Capitolo 36

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Mattia salì sul sedile posteriore dell'auto di Carola e biascicò un ciao tirato, a denti stretti. Le cose tra loro non erano migliorate. Il ragazzo continuava a chiudersi in se stesso, a rispondere con mugugni e a guardare lei e Marco con espressione imbronciata. Passava le giornate a studiare, a nuotare e a giocare ai videogiochi.

Parlava solo con Andrea che, negli ultimi giorni era diventato il suo porto sicuro. Ogni sera, quel nuovo zio acquisito si presentava a casa del fratello e passava ore a parlare con Mattia. Discorsi superficiali, a volte, che nascondevano un mondo di incertezze.

Carola era stanca, affranta, delusa. Si sentiva impotente. Perché quel ragazzino non capiva lo sforzo che anche lei stava facendo? Perché la odiava così tanto?

«Ti va un pranzo al Mc?» propose, mentre il traffico romano dell'ora di punta li bloccava in quello sciame di auto in coda. Si era presa un pomeriggio libero dal lavoro, era andata a prendere Mattia a scuola con l'intento di risolvere almeno un po' quella situazione.

Per Marco era diverso. Anche lui aveva i suoi grossi problemi con Mattia, eppure il ragazzino sembrava essere più accondiscendente con l'uomo, forse perché sapeva collocarlo in un ruolo a prescindere da quello familiare.

«Come vuoi» borbottò Mattia. Carola annuì, provando a non dare troppo peso a quella scostante indifferenza. Decise di prendere il pranzo da asporto, e in una quarantina di minuti erano a casa.

Mentre Carola preparava la tavola, Mattia andò diligentemente a lavarsi le mani. Era un bravo ragazzo, Mattia. Nonostante l'indifferenza e il risentimento, era un ragazzino a posto, ben educato. Carola ne era sorpresa. Pensava avrebbe affrontato un mostro in piena cristi preadolescenziale, traumatizzato anche dai problemi familiare. Mattia era traumatizzato. Non capiva cosa gli succedeva intorno, era arrabbiato e ostile, ma mai maleducato. Era empatico e premuroso, e la sua rabbia non andava mai oltre.

«Vorrei parlare un po'» azzardò Carola quando il ragazzo la raggiunse a tavola.

«Di cosa?» chiese lui scartando il suo panino col pollo. Prima di addentarlo, fece un lungo sorso alla cocacola e mangiò quasi tutte le patatine. Era affamato.

«Di noi. Di questa nuova situazione»

«Non ci siamo già detti tutto? È così, ho capito»

Carola respirò a fondo, provando a non farsi prendere dall'impeto. Rimandò indietro le lacrime. Piangeva ogni notte tra le braccia di Marco, sempre pronto a confortarla e a rassicurarla. Ma in quel momento Marco non c'era. Avevano deciso insieme che quello sarebbe stato un momento di lei sola con Mattia.

«Perché ce l'hai con me?» chiese lei.

«Non ce l'ho con te. Nemmeno con Marco»

«E allora?»

«E allora ce l'ho con questo mondo fatto dai ricchi per i ricchi. A voi viene uno sfizio, e avete abbastanza soldi da togliervelo. Qualsiasi sfizio»

«Non sai di che parli» rispose Carola, sbuffando una risata.

«Quindi voi non siete ricchi? Volevate adottare qualcuno ed eccomi qua, vi siete tolti lo sfizio»

«Chi pensi che siamo, Steve Jobs? Devi rivedere il tuo concetto di ricchi che governano il mondo, perché non siamo di certo noi»

«Non siete nemmeno dei poveracci come la mia famiglia, però»

«Non ci siamo tolti uno sfizio» lo smentì Carola, ignorando la polemica su ricchi e poveri che, chissà, forse Mattia avrebbe capito anni dopo. «Mi dispiace, davvero, se pensi che questa cosa sia un capriccio, o un dispetto a te»

«Ai miei...»

«Nemmeno ai tuoi. Sai che ti avrebbero mandato in una casa famiglia? Volevi finire lì?»

«Sarei rimasto a casa mia, nessuno se ne sarebbe accorto»

«Pensi che la scuola, non vedendoti più, sarebbe rimasta in silenzio? Tu vedi noi come i cattivi, come quelli che ti hanno strappato alla tua routine. Ma quella routine era sbagliata, perché hai tredici anni, devi andare a scuola e a nuoto, devi giocare, devi uscire con gli amici. Non devi lavorare per sfamare la tua famiglia. Quindi, vuoi vederci come cattivi? Accomodati, non te lo impedirò, perché so di aver fatto la scelta giusta. Non sei una borsa firmata o un bel vestito, non sei uno sfizio, non sei un giocattolo. Sei una persona, e io tengo a te. E se tu vuoi odiarmi, fallo. Se vuoi vedere me come il mostro della tua storia, fallo. Ma penso che meriti opportunità migliori, e noi possiamo dartele. Marco tiene a te, parla di te da anni, si preoccupa per te. Nessuno vuole allontanarti da tua madre, e questo è il modo migliore che abbiamo per aiutarvi»

Carola disse tutto pacatamente. Non alzò la voce, non si alterò. Era convinta delle sue parole, e quella fermezza, rodata in anni di tribunale, sembrò coinvolgere anche Mattia che, per la prima volta, la guardò ammirato.

«Sarei finito in casa famiglia?»

«Probabilmente sì... tuo fratello ha diciassette anni, la scuola dell'obbligo l'ha finita. Tu no, e se un tredicenne sparisce, la scuola interviene. Noi non siamo perfetti, Matti. E non siamo santi. Vogliamo solo aiutarti»

Mattia abbassò il capo, e Carola lo vide asciugarsi in fretta una lacrima solitaria sfuggita al suo controllo. Lo vide indifeso, inerme. Un ragazzino che si sentiva abbandonato e solo. Decise di fare un passo concreto verso il ragazzo e, senza pensarci troppo, si avvicinò a lui e lo prese tra le braccia.

Mattia era alto quasi quanto lei, eppure in quel momento, con un po' di fatica, riuscì ad avvolgerlo completamente e lo sentì lasciarsi andare, mentre i singhiozzi lo travolsero.

«Non penso che siete cattivi» sibilò. Carola lo strinse un po' di più, sorridendo tra sé e lasciando spazio alle lacrime, trattenute fino a quel momento.

«Lo so» rispose sincera. Fece per lasciarlo andare ma sentì la presa di lui ben salda sul suo braccio. Sorrise fiera e lo abbracciò ancora, questa volta senza incertezze. Mattia le stava chiedendo quel contatto e finalmente sentì che qualcosa si era mosso.

«Vieni in piscina con me, oggi?» chiese il ragazzo, quasi timoroso. «Non è mai venuto nessuno a vedermi nuotare» ammise.

Carola gli prese il viso tra le mani, lo guardò negli occhi e gli lasciò un bacio sulla fronte.

«Verrò finché mi vorrai» rispose sicura prima che lui si rituffasse tra le sue braccia ricambiando la stretta.

«Scusa per come ti ho trattata»

«Non preoccuparti. Stiamo tutti un po' prendendo le misure, ci sta»

«Con Andrea è stato più facile» ammise il ragazzo, quasi vergognandosi.

«Sì, beh... Andrea è una persona più aperta di me e Marco, sa stare con la gente, sa essere simpatico e sa mettere a proprio agio chiunque... una di queste sere facciamo una cena così conosci anche gli altri»

«I cantanti?»

«Sì», ridacchiò Carola, «i cantanti. Non dirgli che sono pappamolli, però... Vittorio la prenderebbe male»

«L'altro... come si chiama... Danilo?»

«Daniele...»

«Sì, Daniele... è il fidanzato di Andrea?»

«Che ti ha raccontato Andrea?»

«Che le canzoni sono per lui... e qualche altra cosa, mentre eravate in cucina. Dice che stanno sistemando le cose»

«Ah, dice così?» chiese Carola stupita. Mattia annuì e lei rise di gusto. «Diciamo che la situazione è complicata, ma risolveranno. Ne sono certa» disse sicura. Mattia annuì, non capendo forse del tutto le parole della ragazza, ma non fece altre domande e tornò a concentrarsi sul cibo. Carola pensò a Daniele e Andrea, alla loro storia, agli ultimi dieci anni e all'ultimo periodo. Andrea si era aperto con Mattia, e forse quello era il segnale che qualcosa stava davvero cambiando. Lei sapeva quanto il futuro della coppia fosse nelle mani curate dello stilista. Daniele poteva provare a tenere il punto, ma davanti ad Andrea si sarebbe sciolto sempre. Forse era tornato il loro momento, dopo anni di silenzio. 

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora