1. Antefatto: Il Principio Di Princìpia

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All'origine della creazione del mondo, il cielo era privo di stelle, e a imperare stavano solo abissi profondi, tetri; permeati dall'umbratile tinta oscura del blu. In essi, bestiali creature abominevoli si davano battaglia. Alcune erano tentacolari e viscide; altre attingevano a pelose belve antropomorfe, dotate comunque di pinne per nuotare e branchie per respirare; e infine c'erano quelle belve di una siffatta mostruosità da sfuggire al comune discernimento descrittivo, classificandosi nell'indefinito.

C'era solo un grande mare a cingerle, finché un giorno la terra iniziò a materializzarsi dalla più profonda oscurità; ed emerse. Delle poderose scosse telluriche generarono un gargantuesco parossismo sottomarino, concitando per la prima volta quegl'amorfi abissi.

A galla vennero portate innumeri isole, che cambiarono il clima dell'infinito Mare e fecero strame delle sue abominazioni.

Gl'atolli che destati avevano fatto comparsa, nella fattispecie, erano tutti marroni e pedìssequi, dove uggiosi terreni incolti sedevano a scranna accompagnati da un'aria riarsa e irrespirabile.

Ma a graziare l'eccezione, invero, un'isola in particolare pervenne, con l'imperscrutabile finalità di colorire impeccabilmente l'asfittico mondo. Ed ecco che dalle acque terremotanti sferzò, montando dall'imo verso la superficie, una macroscopica ed espansa terra a forma di stella a quattro punte.

La sua emersione fu foriera altresì di quattro imperiture e ingenerate figure: Divinità ch'albeggiando di luce candente furono le pioniere del primo terreno dell'Emersione non scevro dalla Vita. Apostrofazion veruna l'accompagnava, poiché financo l'avere un nome, per divinità di così ancestrali fattezze, sarebbe stata un'onta per la loro medesima esistenza. D'indescrivibile forza creatrice, come mai s'era visto in quel mondo, eran onuste.

Le loro prolifiche perizie diedero parto a ciò che in futuro verrà chiamata Sublime Perfezione: uno stato dell'isola immacolato e illibato, nel quale albergano esclusivamente ordine e armonia. L'incredibili déità erano a carico, ognuna, d'un elemento atto a comporre la Sublime Perfezione, tassello dopo tassello; ed è proprio grazie ai princìpi  di cui son gl'araldi, che possiamo dar loro una denominazione, avvicinandoci al divino senza sfociare nel profano.

La prima Dea a venire a nome è colei che del crosciare imperituro è la Foriera. La Dea Dell'Acqua, abbagliante, splendida ninfa equorea; quale erigendosi dal bigio terren uggioso, fece affluir la sua empirea guisa d'in su per ogne dove della neonata isola. Dei suoi capelli, rossi borgogna, le soffici e lisce ciocche eran in un perpetuo e febbrile fiottare; le iridi cristalline riempivano il suo canonico volto di bellezza e sublimità; e una lunga, eburnea veste copriva per intero le sue membra, lasciando spoglie solo l'inizio delle spalle e le braccia, che di tutti bracciali color falun e ciano eran asperse.

Tal ineffabiltà venne anzi accompagnata dall'assurzione esplosiva di colui che delle fiamme si faceva alfiere. Il Dio del Fuoco, padre primigenio delle Originali Fiamme Roventi s'eresse dal sottosuolo, scatenando la venuta d'irt'e ripide montagne con l'affocarsi di giganteschi vulcani, quali si dispersero in maggior parte per il nord-est dell'isola. Egli aveva il corpo confatto da magma e da lava brucianti, come chi degli esseri brucianti ha l'onere d'essere il Primo; e sopra il suo tarchiato e tonico corpo, s'appoggiava un deciso sembiante allungato, chiuso in basso da una definita mascella fatta di nero magma solidificato. Gl'occhi li aveva cavi, ma al loro interno a corruscare pensavanoci arancio accesi bagliori, quali davano lui l'aspetto d'esser perennemente illuminato. Infine, a condire il resto, per l'ignea testa stavano due prorompenti corna ricurve e rocciose, vertenti verso l'alto.

Per il Terreno, però, le imperscrutabili sommosse tutt'altro che finite erano. Dall'oltre delle più abissali rocce ch'erigevano a galla l'atollo, si sdipanò, frantumando il suolo, quello che aveva l'aspetto d'un colossale rettile. E non appena venne in superficie, l'uggioso terreno partì coll'inverdirsi, seguito dai suoi profondi e sordi ruggiti. Il Dio della Terra, dai grandi occhi vitrei, dalle allungate, aguzze fauci, stava sia a quattro zampe ch'a due; sicché alternando la posizione della sua lunga coda culminante con una biforcuta lama di roccia affilata. Sulla testa, le squame sembravano comporgli una corona d'acceso giallo ocra, andando a contrastare il beige che per intero lo colorava. 

Le Cronache Scarlatte - Il CavaliereLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora