Mentre aspettava l'arrivo di Veronica, Andrea poteva dividersi tra la famiglia, gli amici e l'essere un semplice turista nella città più bella del mondo. Si stava godendo Roma; si stava godendo anche Latina, in quel marzo non particolarmente freddo. Era andato al mare già due volte, a sporcarsi di sabbia con una birra in mano sul bagnasciuga. E non aveva ancora detto a Lorenzo che quella settimana ormai agli sgoccioli non lo avrebbe riportato a Milano.
Quando il telefono squillò, mostrando sullo schermo il nome lampeggiante del fidanzato, il cuore gli arrivò in gola. Era arrivato il momento di avvisarlo, non poteva più tergiversare e continuare a rispondere a monosillabi pur di non dirgli la verità. Andrea era più coraggioso di così e, comunque, non doveva affatto giustificarsi.
«Quando pensavi di dirmi che saresti rimasto a Roma per due mesi?» fu il saluto di Lorenzo, adirato e deluso. Andrea tirò un sospiro di sollievo. Qualcuno aveva lavorato al posto suo, e ora non avrebbe dovuto dire nulla.
«Adesso» rispose pacato, facendo brontolare ancor di più l'interlocutore, oltre la cornetta.
«Mi prendi in giro, Andre? Due cazzo di mesi e devo venirlo a sapere dalla tua assistente? Ti sembra normale?» Andrea sospirò, mentre un prevedibile senso di colpa cominciò a farsi avanti.
«Senti, hai ragione, scusami. È che stavo valutando le possibilità» mentì. A Nina e Carola era bastato chiederglielo una volta perché dicesse di sì.
«Non è quello che mi ha detto Veronica» ribatté subito l'altro.
«D'accordo, è vero. Ma è un progetto di beneficenza a cui tengo. Un favore che mi hanno chiesto Nina e Carola, tra l'altro. Non avrei mai potuto rifiutare. E comunque Veronica deve imparare a farsi i fatti suoi»
«Non darle colpe! E non ti avrei mai chiesto di rinunciare, solo di parlarmene. Lui lo hai già visto?» Andrea abbassò il capo, grattandosi il mento pensieroso. Il problema non era la lontananza. Tra loro due, non era mai stato un problema. Perché entrambi viaggiavano molto, per lavoro. Entrambi passavano mesi fuori Milano, periodicamente. Avevano imparato subito a far funzionare la relazione anche a distanza. In questo caso, tuttavia, l'elemento di disturbo aveva un nome e un cognome: Daniele Tramet.
«No» rispose Andrea.
«Ma lo vedrai, immagino» disse asciutto l'altro.
«Sì, lo vedrò. Perché abbiamo amici in comune, tra cui mio fratello, e perché è coinvolto anche lui nel progetto». Lorenzo ridacchiò amaro, quasi a sottintendere qualcosa. «Che c'è?»
«Non capisci? Lui piagnucola in tv per te e guarda caso le tue migliori amiche, anche sue, organizzano un progettino benefico per intrappolarti a Roma due mesi». Andrea rise senza crederci davvero, in quella risata, amareggiato per come il fidanzato stava sminuendo quell'evento.
«Sei fuori di testa. Sembri uno di quei complottisti di Facebook» lo ammonì. «E comunque, non ha piagnucolato in tv. Stava parlando della sua musica. Non sai nulla della sua musica o di lui, se è per questo» si trovò a difendere Daniele quasi senza volerlo. Come se quella frase fosse uscita dalla sua bocca senza che ne avesse il controllo. Le sue corde vocali erano diventate un muscolo involontario, impossibile da frenare. L'essere umano non può scegliere di far smettere il cuore di battere. In quel momento, Andrea non poteva scegliere di stare in silenzio.
«Una settimana a Roma e già lo difendi a spada tratta?»
«Difendo il suo lavoro, sì. E difendo i miei amici dalle tue accuse ridicole» e senza aspettare alcuna risposta, chiuse quella conversazione grottesca, spegnendo il telefono e buttandolo nella borsa Hermes che campeggiava sul divanetto dell'ingresso.
«Tutto bene?» Marco fece esitante il suo ingresso in cucina, e Andrea capì che aveva ascoltato l'intera conversazione. «Puoi ammettere di volere ancora bene a Daniele, nessuno ti giudicherebbe»
«Daniele non c'entra nulla» si affrettò a dire. Marco sorrise appena.
«Ah no?» lo provocò il fratello. Andrea andò verso il frigo, prese una cocazero e la aprì, bevendo direttamente dalla lattina.
«Come li hai visti mamma e papà?» cambiò discorso. Marco fece un mugugno a tratti disinteressato, incrociando le braccia al petto.
«Meglio di quando stavano insieme» disse onesto. «Papà può rifarsi una vita. Mamma presto si stancherà del cubano e passerà ad altro»
«Una nuova adolescenza, in pratica» scherzò Andrea.
«La sua prima adolescenza» rettificò Marco. «Chissà, magari dopo il cubano passerà al convento». Andrea rise di gusto, davanti a quella prospettiva sicuramente più credibile della madre a letto con un venticinquenne. «Comunque l'ho detto io a Chicca» aggiunse Marco, quasi stupendo Andrea che, forse per la prima volta, lo vide come un adulto e non più come il fratellino da proteggere.
In quei giorni lo stilista aveva capito tante cose: che le vite di tutti erano andate avanti, e non solo la sua; che la sua presenza, spesso da lui stesso considerata necessaria, non lo era poi così tanto; che il fratello non aveva più sedici anni, non era più un bambino viziato e sapeva vivere nel mondo. Eppure, nonostante queste sollevanti consapevolezze, il senso di colpa per tutti quegli anni di assenza non lo abbandonava.
Andrea era sempre stato cervellotico, molto più del fratello. Anche da bambino, spesso si perdeva nei suoi pensieri contorti, intricati e, a tratti, incomprensibili. Nessuno aveva mai voluto capirli, quei pensieri, e lui non si era mai dovuto sforzare a spiegarli. Poi era arrivato Daniele, con la sua infinita curiosità, a tratti goffa e un po' ignorante. E Daniele, quei pensieri, voleva conoscerli tutti. Andrea aveva imparato, con lui, a parlare davvero, a rendere parole, il silenzio caotico della sua mente.
Perché continuava a pensare a Daniele? Non lo faceva più da anni.
«Ci sei?» annuì a Marco, pregandolo di ripetergli l'ultima domanda. «Hai sentito Nina?» borbottò il fratello.
«Sì, ieri. Mi ha detto della serata a casa del nonno» rispose Andrea. La ragazza aveva preso con un po' troppo entusiasmo quell'affollata rimpatriata e aveva voluto organizzare, ad ogni costo, una serata a casa del nonno. Casa che, dopo la morte di quel nonno fascista, era sua a tutti gli effetti. Benito, il pappagallo, c'era ancora, i cimeli di Mussolini no!
«E come l'hai presa?» indagò Marco.
«Bene. Come avrei dovuto prenderla?»
«Ci sarà anche Daniele»
«Marco, prima o poi dovremo rivederci, no? Meglio a una festa»
«A una festa, con tanto alcol... ne succedono di cose»
«Domani arriva Veronica, quindi passerò con lei tutta la serata» mise subito le mani avanti Andrea, provando a convincere più se stesso che il fratello che, a quella festa, non sarebbe successo proprio niente.
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Pezzi imperfetti // Prisma
FanfictionSono passati più di dieci anni dalla notte nella roulotte. Le vite di tutti sono andate avanti. Alcune hanno preso strade diametralmente opposte. C'è chi ha lottato insieme, vincendo. Chi quella stessa lotta l'ha persa. Chi è scappato e chi è rimast...
