Capitolo quarantatré

5.5K 360 112
                                        




«Potresti portarmi un caffè?» Domandò con voce flebile, bramoso.

«Ah, non se posso...» Temporeggiò Camila, morsicando una pellicina sulle labbra screpolate dal vento algido.

«Oh, andiamo. Che male può farmi un caffè?» Inarcò un sopracciglio Mike, incorniciando lo sguardo in un ritratto d'eloquenza allo stato puro.

«Aspetti qui.» Sospirò.

La cubana si alzò silenziosamente, si immise nel corridoio e perlustrò entrambe le ali. Vuoto. Nella tasca tastò qualche spicciolo, l'occorrente che bastava per raggiungere la somma desiderata. Svoltò l'angolo verso destra, superando un carrello d'emergenza isolato e una flebo senza liquido. La macchinetta era proprio in fondo a quel corridoio. Si accertò che nessuna infermiera fosse di ronda, poi, sicura del momento scevro di pericoli, si accostò rapidamente e con passo felpato alla macchinetta; si apprestò a far scivolare i soldi nella fessura e schiacciò il pulsante con su scritto "caffè espresso." Con la gamba dondolò nervosamente, guardandosi attorno, sperando che nessun dottore peregrinasse proprio in quel momento. Il bip acustico segnò la fine della sua agonia. Prelevò il bicchiere e velocemente tornò nella stanza di Mike, accorgendosi solo quando gli porse la bevanda del leggero bruciore che le arrossava i polpastrelli.  

Mike afferrò il bicchiere come fosse nettare. Annusò il vapore emanato ad occhi chiusi, gratificato da quel profumo che quasi aveva dimenticato. Sorseggiò lentamente la caffeina, quasi a rallentatore, non perché scottasse, quello passava in secondo piano. Era il sapore che si spandeva sulle papille gustative a solleticarli i peli sulla nuca. Sembrava un bambino che mordeva per la prima volta una barretta di cioccolato.

Camila rimase in silenzio durante il rituale, rispettando le tempistiche dell'uomo, senza interferire in alcun modo. Mike emise un sonoro "Ah", rinfrancato da quell'avvolgente miscela che sapeva di anni in ufficio e colazioni con Clara.

«Ora si che si ragiona.» Sorrise esaltato, poggiando il bicchiere in grembo mentre passava la lingua sul labbro per non perderne nemmeno una goccia.

«Grazie, Camila.» Si voltò di scatto, sorridendo solidale quasi fosse la sua compagna di scorrerie.

«Si figuri.» Abbozzò un'inflessione generosa la cubana.

«Anche per questo piaci a Lauren.» Ammiccò Mike, piantando qua e là dei semi.

Camila inspirò profondamente e si risparmiò dal rispondere sigillando le labbra in un'increspatura inespressiva. «Vogliamo riprendere a giocare?» Cambiò discorso, come faceva ormai da cinque giorni, tempo in cui si era presentata abitualmente nella stanza 27, con il beneplacito delle infermiere che le permettevano di sforare di qualche ora l'orario di visita, così Clara era contenta di poter andare a trovare il marito e non insinuava nessun presunti tradimento, e Camila si asteneva dall'incappare in un membro Jauregui che non fosse Mike.

Ripresero la partita. Mike le aveva mangiato la torre e un alfiere, mentre la cubana il cavallo è una torre. Gli occhi della donna erano concentrati sulla scacchiera, la faccia testa e le labbra arricciate. Mike più la guardava più non riusciva ad arginare l'impulso di annaffiare i suoi germogli.

«Quando me ne andrò, vorrei che ci fossi tu accanto a Lauren.» Stavolta non ci andò per il sottile.

La cubana non sollevò lo sguardo dal gioco. Mosse la pedina in avanti, facendo cadere la seconda torre di Mike.

«Insomma, sei in gamba, intelligente, bella e stoica. Non potrebbe trovare di meglio.» Rincarò la dose l'uomo, ma la cubana non lo degnò nemmeno di uno sguardo. Troppo impegnata a calcolare e studiare le mosse avversarie e pianificare le proprie.

TowersDove le storie prendono vita. Scoprilo ora