66. 'Ti Maledico'

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"La mia cagione, come vedi, è quella d'esser nata." Riprese Reveneria con voce debole.

"A seguito della mia nascita mia madre perse tutte le sue abilità belliche, le rimasero giusto le pozioni. Con esse operò e divenne un'alchimista. Tuttavia, la sua passione rimase la spada, e io l'ho elisa dalle sue membra." Concluse guardando trista la spada d'avorio. Saqirlat l'ammirava sornione a palpebra socchiusa.

"Lei m'ha sempre bistrattato per questo!" A un certo puntò berciò la mezza-vampira, verso la scarlatta etra notturna. 

Gli occhi le si fecero lucidi. Lentamente estrasse la spada d'avorio.

"Ogni scusa era buona per rendermi suo capro espiatorio!" Proseguì la Dea del Sangue estraendo dalla guaina altresì la spada seghettata. 

"Ogniqualvolta sbagliavo, lei era lì, sempre pronta a schernirmi e a profanarmi per averle reso la vita un 'anchilosato gioco di pozioni. Privo di contentezza', come usava affermare."

"'Tu mi hai condannato, maledetta mia prole che neppure totalmente vampira sei!' Mi diceva sempre...E io non potevo far altro che accettare.

"A farmi da usbergo c'era mio padre, per fortuna. I suoi soprusi, dunque, delle volte andavano a finire verso di lui, che prontamente accorreva in mia difesa."

A passi lenti Reveneria iniziò a errabondare per la zona, facendo garrire le spade in preda ai nervi. E non appena riiniziò a parlare, la sua voce si fece più seria e decisa.

"Ricordo addirittura, che una volta, presa dall'impeto, in casa provò a tirarmi contro una sedia. Sì, una delle nostre fruste, rudimentali sedie. Ricordo ancora le sue urla. Rammento come m'ha terrorizzata." Disse accarezzando con la lama della sua spada sanguinante un fatiscente tronco. 

"Ovviamente l'Oro ha dovuto prendere papà, e non te: che salvandomi dall'eccidio di Brezza Albina sei passata addirittura come la mia salvatrice."

Le carezze della spada diventarono velocemente un levigare continuo.

" E una volta che mi portasti nella nostra seconda casa, a Fronde Boreali, rincominciasti a schernirmi a guisa d'una reietta. Tu e quel tuo stupido nuovo marito che ivi ti facesti. Stavolta un vampiro, ovviamente!"

Di scatto Reveneria caricò una spazzata. L'alberò, lentamente, si sradicò e cadde al suolo, con la sua reciditrice col volto semi-coperto dal braccio che aveva esaudito la sua volontà. 

"Ammirami ora, se puoi." Sentenziò con solerzìa. 

"Sappi che ovunque tu sia, quella leggenda del grumo di sangue era vera. Guarda la mia veste; e le mie armi! Non solo più bella e forte di te, persino imbellettata meglio di te! O sì, meretrice ch'adesso probabilmente m'osservi dagl'astri beati, io ti maledico, ti proscrivo e ti dimentico!" Terminò falcidiando un altro tronco attiguo. 

"Adesso sono volta alla Perfezione. La figlia della quale dubitavi sta per fare ammenda, sta per diventare una gigantessa rispetto a te. Ti maledico. Di nuovo." E per qualche attimo il silenzio fu egemone della scena.

"Però, mia solerte...Mi fai divenire gaudente." Rimbeccò Saqirlat dopo lo sfogo. "Rincorri sempre la Perfezione, Dea foriera del Sangue Scarlatto: così assembleremo l'Unione Suprema e sfoceremo nella Sublime Perfezione ch'oramai è solo un lontano ricordo. Dunque, ti lascio riposare. Ti ricontatterò una volta raccolto il prossimo Frammento. Non rifugger mai la Perfezione."

Nel cielo, tutto il rosso si chiuse conseguenzialmente, tornando a far troneggiare l'umbratile blu della notte. E non appena tutte le palpebre furono scomparse, Reveneria cadde nell'assopimento. 

Il giorno seguente si svegliò attorniata dalle macerie di rami ch'ella stessa aveva generato grazie alla sua collera vendicativa: per colpa un po' del colubro e un po' delle sue turpi reminiscenze. 

Il sole volgeva alto sui Territori Candidi quella mattina, eppure, Reveneria e Rivolta, indi non l'avrebbero più rivisto: innanzi loro la terra s'ergeva e s'issava. Montagne frastagliate, caratterizzate da una forte bora, aspettavano loro, e di lì a poco avrebbero oscurato quasi per intero la volta. 

A poco a poco, mentre ripartirono ad andar di lena, gl'alberi spogli diminuivano di frequenza, e il pavimento iemale iniziava a salire, confacendosi d'una tonalità più scura dovuta al terreno che diveniva progressivamente montuoso. 

"Oh, Perfezione, ma dov'è che vai a nasconderti?" Disse la Dea del Sangue mentre osservava la zona restringersi ai lati.  

Sotto la tormenta nivea che nel cielo imperversava, i due andavano comunque di gran carriera, con solo fiancheggiante roccia a far loro d'ègida.

A un certo punto, però, dovettero frenare: la strada si stringeva doviziosamente, tutt'al più il lato destro della montagna s'eclissava, lasciando spazio a un burrone dal fondo eburneo e cieco. Ora davanti avevano solo un misero calanco discendente, che andava transito esclusivamente mediante perizia ed equilibrio. 

E un attimo prima che Revenereria s'accostasse e iniziasse a calarsi dalla parete, Rivolta esortò all'improvviso.

"Mia solerte, da qui in poi il viaggiar m'è occluso. Le mie equine fattezze non mi permettono di andare ivi avanti. Dovrai proseguire da sola." E venne subissato da un rumoroso sciame di farfalle scarlatte e cremisi, che l'avvolsero e lo fecero sparire nel nulla. Rivolta se n'andò nello stesso modo in cui anzitempo si palesò. 

"M-ma cosa!?" Esclamò la mezza vampira con un improperio. "Te ne vai così?! Spero vivamente che ti ripaleserai, Rivolta.." concluse utopizzando. 

Ora erano rimasti lei e la perniciosa scarpinata, la quale doveva essere per forza attraversata senza l'uso delle ali, inibito dalla forte bufera. Con precisa minuzia la Dea del Sangue s'apprestò a scendere l'obliquo calanco. (Perlomeno era un segno d'auspicio: il territorio montuoso stava terminando). 

Con le mani che carezzavano la parete e gli stivali che si spostavano lateralmente, come legati da un elastico inscindibile, la canuta fanciulla si faceva strada giù per l'aspro monte. 

A un certo punto si mise a guardare giù: si scorgeva solo della candida nebula, la quale vista dall'alto trapelava nell'animo solo sgomento e sconforto. 

Eppure dal manto nebbioso qualcosa emerse. 

Dalla foschia si prosciolsero degl'artigli di volatile, grinfie giganti che dal basso verso l'alto, procellose, diedero un forte colpo al capezzale del calanco frantumandolo. 

Ivi era sita Reveneria, che perdendo l'equilibrio e ogni fonte d'appiglio cadde rovinosamente di sotto. 

Fu com'esser colpiti da un fulmine. Si scorse giusto un alacre colpo sbucare dalla nebbia. Poi il nulla: solo il rovinio della roccia e la caduta della guisa della mezza vampira. 

La Dea del Sangue era affibbiata totalmente al bigio vuoto dei Territori Candidi; ma alla caduta in qualche modo rispose: sguainò entrambe le spade mentr'era in alta quota; mosse con agilità e destrezza l'intero suo corpo al fine di volgersi front'a fronte alla parete, che dirimpetto pareva innalzarsi febbrilmente all'infinito; e conficcò le lame nella roccia della montagna. 

Con i denti digrignati, Reveneria ghermiva con forza i gladi che scavando in essa la laceravano dall'alto verso il basso. A forza di rompere e franare roccia, detriti d'ogni genere e forma le lambivano il sembiante; finché l'attrito delle spade non fu in grado d'anchilosarla a mezz'aria. 

La canuta fanciulla, adesso stanziata, guatò in basso. Ancora tutto bianco e bigio. Ansando cercava di riprendere un po' di fiato con i pugni stretti all'else. 

E mentre adempiva a ciò, movendo lo sguardo vide che per l'etra s'udivano gracchiare innumeri corvi. 

Ominoso era il verso loro, al che la indispettì. Ora, più sul chi vive che mai, Reveneria pensava a com'uscire da quella situazione. 

Le Cronache Scarlatte - Il CavaliereLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora