Capitolo 3 - Andrea

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Arrivo a casa finalmente, dopo uno scalo per arrivare a Roma e da lì un volo diretto di quasi dieci ore con una ragazza scappata da un ospedale psichiatrico come vicina di posto.
Capitano ovviamente tutte a me.


Lascio la valigia all'ingresso e mi butto sull'enorme divano ad angolo grigio, posizionato davanti l'enorme vetrata, ho bisogno di riposare, praticamente non sono riuscito a chiudere occhio a causa di quella matta, e considerando il fuso orario, fra poche ore dovrò essere in ufficio.
Odoro la mia camicia, ha uno strano profumo che mi ricorda un fiore, deve essere il suo dato che si è addormentata per gran parte del viaggio con la testa sulla mia spalla, all'inizio volevo spostarmi, ma poi non ho avuto il coraggio, finalmente taceva, preferivo averla addosso che sentirla farneticare ancora, o cantare.


La città è frenetica ad ogni ora, le immense luci che la illuminano di notte sono uno spettacolo, certo, ma io ho scelto questa casa per la sua vista sull'oceano, una meraviglia che mi godo in ogni momento.
L'ho sempre amato, l'unica cosa che mi rasserena, che riesce a calmare la mia anima in tempesta, mi getto fra le sue onde e i pensieri non mi seguono, restano a galla, come i miei demoni.
Però, i miei pensieri stasera sono proprio impazziti, mi ripropongono l'immagine di quella mora, il suo modo bizzarro di controllare la sua paura di volare, la canzone che continuava a cantare mi è rimasta in testa e mi ritrovo a canticchiare il ritornello.
Gli occhi iniziano man mano a chiudersi mentre rivedo davanti a me affascinanti occhi color nocciola, la strana sensazione che mi ha lasciato addosso vederla dormire sulla mia spalla, è opprimente.
<< Devo essere impazzito, sarà la stanchezza. >>
Sussurro prima di abbandonarmi completamente alle braccia di Morfeo.

Mi sveglio distrutto, dormire sul divano non è stata un' idea geniale e ora ho il torcicollo, mi alzo dolorante con qualche imprecazione, ho bisogno di un caffè e una doccia.
Oggi a lavoro sarà una giornata impegnativa considerato che manco da quindici giorni, il mio collega Mark, mi ha informato da giorni che ci sarà una nuova campagna pubblicitaria e ci rimuginavo inevitabilmente.
Arrivo nei pressi del parcheggio sotterraneo della nostra azienda, si tratta di una grossa agenzia pubblicitaria, mi occupo di questo, sono un vulcano di idee, ho iniziato come stagista e in breve tempo il capo mi ha promosso, punto in alto, sempre più in alto, perché il mio obiettivo è la vendetta.
Questa azienda è la rivale di quella di mio padre e più saliamo noi, più campagne ci accaparriamo, più ne perde lui.


Noto un posto libero e parcheggio, scendo dalla mia Porsche nera, ok, qualche vizietto me lo sono tolto con i suoi soldi, lo ammetto, e voglio spillargli fino all'ultimo dollaro, non perché a me importi qualcosa del denaro, ma solo per sottrargli ciò che ama di più.
Un rumore di tacchi mi fa voltare e resto imbambolato a guardare da lontano Caroline, una collega di un altro piano, con i suoi lunghi capelli castani, racchiusi in una coda che ondeggia ad ogni passo.
Quella donna credo incarni la perfezione, è così elegante e raffinata, ha stile nel vestirsi, con un sorriso e un corpo da favola.
Sospiro mentre fantastico su noi due, prima o poi dovrei decidermi e chiederle di prendere un aperitivo.

<< Non ci credo. Tu! >>
Ad un tratto una voce che mi gela mi fa voltare alle mie spalle, occhi scuri mi fissano con rabbia, i suoi capelli color cioccolato fluttuano nell'aria, il suo passo è determinato e avanza verso di me.

<< Mi stai seguendo? Sei una stalker?>>
Questa ragazza mi fa paura, le mie domande sono lecite.

<< Mi hai fregato il parcheggio, lo avevo visto prima io, non ti sei reso conto che avevo già messo la freccia?>>
Indica la mia auto indispettita mentre io continuo a chiedermi che diavolo ci faccia qui questa sconosciuta, vorrei porre la domanda alla diretta interessata ma non me ne da modo.
Osserva la mia auto con la bocca e gli occhi spalancati ed io temo abbia una paresi, poi guarda me.
<< Questa è la tua auto? Bene, bene, è la terza volta che succede.>>
Assottiglia gli occhi e mi minaccia.
<< Ti sei fatto una nemica, ti tengo d'occhio.>>
Porta indice e medio sotto il suo sguardo di fuoco e poi li punta verso di me, si volta e va via quasi correndo, io resto immobile, la guardo sparire fra le auto parcheggiate, fino a restare solo, sconcertato per ciò che è appena successo.
<< No, no, non è possibile. >>
Continuo a scuotere la testa con le mani sui fianchi.
<< Di sicuro sto sognando e sono ancora sul divano di casa mia, tra poco mi sveglierò.>>
Un colpo di clacson mi fa sobbalzare, si tratta del mio collega Mark che se la ride ed io gli alzo il medio, parcheggia poco distante e mi raggiunge.
<< Bentornato, che fai qui imbambolato? >>
Sorride allegramente dandomi una pacca sulle spalle, abbiamo un buon rapporto anche se non ci conosciamo molto al di fuori dell'ufficio, ma, oltre a condividere l'ufficio, spesso capita di lavorare a progetti insieme ed è un bravo ragazzo.
Sospiro scuotendo la testa, non posso fare la parte dell'idiota, non saprei nemmeno da dove iniziare pur volendo raccontare la mia disavventura.


Saliamo insieme in ascensore, ho uno strano senso d'angoscia addosso e un presentimento che non mi piace, continuo a guardarmi intorno, scruto le varie persone che incontro alla ricerca di occhi dalle tonalità calde.
Mi ripeto che sto esagerando, qui ci sono diverse palazzine, quindi diverse agenzie innanzitutto, e poi non l'ho mai vista prima da noi, quindi è improbabile che la rivedrò.
C'è da dire, però, che io lavoro solo al quinto piano e la nostra agenzia possiede tutto il palazzo.

Calmiamoci!

Nonostante sia tornato solo ieri sera, oggi il capo è pronto ad affidarmi la nuova campagna pubblicitaria, ieri ho ricevuto la sua mail con pochi dettagli in merito e soprattutto incontrerò il cliente direttamente, quindi sono stato costretto a mettermi in ghingheri e morire di caldo, ma sono carico.
Odio queste formalità che purtroppo, data la posizione che inizio a rivestire, devo spesso avere, anche se, non è di certo un completo a dimostrare la professionalità di una persona.
Cerco di farmi un po' d'aria con i fogli che ho in mano, vado dritto in sala riunioni, i clienti iniziano a fare qualche richiesta, ad esporre i loro desideri, noi dovremmo accontentarli e pubblicizzare al meglio il loro prodotto buttando giù idee innovative, tenendo conto di cosa vuole oggi il consumatore.
<< Non preoccupatevi, lui è uno dei nostri migliori agenti.>>
Una stretta di mano e li lasciamo nelle mani della segretaria che li accompagnerà all'uscita, io seguo John, il capo, nel suo ufficio, mi fa segno di accomodarmi su una delle due poltroncine beige poste davanti la sua scrivania.
<< Come è stato tornare a casa? >>
Chiede aspirando dalla sua sigaretta elettronica, sta cercando di smettere di fumare per l'ennesima volta.
<< Bello, rivedere la mia famiglia mi ha rigenerato. >>
È la verità, dovrei andare a trovarli più spesso.
<< Mi fa piacere, perché inizia il periodo estivo e saremo pieni di lavoro, lo sai.>>
Faccio un cenno con la testa, lo so bene, sembra che in estate tutti vogliano lanciare nuovi prodotti di ogni genere, più degli altri periodi, in effetti la gente di questi periodi è più proprensa a comprare.
<< Abbiamo preso due stagisti mesi fa e una di loro mi ha colpito, ha idee innovative, soprattutto nel settore dei social.>>
Sbuffo facendolo ridere.
<< Non vorrai darmi un novellino in coppia per fargli fare le ossa? >>
Mi lamento subito, ho un buon rapporto con John, non è il classico capo che ti guarda dall'alto in basso, cerca di instaurare un rapporto con i suoi dipendenti, pur mantenendo la gerarchia.
Non mi va affatto a genio l'idea di fare coppia con uno stagista, insegnargli tutto, non è cattiveria ma non ho davvero il tempo per farlo perché ho altro a cui pensare, so di essere uno stronzo visto che anche io sono partito così.
<<Almeno è in gamba? Riuscirà a starmi dietro?>>
Continuo distrattamente a lamentarmi con poco entusiasmo, ma una voce, ancora quella voce, la sua voce, mi fa voltare verso la porta.
<< Novellina, sono una donna, magari sarai tu a non starmi dietro.>>
Il suo tono è determinato, proprio come i suoi occhi, che mi fissano a poca distanza con ostinazione, e resto quasi intimorito o abbagliato o non lo so, ma per un attimo non riesco a distogliere lo sguardo e nemmeno a pensare lucidamente.

>>Il suo tono è determinato, proprio come i suoi occhi, che mi fissano a poca distanza con ostinazione, e resto quasi intimorito o abbagliato o non lo so, ma per un attimo non riesco a distogliere lo sguardo e nemmeno a pensare lucidamente

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