(present)
"Abbiamo preso tutto? Il biglietto lo hai a portata di mano?"
Sono le ultime parole che riesco a registrare mentalmente prima di sentirmi le gambe cedere. Finisco a terra, nel bel mezzo dell'aerea dedicata al check in dell'areoporto.
Non posso dire che non mi avevano avvertito; Taehyung mi ha ripetuto di mangiare qualcosa fino allo sfinimento, deciso a non farmi saltare un solo pasto in più da quando siamo partiti ieri mattina. Un calo di zuccheri mi sembra il minimo.
Qualcuno deve aver aiutato il mio amico e le sue braccia debolucce a sdraiarmi su una fila di sedie nella sala d'attesa, la mia testa poggiata su di un borsone. Quello stesso qualcuno deve essere nei paraggi mentre Tae è andato di corsa a svuotare il primo distributore di snack che gli capita sotto tiro.
Almeno abbiamo fatto bene a dirci che l'anticipo con cui saremmo andati all'areoporto non è mai troppo. Se si fosse presentato questo contrattempo durante una disperata corsa verso l'area d'imbarco non saremmo partiti mai più.
Il nostro aereo partirà entro mezzogiorno.
Poi a mai più, Nessunposto.
A mai più, signora Park.
A mai più, Jimin.
Ci si libera una volta per tutte di ogni dispiacere e poi si torna a casa per ricominciare da zero. Facile, no? Semplice.
Quante cazzate.
L'unica cosa che ricomincerò quando sarò a casa sarà l'ospedalizzazione. Altrimenti non so come altro fare per liberarmi di quella che a quanto pare è la novità nel campo manifestazioni e persecuzioni che i miei occhi mi stanno proponendo.
Mi è bastato aprire le palpebre, la mia visuale distorta dalla mia posizione orizzontale. Non so esattamente dove la mia testa si ubichi in questo momento; è un delirio o un sogno?
Dai contorni troppo nitidi di tutto ciò che mi circonda direi la seconda opzione. Per questo e solo per questo cedo alla tentazione e mi metto seduto, la testa che non mi gira più. Se si fosse trattato di un delirio, di un'illusione, sarei dovuto rimanere al mio posto e fare finta di niente per non creare disagi a nessuno.
Ho proprio visto bene, non mi sbagliavo.
Le mie attenzioni sono rivolte al di là delle decine di passeggeri che girano con le loro valigie a destra e manca, al di là delle numerose lingue che non riconosco, al di là della voce robotica proveniente dagli altoparlanti.
Proprio dalla parte opposta rispetto a quella in cui mi trovo io, in prossimità delle porte scorrevoli che accolgono le persone all'interno del grosso edificio, intravedo una chiazza arancio, una figura piccola piccola sottostante.
Non troppo piccola, però, perché altrimenti non sarei in grado di riconoscerlo da qui.
Me lo aveva detto che sarebbe venuto a prendermi all'areporto.
Le lacrime che subito mi solcano le guance, accumulate per così tanto tempo che oramai non possono fare a meno di sfuggirmi alla prima occasione, non riescono neanche a colarmi sul mento da quanto sto improvvisamente correndo veloce. Ho perso il passaggio in cui mi sono alzato in piedi.
Le facce delle persone, le cose, tutto si agglomera in un'indistinta cornice agli angoli dei miei occhi, un corridoio che punta verso una sola direzione. Più la distanza si accorcia più metto a fuoco Jimin. La luce del giorno proveniente da fuori lo illumina delicatamente da dietro, lascia metà del suo corpo in ombra.
Devo correre più veloce. Lo devo raggiungere prima che il sogno sfumi e torni la realtà.
Non mentivo quando ho detto ai miei genitori, al mio dottore, a tutte le persone che si prendono cura di me e che sono al corrente di questa storia che ho smesso di cercarlo da tempo; ho davvero ignorato qualsiasi specchio mi rivolgesse la parola, ho alzato il volume della radio quando le voci che mi parlavano non avevano un corpo.
Ma è l'ultima volta, lo giuro. Lo giuro, lo giuro. Poi metterò la testa a posto, aprirò gli occhi e troverò un modo per reinserirmi in quella che un tempo era la mia vita ordinaria divisa tra amici, scuola, basket e musica. Niente specchi, niente mare, niente occhi, niente Parentesi, niente niente.
Ma per favore, un ultimo saluto prima di andare.
Non rallento e la luce delle vetrate finalmente ingloba anche me.
Le braccia di Jimin si aggrappano tenaci alla mia schiena quando mi fiondo su di lui. Non so chi dei due si stringa di più all'altro. La mia fronte sfrega sulla sua spalla, la sua mandibola contro il mio collo, solida, fisica. Sono sicuro di fargli male con le mie dita conficcate nelle scapole.
La nostra presa è così salda, come quella di due mani che combaciano; i palmi non possono essere attillati uno all'altro nella maniera più totale, ma le dita premono il tutto insieme, le giunture tra le falangi che quasi fanno male tanto lo sforzo di ridurre le distanze al minimo, fregandosene del fatto che la carne non possa essere trapassata.
Tutto questo è così reale, così vero. Se tengo gli occhi chiusi non vedo quella sorta di eccessiva vividezza od offuscamento di certe parti del sogno in cui mi sono immerso. Sento solo un corpo premuto contro il mio, i raggi tiepidi del sole sulle braccia.
Non mi accorgo di star singhiozzando fino a quando i palmi di Jimin non iniziano a formare cerchi sulla mia schiena, le sue mani che poi risalgono alla mia nuca per lisciarmi i capelli. La sua bocca sorridente si poggia all'estremo della mia guancia umida, quasi sull'orecchio. Mi bisbiglia uno shh, gentile.
Dopo dieci mesi d'inferno il mondo riacquisisce il filtro giusto.
Non importa che già a partire da domani dovrò essere forte e trovarmene un altro. Non importa.
Quando Taehyung torna dalla sua spedizione alla ricerca di cibo, stringendo tra le mani una quantità indefinita di barrette ipercaloriche, mi ritrova nella stessa posizione in cui mi aveva lasciato, il mio viso sepolto contro la stoffa ruvida del borsone.
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Inghiottito dal Mare, Rapito dalla Luna - UNDERNEATH THE MIRROR (BTS Yoonmin)
Fanfiction[Il cartaceo di "Inghiottito dal Mare, Rapito dalla Luna" è già disponibile su Amazon!] Yoongi è costretto dalla madre a frequentare una psicologa da quando i suoi comportamenti lasciano intendere che in lui ci sia qualcosa di profondamente sbagliat...
