarmi qualcosa.
Non mi volto verso di lei, continuo a guardare fuori, una mano distrattamente aggrappata alla maniglia in ottone. "No, mai. Lui non solleva l'argomento e di sicuro non lo faccio io. E poi a cosa ci servirebbe? Non è come se potessimo cambiare le cose."
Se fossi un ascoltatore più attento avrei sentito il frusciare delle pagine tra le mani della signorina Richardson, avrei notato il nuovo fascicolo a mio nome.
Passa più silenzio di prima tra una domanda e l'altra.
"Voglio chiederti una cosa, Yoongi, ma devi rispondere sinceramente e senza pensarci troppo. Credi che il ragazzo che hai conosciuto al mare e quello riflesso nello specchio siano la stessa persona?"
Mi volto verso di lei, i cinguettii spensierati e gli schiamazzi dei bambini che passano in secondo piano. La voce mi esce meno forte di quanto avrei voluto.
"Certo."
"E come pensi sia possibile?"
"Forse" dico, cercando la frase che non mi farà sembrare uno che si è visto troppe commedie romantiche. "Forse ha trovato un modo per contattarmi, per darci la possibilità di conoscerci meglio."
"Quindi continui a scoprire nuove cose su si lui, impari sempre qualcosa di nuovo. Oppure conferma solo cose che sapevi già?"
"Cosa sta implicando, signorina Richardson?"
"Sei un tipo religioso? Credi nella magia?"
"Non vedo cosa centri adesso."
Ormai ho dimenticato i colori fuori dalla finestra e dalla scuola. Ad ogni domanda viene aggiunto un chicco di pressione sul mio petto. Arriverò al punto di doverli comprimere verso il basso per farcene stare altri, fino a quando non mi riempiranno la trachea.
"Cosa c'è sotto la superficie dello specchio?"
"Jimin." rispondo prontamente.
"Jimin è morto."
L'inflessibilità nella sua voce mi spranga lo stomaco. Decine di chicchi vengono rigettati fuori.
I suoi occhi chiari non battono ciglio, sostengono il mio sguardo.
Ai pochi telegiornali che non ho fatto in tempo a spegnere si riferivano all'accaduto con parole riguardevoli, delicate, come ci ha lasciati, è deceduto. Nessuno lo aveva mai detto in modo così diretto, senza giri di parole.
Morto. Breve e coinciso. Morto e basta.
Il mio silenzio deve star gratificando la signorina Richardson perché rincara la dose: "Quella risposta non è plausibile, trovane un'altra."
"Non c'è un'altra rispost-"
"Yoongi, è morto, okay? Sai cosa significa? Non respira più, il suo cuore non pompa sangue. Proprio adesso il suo corpo sarà sottoterra, come può essere allo stesso tempo nel tuo specchio?"
"Non crede che ci abbia già pensato e ripensato? Se avessi una risposta a tutte le sue stupide domande adesso non ci troveremmo qui. Visto che lei la sa così lunga, cosa ci sarebbe sotto il dannatissimo specchio, sentiamo. Perché io continuo a vederlo e parlarci quotidianamente?"
La voce mi si è alzata un pelo in più del dovuto, la mia faccia già rossa di quella che chiamerei rabbia. Ovviamente, lei risponde fuoco al fuoco.
In men che non si dica stiamo litigando.
"Perché tu lo volevi. Volevi così tanto che fosse vivo che la tua testa ha fatto su tutto questo. E' un'allucinazione, Yoongi, non è reale. Una volta che l'alcool ti ha dato lo spunto il tuo cervello ha completato l'opera."
Quasi ruggisco sopra la sua voce isterica. "Ma non hai mai ascoltato una singola parola di quello che ti ho detto?"
I convenevoli del darsi del lei possono andare a farsi benedire. Non riesco più a star appoggiato alla finestra, i miei piedi si piantano di fronte alla scrivania, il mio corpo in tensione, i pugni nelle mie mani stretti. Pure la signorina Richardson scatta in piedi, probabilmente non apprezzando la sensazione di esser guardata dall'alto verso il basso. Inizia a trafficare con la cartellina nera che so essere del mio caso.
"Io non ho i titoli giusti per diagnosticarti, ma è indubbio che sei malato. Il mio intervento non è abbastanza, hai bisogno di vedere un professionista."
Questo sembra separare entrambi da due lati diversi del ring, una tregua dichiarata.
Guardo quel suo viso giovane e curato, le sue sopracciglia fini corrugate, gli occhi lucidi, e ci piazzerei un ceffone. Ho sempre saputo che era una poco di buono, non dovrei sentirmi così deluso.
Mi sarei dovuto tenere tutto per me dall'inizio.
"Pensavo tu capissi."
"Yoongi," Se ripete il mio nome un'altra volta con quel tono di pietà giuro che non rispondo più di me. "sii ragionevole. Me l'hai detto tu stesso che sei un tipo pratico, che non ami i sentimentalismi: usa la logica."
"Non sai niente di lui."
Batte inaspettatamente un palmo sulla scrivania, facendomi sobbalzare. Parte quasi urlando ma finisce con un bisbiglio. "Park Jimin è morto il ventisei agosto del duemiladiciassette, non mi serve sapere altro. Non so chi tu abbia visto per tutto questo tempo, ma non era lui."
Se potessi essere più raggelato di così, lo sarei.
La voce mi resta incastrata in gola, gli angoli della bocca tirano verso il basso, ho mal di testa. "Io non ho mai menzionato il suo nome per intero."
Almeno la signorina Richardson ha la decenza di abbassare lo sguardo mentre dispone sulla scrivania un plico di fogli, la foto della carta d'identità di Jimin in bianco e nero che spicca tra tutti quei dati.
"Ho fatto delle ricerche. Per capire dove fosse la radice del problema avevo bisogno di sapere se quello che mi hai raccontato è realmente accaduto od era tutto inventato di sana piant-"
"Non ne avevi il diritto."
Lei mi guarda di nuovo negli occhi, l'espressione più adulta che io le abbia mai visto sotto tutto quel trucco. Sembra ricomporsi, soddisfatta di aver finalmente esposto le sue constatazioni, anche se crudeli. "Quando si tratta di salute mentale si, ne avevo il pieno diritto."
Se potessi scomparire in un tripudio di tuoni e fulmini lo farei. Avrei voluto che premesse un'ultima volta delle parole più taglienti su di me, in modo da farmi scoppiare, da lasciarmi deliberatamente libero di dar giù di testa. Invece ha usato parole educate, si è fermata un passo prima di varcare il limite. Il taglio è solo un forellino che mi fa sgonfiare una molecola d'aria alla volta.
Per scomparire mi limito a varcare la porta.
Dopo essere uscito da scuola ho preso l'autobus per poi realizzare che l'ultima cosa che volevo era farmi un viaggio di venti minuti in compagnia di una trentina di persone. Così sono sceso alla prima fermata e me la sono fatta a piedi.
Stanco e sudato mi trascino fino alle scale che portano al piano superiore di casa mia, senza salutare mamma di cui intravedo i capelli dallo schienale del divano. Quando passo davanti alla camera dei miei posso sentire il russare di mio padre.
La porta di camera mia è aperta, più ordinata di quanto l'ho lasciata questa mattina. Mi aggrappo agli stipiti.
Non so se entrare.
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Inghiottito dal Mare, Rapito dalla Luna - UNDERNEATH THE MIRROR (BTS Yoonmin)
Fanfiction[Il cartaceo di "Inghiottito dal Mare, Rapito dalla Luna" è già disponibile su Amazon!] Yoongi è costretto dalla madre a frequentare una psicologa da quando i suoi comportamenti lasciano intendere che in lui ci sia qualcosa di profondamente sbagliat...
