Capitolo 23

379 31 21
                                        

La festa a casa di Nina andò avanti fino all'alba. Quando Andrea parcheggiò sotto il suo appartamento, le prime luci del mattino iniziavano a farsi spazio nel gelido cielo di marzo. Era ancora pieno inverno, e lui era bardato dalla testa ai piedi, pur di non rinunciare alla moto e alla libertà che sapeva dargli.

Mentre entrava in casa, cominciò a ripensare alla serata. Dopo il confronto con Daniele, non si erano più rivolti parola, se non qualche cenno di circostanza e i saluti prima di andare via. Il cantante era stato tutta la notte con Pietro: avevano bevuto insieme, avevano ballato, si erano abbracciati ma, Andrea ne era certo perché non li aveva mai persi di vista, non c'era stato alcun bacio, sebbene l'alcol stava certamente creando l'atmosfera.

Tolti giubbotto, sciarpa, cappello, guanti e scarpe, si buttò sul letto senza nemmeno togliere i vestiti e senza alzare la coperta. Non aveva freddo, stranamente. In quell'appartamento c'era un bel tepore, accogliente e familiare.

Per l'ennesima volta si pentì di non essersi scusato con Daniele. Ma quando avrebbe potuto farlo? Mentre gli rinfacciava gli anni persi? Mentre ballava in modo poco amichevole con un altro? Mentre nemmeno lo guardava negli occhi?

Era troppo orgoglioso. Era fastidiosamente orgoglioso. Lo era più di quanto lo fosse a quindici anni e questa cosa lo disturbò. In quei giorni romani, Andrea aveva capito quanto tutti fosse cresciuti. Non c'era più traccia di adolescenza, nei suoi amici. Erano tutti più maturi, più accondiscendenti, più pacati e pronti al dialogo. Anche Ilo, l'eterno Peter Pan del gruppo, in realtà era diventato una persona oculata, attenta, maniacalmente devoto al lavoro e agli amici.

Gli sembrava di essere l'unico ancora fermo ai cliché adolescenziali. Era permaloso, era egocentrico, era orgoglioso e troppo, decisamente troppo, concentrato su se stesso. E se a Milano la favoletta del "l'ho fatto per me stesso, per andare avanti, per crescere" reggeva bene, se per anni degli sconosciuti avevano creduto a ogni sua singola parola, davanti agli amici di sempre ogni certezza millantata cadeva.

Perché aveva lasciato Daniele? Non per la risposta a un'intervista, era quella la verità. Era scappato perché aveva sempre voluto farlo. Era scappato per non soffrire. Era scappato perché sentiva che quell'amore stava diventando una dipendenza, e doveva capire se senza Daniele sarebbe sopravvissuto. Era sopravvissuto, ma a che prezzo? Era stato un codardo egoista eppure, dopo dieci anni, Daniele lo aveva riaccolto a braccia aperte.

Aveva dato del codardo al cantante, scappando da Latina e, dopo dieci anni, aveva capito di essere solo lui, il codardo.

Pensò che non amava Lorenzo. Probabilmente non lo aveva mai amato davvero ma ora, notando sul cellulare un messaggio del ragazzo che gli lasciava la buonanotte, cominciava a provare anche un po' di fastidio. Lorenzo era stato una piacevole distrazione, per provare in qualche modo a dimenticare l'amore.

Non aveva dimenticato nulla, era solo stato bravo a chiudere quel sentimento in un cassetto nascosto, come faceva da adolescente con quei vestiti da donna che nessuno doveva vedere.

Si rese conto, col magone, di aver trattato Daniele come aveva trattato quella parte di sé che per anni aveva giudicato sbagliata. Perse un po' il fiato, mentre lacrime colleriche lo travolgevano. Aveva accusato Daniele di essere un codardo, di vergognarsi, di avere paura. In un attimo, nel buio di una stanza non sua, capì che era lui il vero codardo.

Non avrebbe risposto a Lorenzo. Non all'alba. L'avrebbe chiamato, forse, durante la giornata. Voleva provare a dormire, ma il sonno non sembrava d'accordo.

Era arzillo come dopo una dormita di dodici ore. Era sveglio e presente a se stesso. Guardò fuori dalla finestra, oltre i piccoli spifferi della tapparella, e capì che il sole era sorto del tutto. Decise di uscire di nuovo, così si bardò ancora da capo a piedi e prese solo le chiavi di casa. Aveva bisogno di camminare nelle strade dormienti e silenziose di una tranquilla domenica romana.

