capitolo 97 - doppio

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Chloe

Fra qualche ora sarò in volo verso la mia amata Italia, passerò le feste con la mia famiglia, che mi manca tantissimo, persino quell'antipatica di mia cugina, che non fa altro che vantarsi di ogni cosa.
Beh, forse lei no, in effetti.

Sono un po' in ansia di affrontare un volo così lungo, la mia avversione per l'aereo non credo passerà mai, soprattutto per la partenza e l'atterraggio.
Chiudo la valigia enorme, posta sul letto, quasi mi si infiamma la sciatica nel tentare di prenderla di peso per metterla a terra, la trascino fino all'ingresso con un sospiro da oscar.

Mi volto verso Andrea, seduto sul divano, è dal momento in cui ha aperto gli occhi che è di cattivo umore e pensieroso.

Ieri è stata una serata bellissima, in giro per una New York dipinta di bianco, un'atmosfera davvero magica fra la città addobbata a festa e i fiocchi enormi bianchi che nel giro di un paio d'ore hanno iniziato a ricoprire ogni cosa.
Il fine serata è stato dedicato alle coccole, tante coccole, a casa sua.
Ha letteralmente cacciato via Grace, che poverina, ha dovuto passare la notte fuori a casa di una vecchia amica.

Stamattina siamo venuti a casa mia per potermi preparare, purtroppo non potrà accompagnarmi all'aeroporto, fra mezz'ora inizierà l'assemblea nella sua azienda, sarà una giornata importante e impegnativa, emotivamente parlando.

Alla fine il giorno del giudizio è arrivato davvero.

Mi avvicino a lui e osservo il suo viso, ha gli occhi fissi su un punto indefinito, immerso nei suoi pensieri, occupato a combattere una battaglia con le sue emozioni, con i suoi demoni personali.
I miei timori riguardano proprio quest'ultimo punto, che le ombre, le quali lo hanno imprigionato per anni, possano di nuovo avere la meglio.

Lo richiamo più volte prima di riuscire ad avere la sua attenzione, il suo sguardo è indecifrabile, si tatua un sorriso sulle labbra per non farmi preoccupare, ma nonostante questo, riesco a scorgere un malessere.
«Stai bene?»
Gli chiedo sedendomi sulle sue ginocchia, avvolge il mio corpo immediatamente con le sue forti braccia e inspira dai miei capelli il mio solito profumo.
«No che non sto bene, stai partendo.»
È da ieri sera che lo ripete, insiste nel far leva sui miei sensi di colpa, accusandomi bonariamente di lasciarlo solo, tentando di convincermi a modificare la data di ritorno e rientrare in America per capodanno, così da poter festeggiare insieme il nuovo anno.

«Sono seria, lo sai che puoi parlarmi di come ti senti, so perfettamente che è una giornata importante e delicata quella che stai per affrontare.»
La sua presa sul mio corpo si fa più salda, il suo viso si nasconde nell'incavo del mio collo, soffocato dai miei capelli scuri, forse per evitare di rispondermi, per evitare che io lo faccia da sola guardandolo negli occhi.
« Sto bene, voglio solo chiudere questa storia una volta per tutte e non ripensarci più.»
Risponde ad un tratto con poca voce.

Un ultimo bacio, le sue labbra sfiorano le mie, con dolcezza, delicatamente, poi un altro, dove stavolta a sfiorarsi sono le nostre anime, la sua lingua accarezza la mia bocca, per poi cercare e trovare l'accesso e iniziare a danzare con la mia.
Nulla di appassionato, di rude, ma solo bisogno di ritrovarsi di nuovo il prima possibile vicini, è ciò che mi trasmette, è ciò che entrambi vogliamo comunicare all'altro.

Lo accompagno alla porta di casa, stringendolo per un breve istante fra le mie braccia.
I nostri occhi finiscono per incontrarsi e il momento di separarci è davvero arrivato.
«Andrà tutto bene.»
Accarezzo il suo viso, triste per non essere fisicamente con lui in un momento simile, mi sorride appena e poi va via.

Faccio due chiacchiere con Sofy, confidandole la mia preoccupazione per il mio ragazzo, lei cerca in tutti i modi di rassicurarmi dicendomi che andrà tutto bene e finalmente saremo felici.
Afferro il pacchetto regalo che avevo nascosto nello scaffale delle pentole, sicura che lei mai e poi mai lo avrebbe aperto per provare a cucinare qualcosa. Lo vado a mettere, sotto i suoi occhi sotto il mini albero finto, alto cinquanta centimetri, posizionato davanti il mini balcone.
È l'unico albero che possiamo permetterci entrambe, ma ormai per noi ha un valore affettivo.
« Non aprirlo prima di Natale, ti conosco, signorina.»
La fisso con occhi minacciosi, mentre lei fa la finta offesa.
Poi mi porge il suo che infilo in borsa e la abbraccio.
« Mi mancherai molto, però potresti chiamare Erik per sentirti meno sola, dopo che scapperai dal pranzo in famiglia.»
Lei mi fa la linguaccia ma sorride.

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