La sola era usare le ali, nonostante l'inestinguibile tormenta che l'avrebbe senz'altro sbattuta contro la montagna.
In fibrillazione, la Dea del Sangue guardò di nuovo giù, poi si soffermò sulle sue mani che di lì a poco le sarebbero cedute.
Reveneria doveva staccarsi e portare con sé le spade, solo che mandare indietro l'else delle armi era impossibile, visto ch'esse erano entrate troppo in profondità; tutt'al più la forte neve menava dalla parte avversa a quella cui avrebbe dovuto tirare.
Seguitarono altri pochi istanti con i gambali a penzoloni sul vuoto, finché il gracchiare corvino s'esacerbò, più torvo di prima. Gli occhi antonimi della mezza vampira, limitati sia dall'elmo che dalle spalle, intorno a loro miravano solo forte neve che ineluttabile scendeva.
Ma d'un tratto, un gracchio ancora più potente si sentì.
Per i cieli svettò incontrastato un grande e maestoso corvo nero, dalle piume un poco nere e un poco arance: sfumate da ciò che lice tra il crepuscolo e la notte. Gl'artigli acuminati lacerarono il versante della montagna, avventandosi insino la preda appesa all'else. Reveneria non sapeva se lasciarsi andare o provare a usare le ali. Da ciò era interdetta: l'esito sarebbe stato comunque una caduta. Il pensar troppo non le diede tempo di reagire, e la sua iride cilestrina poté giusto scorgere da destra l'alacre venuta del volatile prima d'esser catturata.
Il grande corvo ghermì Reveneria com'ella ghermiva le spade per tenersi in speranza. Con forza la provò a divellere e portar via dalla ferita rupe, per chissà dove. Dallo scarlatto cimiero, però, le trapelava ancora dell'impeto: allungata causa la presa dell'uccello vespertino, corroborò la stretta sull'else; i suoi guanti e bracciali avevano tutta l'energia avvolta per le spade, che resistevano- seguitati da striduli gracchi.
Vi fu un tira e molla perpetuo. La Dea del Sangue, per contrastare, iniziò addirittura ad aleggiare movendo agilmente le ali. Eppure il corvo non si placava. Stava avendo la meglio. Arrivò a carpirla a un tale punto, che la fece rimanere in obliquo, mentre le spade l'aveva diritte conficcate nel fondo roccioso.
La canuta fanciulla digrignava i denti, si sforzava più che mai; ma la Creatura, qui, ebbe la meglio. Per portarsela dietro con le grinfie, le fece apporre tutta la forza che le rimaneva sulle spade, quali anchilosate fecero leva con la montagna distorcendosi.
Le loro lame si piegavano sempre di più, finché il corvo non le sfilò via insieme a tutta la guisa della sua preda. Tuttavia la spada d'avorio si ruppe: era quella brandita a destra dalla sua foriera, e dato che il volatile rimpinguava a sinistra, un terzo della sua lama si frantumò, finendo per sgretolarsi, cadere ed esser fagocitato dalla neve.
La spada seghettata rimase miracolosamente illesa.
"No, non è possibile!" Esclamò la Dea del Sangue mentre veniva trasportata a testa in giù dal predatore. "Ma guarda cosa ti ha fatto." Proseguì avvicinandosela al sembiante costernata. Le lacrime iniziarono a fare il loro corso. Sembrava che dalle zampe il corvo gocciasse sangue, che si differenziava dal candido niveo ch'in quel momento troneggiava per l'etra.
"Tu, misera Creatura," disse biliosa, mentre provava a colpirlo invano con una ridda di movimenti di spade. "Non hai idea di cos'hai fatto!"
Il corvo continuava a gracchiare ed errare per la tormenta glaciale. Sbatteva il tappeto d'ali nere e arancioni, quali ogni tanto le coprivano la vista.
"Ah, tu, maledetto corvo!" Strillò dalla rabbia Reveneria, a un certo punto. "Se solo m'avessi fronteggiata lealmente saresti vittima dello stesso cielo cui solchi!"
Ecco che puntò la spada scarlatta per aria, in direzione del muso dell'uccellaccio. Partì a caricarla di sangue e dopodiché rilasciò tutto il gravame verso d'esso.
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Le Cronache Scarlatte - Il Cavaliere
FantasyIn un mondo dominato dal più profondo blu del Mare, gigantesche e abominevoli Creature Marine dalle esecrabili fattezze vagavano dandosi battaglia. In quel mondo non v'era emozione, sensazione o passione alcuna; solo la belligerante voglia di combat...