Camminò per chilometri. Non aveva idea del tempo passato ma, notando le strade intorno ancora vuote, capì che non fosse poi tanto. Qualche isolato dopo casa sua, qualche bivio preso a caso, qualche incrocio attraversato distrattamente. Ripensò agli amici, che aveva lasciato tutti a casa di Nina. Nessuno sembrava voler tornare, qualcuno era collassato sul divano. Pietro e Daniele stavano continuando una conversazione a cui nessuno era stato invitato. Aveva preso le chiavi, detto un ciao generale e scappato via.

Non pensava che li avrebbe visti lì, di nuovo a Roma, contro un muro freddo e umidiccio, stretti l'uno all'altro.

Non sapeva nemmeno fosse quello il palazzo di Daniele. O, forse, era casa di Pietro. Non lo sapeva, sapeva solo che il destino era un gran pezzo di merda.

Lacrime silenziose fecero ancora capolino in quei suoi occhi verdi, accesi ancor di più dal sole. Le asciugò in fretta. Non riusciva a muovere le gambe. Voleva scappare, lo sentiva, ma non riusciva a staccare gli occhi da quella scena.

Perché c'era Daniele, per strada, a baciare un altro. A baciare un uomo. Senza vergogna, senza paura, senza pudore. Daniele aveva accettato se stesso. E non stava baciando lui.

Li vide staccarsi e si pietrificò ancor di più. Perché ora gli occhi profondi di Daniele Tramet erano su di lui, coperto di vergogna e di amarezza.

Scappò, come preso da una forza improvvisa. Corse via senza aspettare altro. Daniele non era più suo, e non poteva incolpare nessuno se non se stesso.

***

La vibrazione fastidiosa e impertinente del cellulare lo svegliò da un sonno agitato e profondo. Dopo aver visto Daniele e Pietro, era corso a casa, si era buttato sul letto, aveva pensato a ciò che aveva perso, alle amicizie che non aveva curato, all'amore che non aveva tutelato, alla vita superficiale che viveva ora, e si era addormentato tra le lacrime.

Guardò il telefono e si stupì, leggendo il nome di Daniele. Si stropicciò appena gli occhi, confuso. Stava sognando? No, ammise dandosi un pizzicotto. Era tutto crudelmente reale.

«Pronto» biascicò. Poi guardò l'orario. Erano appena le nove, aveva dormito pochissimo.

«Oh, André. Tutto bene?»

Andrea sospirò. Perché quella domanda? Cosa voleva che dicesse?

«Perché?» chiese lui di rimando. Anche Daniele sospirò.

«Ti ho visto... avrei voluto seguirti»

«Scusa, non l'ho fatto di proposito. Ero uscito per fare due passi e mi sono ritrovato lì, non sapevo fosse casa tua. Sono andato via per non sembrare invadente» spiegò.

«Non è casa mia. È casa di Pietro, che quando ha capito che avrei voluto seguirti non mi ha manco fatto salire. Comunque... piangevi»

«No»

«Sì, André... conosco i tuoi occhi. Perché?»

«Il freddo, probabilmente» mentì. Era vero, aveva pianto, guardando Daniele baciare un altro mentre in testa gli rimbombava quel "forse troppo" sentito poche ore prima. A casa di Nina gli aveva detto che lo amava, che gli voleva bene, "forse troppo". Dopo poche ore baciava un altro. E Andrea non aveva alcun diritto di prendersela.

«Perché mi dici cazzate?»

«Non sono cazzate, Daniele. Non stavo piangendo, non ero lì per te»

«E che ci facevi per strada all'alba dopo una festa?»

«Cazzi miei» borbottò. «Ora torno a dormire» e senza aspettare ulteriori risposte, chiuse la conversazione. Si ributtò sul cuscino, consapevole che il sonno, dopo quella chiamata, non sarebbe più tornato. Fece i conti con l'ennesima mancanza di coraggio, con quelle scuse che aveva sulla punta della lingua e che ancora non riusciva a pronunciare. Provò a chiamare la madre, che allegra lo invitò a pranzo mentre in sottofondo sentiva qualche musica cubana. Rifiutò l'invito e decise di andare a Latina dal padre. 

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora