Capitolo 32

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Paine era seduta su una vecchia lettiga impolverata, respirava l'aria stantia della cantina chiedendosi come riuscisse ad avvertire ancora il delicato profumo dell'aria. Il suo cuore batteva ancora, ma trasportava altro nutrimento ai tessuti, la stessa energia che scorreva nelle vene di Robert. Si mise una mano sul petto e ascoltò contro la mano il battito calmo del proprio cuore.

Robert era accovacciato al suolo, in attesa che la figura dinnanzi a sé si svegliasse. Avevano posizionato Jack davanti alla porta blindata che sostituiva il vecchio cancello delle cantine, là dove tutto era iniziato.

Il muro attorno alla porta, così come una buona parte della stanza, era ricoperto da crepe profonde e da incrostazioni, dovute alla potenza che si celava oltre la porta e che si era manifestata qualche mese prima, quando Jack era stato lì per la seconda volta.

«Forse sarebbe meglio se agissimo prima che si svegli.», suggerì Paine.

«Lo sai che non possiamo, deve essere lui a piombare nella dimensione e non potrà farlo se dorme.», le ricordò.

La voce di Robert era come un delicata carezza alle sue orecchie e si chiese ancora cosa avrebbe fatto se fosse morta quel giorno. Ripensò ai momenti terribili che avevano preceduto l'esplosione: si era sentita avviluppata dalla morte, sprofondata in un sonno senza ricordi, privata per sempre dalla presenza dell'uomo che amava. In quei brevi istanti che avevano preceduto la fine, si rese conto per la prima volta di come sarebbe stata la sua vita senza Robert e cosa, invece, avrebbe patito l'uomo: un'eterna sofferenza di rimpianto e dolore. Ma la vita era tornata con prepotenza in lei, il dolore era sparito, purtroppo solo momentaneamente perché la deflagrazione le dilaniò il corpo. Quando Robert le si era avvicinato con il viso stravolto dal dolore e dalla disperazione, avrebbe desiderato allungare un braccio e asciugargli le lacrime – lui che non aveva mai pianto – e dirgli che stava bene, che non le era accaduto nulla. Ma non aveva potuto: era paralizzata. E quando aveva ripreso possesso di sé e Robert l'aveva stretta tra le braccia aveva capito che niente e nessuno le avrebbe più portato via quell'amore.

L'Ordine di Raguel, pensò, era finito per sempre. Jack aveva distrutto le sue fondamenta con la propria cocciutaggine, mentre invece avrebbe potuto risparmiare la vita a migliaia di innocenti se si fosse arreso subito al proprio destino. La Chiesa si era occupata delle altre sedi. Paine aveva atteso per giorni che la lettera spedita giungesse a don Samuele. Il prete, contro ogni peggiore auspicio, aveva letto la lettera più e più volte, anziché gettarla via – pensando che si trattasse di uno scherzo.

In essa Paine gli aveva rivelato la sua vera identità e gli aveva chiesto di entrare in contatto con le alte sfere e consegnare la mappa che ella stessa aveva tracciato, su cui erano posizionate le località in cui l'Ordine aveva le proprie sedi. Tutte tranne una: quella di Roma. Era Paine che voleva occuparsi di loro – ignorando tuttavia che l'esplosione avrebbe rallentato il suo piano. Ma quell'esplosione era stata un bene, perché le aveva fatto comprendere chi fosse il vero responsabile dello squarcio tra le due dimensioni.

Don Samuele aveva mostrato la lettera ad un superiore e in meno di due settimane era giunta nelle "giuste" mani.

Un suono gutturale emerse dalla gola di Jack, che si mosse lievemente.

Paine scese dalla lettiga con un salto. «Ci siamo, si sta svegliando.»

Robert indietreggiò, lasciandolo solo davanti alla porta blindata chiusa. Intrecciò le dita in quelle di Paine e attese in silenzio solenne che l'uomo riprendesse i sensi. Era stato lui a colpirlo alla testa, forse in maniera troppo brusca, e a trasportarlo nel nodo più vicino alla Sede dell'Ordine.

Jack riaprì gli occhi e si mise a sedere. Vide il cancello davanti a sé e impallidì. «No...» Si issò, barcollando, si voltò di scatto e vide i due lì, pronti a bloccarne una possibile fuga. «Toglietevi, fatemi passare!», strepitò.

Paine scosse la testa, ma non disse nulla. La porta alle spalle di Jack si aprì e la dimensione dei vivi lasciò spazio a quella dei morti.

Jack avvertì una potente energia dietro si sé e capì cosa stesse per accadere. Chiuse gli occhi e piagnucolò frasi incomprensibili.

Paine vide le lingue di fumo arrampicarsi lungo il muro e annerirlo, bruciarlo, contorcerlo. Prima fu lento, come se stesse prendendo confidenza con l'ambiente circostante, poi le lingue sfiorarono l'aria che circondava Jack e furono colte da uno spasmo. Si ritrassero appena e circondarono la figura dell'uomo. Lo studiavano con minuzia, come se Jack fosse una preziosa statua di porcellana da maneggiare con cura.

Jack emise un urlo potente, che parve squarciare l'ambiente, quando vide le appendici nere dell'oscurità; provò a ribellarsi colpendole con pugni e calci. Finalmente ebbe il coraggio di voltarsi verso lo squarcio e di affrontare la realtà. L'orrore gli riempì lo sguardo quando comprese di non poter fare nulla. Dietro quella voragine c'era il vuoto assoluto, uno squarcio nero e profondo che lo reclamava e in esso avrebbe trascorso l'eternità. Le lingue lo avvilupparono come tentacoli e lo tirarono verso l'apertura. L'uomo, in un ultimo e disperato tentativo di salvarsi, si aggrappò con tutte le forze alla porta blindata, ma invano, perché questo velocizzò la sua fine. La porta si chiuse, spingendolo nel baratro senza ritorno.

Nell'istante in cui il cancello fu sigillato, tutto tornò come doveva essere.

L'Angelo della MorteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora