Capitolo 18

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«Capo, lo vuoi un caffè?»

Andrea distolse lo sguardo dall'ennesimo foglio e guardò Veronica, che ricambiava scalpitante con le mani piazzate sui fianchi e un'attesa irrequieta. Era ferma davanti a lui, in piedi, che aspettava una risposta semplice.

«Che ti succede?» chiese lui, scrutandola.

«Niente, ma siamo chiusi qui dentro da ore, mi si stanno incrociando gli occhi» si lamentò la ragazza. Andrea sorrise appena. Veronica era una stacanovista, a Milano non l'aveva mai vista abbandonare la postazione e, spesso, era proprio lui a doverla costringere ad alzarsi e sgranchirsi un po'. Da quando erano a Roma, invece, non perdeva occasione per prendersi una pausa e attraversare il giardino fino allo studio di registrazione, con la scusa che solo lì c'era la macchinetta del caffè. Andrea, comunque, annuì, guardò oltre la finestra e la seguì, sotto il sole freddo di quel periodo.

Non aveva avuto ancora l'occasione di parlare con Daniele, di scusarsi per quello che era successo, per ciò che aveva fatto. Le parole di Marco lo avevano convinto, e credeva sul serio in quella tregua, così tanto che, ne era certo, ora toccava a lui fare un passo verso il cantante.

Entrando nello studio, il silenzio lo investì. Era strano, pensò. Immaginava uno studio di registrazione sempre pieno di musica, di suoni, di parole cantate. Immaginava qualcosa di più caotico, e non quel silenzio.

Avvicinandosi alla stanza più grande, prima dello studio vero e proprio, cominciò a sentire un leggero vociare. Due persone, un botta e risposta pacato e divertito. Riconobbe la voce bassa e confortante di Daniele, riscontrò qualche sfumatura impacciata, in quella voce tremolante, toni che il cantante aveva rivolto a lui. Poi sentì una seconda voce, sconosciuta. Non era Ilo, non era Vittorio. Veronica lo guardò confusa continuando a camminare.

«Forse Vittorio non c'è» sbuffò, quasi delusa. Andrea ridacchiò sotto i baffi e capì il punto. Come aveva fatto a non arrivarci prima? La sua assistente si era presa una bella cotta per uno dei suoi migliori amici. E, riflettendoci, Andrea la comprese. Vittorio era bello e sfacciato, con quella sua aria sempre al limite tra il peggiore dei coatti e un pariolino firmato dalla testa ai piedi.

Era cambiato anche lui, in quei dieci anni. Ora aveva stile, ma non aveva perso se stesso. Forse erano gli occhiali rettangolari che non abbandonava mai, i capelli non più biondo platino, o quegli outfit un po' british. O forse era semplicemente il suo essere così alla mano, così schietto, così onesto con sguardi e parole.

Percorso l'intero corridoio, Andrea si bloccò sulla porta aperta. Sul divano, rilassati e divertiti, c'erano Daniele e un ragazzo sconosciuto. Chi era? Perché Daniele, che continuava ad accarezzare Tocco mezzo addormentato sulle sue gambe, lo guardava con sguardo languido e ammaliato, rapito da ogni parola di quello sconosciuto?

«Caffè» quasi urlò Veronica, irrompendo nella stanza e spezzando la magia tra quei due. Andrea ne fu sollevato, ma finse indifferenza mentre Daniele incrociava appena gli occhi con quelli dello stilista. Andrea pensò al discorso che si era preparato, alle scuse per l'impeto di quella notte e per aver pensato solo a se stesso. Era un bel discorso, che cancellò dalla sua mente nel giro di pochi secondi.

«Sì, ci sta... non l'abbiamo preso dopo pranzo» rispose Daniele, alzandosi e avvicinandosi alla macchinetta. Andrea rimase in piedi, immobile, a scrutare la situazione che aveva intorno, come se fosse uno spettatore esterno.

Da un lato, vicino alla macchinetta del caffè, c'erano Daniele e Veronica che sghignazzavano tra loro, dall'altro uno sconosciuto giocava col gatto del suo migliore amico. Come guidato da una forza superiore, Andrea si avvicinò a Tocco e lo prese in braccio, togliendolo dallo sconosciuto. Quel gatto era vecchio e malconcio, non poteva toccarlo chiunque!

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora