Erano passate più di ventiquattro ore dall'ultima conversazione avuta con Daniele. Andrea non riusciva a pensare ad altro. Aveva passato l'intera notte in bianco, col volto sfinito del cantante davanti agli occhi e quelle poche frasi che, nella sua testa, suonavano quasi come una supplica. Era davvero giusto lasciarlo libero, dopo tutti questi anni? Andrea non aveva mai lottato per loro due, non ci aveva nemmeno provato. Daniele, al contrario, aveva combattuto dieci anni, e oggi si sentiva sconfitto.
Quel misero ti amo, dopo dieci anni di attesa, non era nulla. Non poteva bastare. E Andrea lo sapeva. Daniele aveva aspettato dieci anni, fermo allo stesso punto. Aveva accettato le decisioni dello stilista, ora toccava ad Andrea accettare quelle del cantante?
«Ho portato il pranzo». Marco entrò nello stanzone senza nemmeno bussare e sventolando davanti agli occhi del gemello due buste cariche di cibo.
«Me ne sto andando» rispose Andrea, alzandosi dalla sua postazione. Il fratello strabuzzò gli occhi confuso.
«Andando dove? Dovevamo pranzare insieme»
«Scusa, Ma'. Mangia con Ilo e Vitto, ho da fare» rispose Andrea affannato senza dare ulteriori spiegazioni.
«E si può sapere cosa?» Andrea era già sparito quando Marco concluse la domanda. Lo stilista rispose con un "no" urlato che fece sbuffare il gemello. Mentre accendeva la moto, Andrea lo vide uscire dall'atelier e raggiungere lo studio di registrazione. Lo salutò con un cenno veloce della mano e partì sgommando verso Latina.
***
Erano le otto passate, e di Daniele nessuna traccia. Era buio pesto, i dipendenti erano andati ormai tutti via, aperta c'era solo quella stanza, di cui il padre gli aveva lasciato le chiavi. Quella stanza in penombra, illuminata solo da una piccola abat-jour sistemata in un angolo e dalla luce di un lampione.
Andrea, prima di raggiungere la vetreria, aveva fatto un salto a casa per ritrovare quel vestito. Il suo primo vestito da donna. Non sapeva dove tutto ciò l'avrebbe portato, era un salto nel vuoto e la prima vera dimostrazione, che sperava avrebbe suscitato qualcosa in Daniele.
Stava perdendo le speranze quando sentì un'auto fermarsi nel parcheggio. Era Daniele. Ne era certo. Chi altro poteva arrivare a quell'ora in vetreria? Solo Daniele.
Gli aveva mandato un messaggio al quale il cantante non aveva risposto. Un messaggio che, a dirla tutta, non aveva bisogno di risposte. "Ti aspetto dove tutto è cominciato" gli aveva scritto, sapendo che Daniele non avrebbe frainteso. Perché tutto era davvero cominciato lì, nella penombra di quelle quattro mura.
«Andre?» La porta cigolò piano e Andrea, nascosto dietro uno scaffale, fece partire una canzone. La loro canzone.
«Fammi parlare» cominciò a sussurrare, mentre le note li avvolgevano. Aveva la voce rotta e tremolante, e decise di non uscire. Non ancora. Non avrebbe avuto la forza di dire tutto, se gli occhi di Daniele avessero incontrato i suoi.
«Dove sei?» chiese confuso Tramet.
«Sono qui. Fammi parlare» disse ancora, dolcemente. Una lacrima solitaria sfuggì al suo controllo e lui non si preoccupò nemmeno di portarla via. Ne sarebbero arrivate comunque altre.
«Sono un egoista», riprese Andrea. «Sono sempre stato egoista. Da ragazzino mi nascondevo dietro mille scuse. Mi raccontavo che dovevo esserlo per forza, perché i miei erano troppo occupati con Marco, che dava più problemi. La verità è che mi faceva comodo non averli addosso e vedermela da solo. Perché avevo la mia vita, i miei sogni, il mio futuro. Ho sempre messo me stesso al centro della mia vita.
Poi sei arrivato tu, e ogni mia prospettiva è cambiata. Al centro non c'ero più soltanto io; mi immaginavo a dividere la vita in due, a prendere decisioni insieme, ad amarti incondizionatamente per sempre. Ci vedevo insieme, da vecchi, a ricordare i bei momenti e quelli difficili. Ero elettrizzato e terrorizzato. Io non sapevo nemmeno che si potesse amare tanto, e tutto quell'amore mi ha paralizzato. Avevo paura, perché una roba così grande, così forte, avrebbe potuto demolirmi. Distruggermi. E sono scappato.
