Capitolo 22

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29 Dicembre 1830


Provò quasi vergogna mentre camminava nei pressi della cittadina; aveva bisogno di muoversi per allontanare l'amarezza del giorno precedente ma si teneva pur sempre lontano dagli occhi dei popolani. Nonostante fosse coperto, chiunque ormai l'avrebbe riconosciuto; in un giorno la notizia avrebbe percorso ogni vicolo e alimentato altrettante discussioni.
Il suo disagio lo spinse in un primo momento a dirigersi verso casa, ma sentiva un urgente bisogno d'annegare i propri pensieri nell'ebbrezza e si sentì stanco e sopraffatto da quel suo agire, come se fosse solo un'ombra.
Giunse nei pressi di una locanda lasciando il capo scoperto. Bussò più volte alla porta del locale e fu accolto dal signor Durand, il proprietario.
Non appena fu entrato, il borbottare degli ospiti fu interrotto dalla sua presenza e riprese dopo pochi lunghi attimi. Non ordinò nulla oltre al suo vino e si sedette al proprio tavolo.
Tutti lo fissavano impauriti e con disprezzo e lo si poteva facilmente intuire dalle labbra contorte e dalle ciglia corrugate.
Il silenzio piombò ad un tratto, quando entrò un nuovo ospite. Faustus subito lo guardò ed al posto del turbamento avvertì un tepore nel cuore alla vista di quei rossi capelli.
La locanda tornò ad esser piacevolmente rumorosa, Adélaïde ordinò un piatto semplice e si diresse verso l'ultimo posto rimasto, di fronte al medico.
Non appena si sedette, Faustus pensò ad un modo gentile per chiederle come procedesse la sua vita, sicuro fosse un interesse di tipo medico.
"Adélaïde, son lieto di vederla." esordì infine.
Ella si voltò, sempre con un po' di titubanza alla vista dell'uomo delle leggende. Faustus avvertì nuovamente quello strano tepore in petto che ardeva con ancor più vigore ed ebbe modo in quella notte di guardare con attenzione il suo volto, illuminato dalla luce della lanterna sul tavolo, che colorava i suoi lineamenti d'un giallo citrino.
Con una mano portò i rossi capelli su d'un lato e lasciò il viso del tutto scoperto. Persino con quella luce il dottore capì che aveva il volto pallido. L'ampia fronte sormontava due grossi occhi pece nei quali il suo sguardo acuto, abituato ad osservazioni sterili, sprofondò come in un armonioso abisso coperto da flebili ciglia che richiamavano, con toni più chiari, il colore dei suoi capelli. Quel naso dalle modeste dimensioni era, invece, riposto con cura su delle labbra che parevano gli spicchi d'un frutto rigoglioso e tutta quella bellezza sembrava aver il timore di rivelarsi.
"Dottore va tutto bene?" gli chiese infine, ed egli capì con imbarazzo che non fu in grado nemmeno di udirla, assorto nel suo viso.
"Mi perdoni Adélaïde, sono un po' stanco quest'oggi." disse, abbassando subito lo sguardo.
"Sono anch'io lieta di vederla dottore."
"Mi chiami Faustus." ed egli sentì svanire, a lenti passi, il proprio imbarazzo.
"D'accordo...Faustus." disse, come se d'egli si stesse facendo beffe.
"Venendo al tavolo ho sentito la gente mormorare. Nessuno è dalla sua parte...ma non deve temere. Crede che tutta la loro cattiveria sarà ignorata da Dio, che è l'unico che può veramente giudicarci?"
La domanda fluttuava nel silenzio, senza risposta, e Faustus scelse di non affrontare l'argomento religioso per il momento: temeva di perdere anche l'ultima persona che gli era vicina.
"Potremmo mangiare insieme, mi dispiacerebbe lasciarla sola." le propose con insicurezza e lei subito si spostò per fargli spazio, come se attendesse quella proposta.
Dopo essersi seduto sentì che avrebbe voluto chiederle ogni cosa ma riuscì solo ad aprir leggermente la bocca qualche volta per prendere un po' d'aria. Iniziava lentamente a capire le motivazioni dei suoi comportamenti e recuperò il coraggio da tempo abbandonato.
"Come mai gira sola a quest'ora?" le chiese, realmente preoccupato.
"Prendevo qualcosa prima di andare da padre Jérôme."
Al sol udire quel nome il medico sentì il sangue pulsare più forte nelle tempie ma non volle rivelarle per il momento quel suo legame con il padre, forse per timore o perché, in fondo, non aveva voglia di ripercorrere i sentieri del suo dolore e la lasciò quindi parlare, senza destare alcun sospetto.
"In effetti molte volte me lo chiedo anche io", e rise, "come mai giro sempre sola per quei sentieri? A volte non le nascondo che qualcuno di questi mi turba un po', soprattutto quello che percorro ogni giorno verso l'alba, che mi porta fuori dal bosco." e si fermò un attimo, prima di proseguire.
"Deve sapere, Faustus, che io sento il bisogno di pregare, di meditare e di respirare l'aria di quella piccola chiesa che, nella mia vita, è ormai la ricchezza più grande o almeno...fino a poco fa credevo fosse la mia unica certezza." concluse con rassegnazione.
Faustus fu colpito da quelle parole; lui era un uomo devoto alla scienza, alla conoscenza ed aveva difficoltà nel rivolgersi a Dio, persino nei momenti di grande sconforto. Riusciva sempre a liberarsi dalle sue gabbie con la chiave della ragione, ma questa talvolta era la prima ad imprigionarlo.
"Io ormai non riesco più ad affidarmi a nessuna preghiera o ad alcuna speranza che io non possa in qualche modo controllare." le rivelò, ed ebbe l'impressione che potesse confessarle questo e molto altro poiché con lei iniziava, in qualche modo, a sentirsi libero.
"Cosa la trattiene dall'affidarsi a Dio, se posso chiedere?"
"Un grande dolore." rispose Faustus, guardando altrove.
Adélaïde portò la sua piccola mano sopra quella di Faustus, quasi esortandolo a proseguire.
"Deve sapere Adélaïde che un tempo non era tutto così freddo e razionale come può apparire ora. Un tempo amavo e persino mi affidavo a Dio. Trovavo anch'io nella preghiera gran conforto, proprio come lei." e prese una pausa.
"Ero innamorato di una donna...Claire. Era la mia sposa promessa e quel periodo di attesa prima della nostra eterna unione fu gioia e nient'altro. Una notte però, mentre lei e tutta la sua famiglia riposavano beatamente, scoppiò un incendio nella loro abitazione. Nessuno ancora riesce a capire come sia accaduto e, forse per questo, la ritengo una sorta di punizione, ma ancora non riesco a comprendere quale sia la mia colpa."
Faustus ormai piangeva e Adélaïde gli stringeva ancor di più la mano, ed egli fu rincuorato per qualche istante.
"Da quel giorno temo il fuoco, pensi che la notte in cui l'ho curata ho dovuto fare un grande sacrificio per accenderlo e pure stare qui è, per questo, una piccola sofferenza." e si fermò un attimo.
"...quella notte Claire stringeva il suo rosario di legno prima di essere divorata dalle fiamme e questo ha completamente reciso il filo che mi legava a Dio." e pensò fosse il momento giusto "...deve anche sapere che l'uomo che talvolta le cura l'animo è stato il primo ad aver avuto lo spirito malato; egli quasi rinnegava che Claire fosse sua sorella e passava interi mesi ad inseguire le più futili cose, lontano dalla propria famiglia."
Non riuscì più a trattenere il suo dolore e appoggiò il capo piangente sul tavolo. In un primo momento la ragazza sentì la propria vocazione vacillare ancor di più poiché non riusciva a vedere nel padre, con la stessa spontaneità di sempre, la sicurezza di cui aveva bisogno e sentì in quel momento di dover mettere da parte i propri dubbi.
Gli alzò il viso asciugandogli le lacrime col manto e portò il suo capo al proprio petto. Udendo quei battiti leggermente accelerati Faustus sentì d'essere al sicuro e lontano, in quell'attimo che bramava potesse essere eterno, da ogni dolore.

FaustusWhere stories live. Discover now