Non ne vado fiero, non ne sono mai andato fiero. Negli ultimi dieci anni mi sono vergognato così tanto di quella scelta, che ho preferito chiuderla in un cassettino e fingere di andare avanti. Non ne parlavo con nessuno perché sentirmi sbattere in faccia i miei errori mi sviliva. Marco, Carola, Nina... hanno provato così tanto a farmi ragionare. Non avevo bisogno di loro, i miei errori erano ben chiari, ho solo preferito ignorarli.
Ti chiedo scusa per tutto. Ti chiedo scusa per non averti ascoltato, per averti ignorato anni, per essere scappato. Scusa perché sono stato un codardo. Scusa perché ho fatto vincere la paura. Mi hai detto che la voglia di scappare da Latina è stata più forte del nostro amore, ma non è così. Con te, Latina non mi stava più stretta, non volevo più scappare. È stata la paura di soffrire» e con gli occhi pieni di lacrime, fece qualche passo avanti, permettendo a Daniele di guardarlo.
Il cantante sussultò, vedendolo come la prima volta, con quel vestitino a fiori e i passi tremolanti e incerti. Gli occhi di entrambi pieni di lacrime.
Andrea continuò, a fatica. «Sono stato egoista, dieci anni fa e anche un mese fa, da Nina. Vederti, quella sera, mi ha riportato indietro, mi ha fatto sentire vivo. Non ho mai creduto davvero di aver superato la nostra storia, e quella sera è stata una conferma. Ma continuavo ad avere paura»
«Non sei stato male negli ultimi dieci anni?» sussurrò Daniele.
«Sì»
«Ne è valsa la pena?»
«No» ammise onesto. «Ho sbagliato, tutto. E sono qui a chiederti scusa. E se oggi non basterà, lo farò domani, e il giorno dopo, e quello dopo ancora. Lo farò per sempre, se necessario. Perché ti amo, Daniele Tramet, e gli ultimi dieci anni mi hanno insegnato che questo amore non finirà mai»
«Stavi per sposare un altro»
«Non ci sarei arrivato»
«Ma ti sei fatto baciare, toccare, ci hai fatto l'amore...»
Andrea abbassò il capo, mortificato. Non poteva rispondere a quello. Era la verità. Aveva provato ad andare avanti.
«Ma sono qui, adesso»
Anche Daniele abbassò il capo, chiuse gli occhi e lasciò libere le lacrime. Da fuori entrava un silenzio confortante mentre le note di Sampha ancora li avvolgevano. Daniele si prese il suo tempo. Per assimilare tutte quelle parole, per riflettere, per decidere se credere o meno ad Andrea.
«Io non mi fido» sussurrò, alzando gli occhi. «Non mi fido di te, non dopo tutto questo tempo. Ma ti amo e mi fido del mio amore. Potrei fartela pagare, farti strisciare, farti aspettare mesi. Che senso avrebbe? Starei male ancora, e non mi va più di stare male. Perché ti amo e non ho mai smesso. E forse non è sano, questo amore. Perché sentirsi a metà senza una persona non è sano. Grazie a te, più di dieci anni fa ho imparato ad amare me stesso, a capire che forse la felicità la meritavo anche io. Per colpa tua, quando sei andato via, ho smesso di nuovo di amarmi, per anni mi sono negato la possibilità di andare avanti. Oggi voglio essere felice, e non so esserlo senza te»
«Tu meriti la felicità, meriti tutto»
«Io merito amore. E da oggi lo pretendo. Da te» disse duro.
«Te lo dimostrerò ogni giorno, lo prometto» sussurrò Andrea, avvicinandosi un po' incerto. Si fermò a metà strada, lasciando a Daniele la libertà di scelta. Lo aveva detto a parole e lo stava confermando con passi sicuri e pacati.
Erano di fronte, a pochi centimetri, a scrutarsi come se, finalmente, si rivedessero per la prima volta. Si stavano incontrando di nuovo, con la voglia di farcela.
«Ti amo» sussurrò ancora Andrea.
Daniele non rispose. Si fiondò sulle sue labbra e si sentì a casa.
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Pezzi imperfetti // Prisma
FanfictionSono passati più di dieci anni dalla notte nella roulotte. Le vite di tutti sono andate avanti. Alcune hanno preso strade diametralmente opposte. C'è chi ha lottato insieme, vincendo. Chi quella stessa lotta l'ha persa. Chi è scappato e chi è rimast...
