Capitolo 40

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Daniele aveva passato almeno due ore seduto al tavolino di quel bar con Andrea. Due ore a parlare di tutto, senza più riaprire l'argomento lutto o le loro questioni irrisolte. Avevano parlato di viaggi, di sogni realizzati e da realizzare, di futuro. Un futuro che sembravano voler costruire insieme, nonostante nessuno dei due l'avesse detto a voce alta.

Il cantante, seppur certo dei sentimenti dello stilista dopo il "ti amo", stava vivendo un momento caotico, e Risorio non aveva voluto confonderlo ulteriormente, davanti a quel caffè.

Era dovuta arrivare Carola a richiamare la loro attenzione. Gli amici erano ancora tutti in sala d'aspetto, quando Andrea e Daniele erano tornati verso la camera mortuaria. Il corpo del padre era pronto, e Daniele si era avvicinato piano, con una lentezza che non gli era mai appartenuta. Aveva guardato quell'uomo senza riconoscerlo davvero e, di nuovo, non aveva provato niente. Il padre non era mai stato un padre, Daniele aveva dovuto cercare una famiglia fuori dalle mura domestiche. L'aveva trovata in Ilo e Vitto, in Andrea, in Carola, Marco e Nina. Daniele ormai conosceva il vero significato di famiglia, e in quella definizione il padre non c'era mai stato.

La notizia della morte del signor Tramet aveva fatto il giro di Latina, eppure c'erano state poche visite, quel pomeriggio. Solo qualche compagno di bevute e, inaspettatamente, Marika che, dopo aver letto il manifesto, si era presentata timorosa e spaesata in ospedale. I ragazzi l'avevano guardata di sbieco, Daniele non si era nemmeno alzato, Marco l'aveva salutata da lontano e l'unico ad averla accolta era stato Andrea, spingendo poco dopo anche Daniele ad alzarsi. Era rimasta appena dieci minuti, il tempo delle condoglianze e di qualche convenevole. Vedendola andare via, tutti avevano capito che non l'avrebbero più vista.

«Ragazzi, stiamo chiudendo». La voce bassa di un'infermiera anzianotta li aveva richiamati alla realtà. Erano rimasti tutti per Daniele, eppure nessuno era apparso preoccupato, a parte Pietro che, per ore, aveva continuato a spronare il cantante a lasciarsi andare.

Quando si erano messi in macchina insieme per tornare a Roma, Daniele aveva guidato in silenzio, preso da troppi pensieri, e aveva risposto solo con qualche annoiato mugugno alle tante domande di Pietro.

Era infastidito, dal professore e da tutta quella preoccupazione. Pietro lo guardava con occhi pieni di pietà, quasi di dolore. Un dolore che Daniele non provava.

«Mettiti a letto, ti preparo qualcosa di caldo» gli disse il ragazzo, appena rientrati a casa. Il buio li avvolgeva, nascondendo la frustrazione e il nervosismo del cantante. «È stata una giornata faticosa» aggiunse il napoletano.

«Smettila Pie'» sbottò Daniele, buttandosi a peso morto sul divano. Si sfilò le scarpe, buttandole da qualche parte in salone, rimanendo con lo sguardo fisso sull'altro.

«Di fare cosa?» chiese subito l'altro.

«Tutto. Smettila di fare tutto»

«Provo solo a farti stare meglio» si giustificò.

«Non ne ho bisogno perché non sto male» alzò la voce Daniele, alzandosi dal divano come una molla. I pugni chiusi e la vena sul collo che cominciava a pulsare.

«È morto tuo padre, non puoi stare bene» continuò Pietro, fermo sulle sue convinzioni. Daniele ridacchiò amaro, si sedette di nuovo sul divano e si stropicciò gli occhi, provando a calmarsi.

«Sai perché siamo stati due ore al bar, io e Andrea?» chiese, senza guardare l'altro negli occhi.

«Ti stavi sfogando, immagino»

«Immagini male... è l'unico a cui sono riuscito a dire che per la morte di quell'uomo non provavo nulla. Mi sento anche in colpa perché, come dici tu, è mio padre. Era mio padre. Ma che padre è uno che non ha mai saputo niente del figlio? Uno che l'ha cacciato di casa senza mai ricercarlo? Uno che ha passato una vita ubriaco, senza dare al figlio niente? Quell'uomo ha donato lo sperma, non è mai stato un padre. E a me non importa della sua morte»

«Non è possibile. È la rabbia a parlare»

«Lo vedi come fai? Pretendi di conoscere i miei sentimenti, le mie emozioni. Mi conosci da quanto? Un mese scarso? Chi ti dà queste convinzioni?»

«Mi stai lasciando? Sei tornato con Andrea?» chiese Pietro diretto, costringendo Daniele ad alzare lo sguardo.

«Ti sto lasciando, sì. Ma non perché sono tornato con Andrea, nemmeno so se mai torneremo davvero insieme. Ma sono riuscito a confidarmi solo con lui. Nemmeno a Ilo e Vitto ho detto questa cosa di mio padre. Andrea è l'unica persona al mondo con cui sono sempre me stesso. Riesco a dirgli tutto senza mai vergognarmi»

«L'hai detto anche a me...»

«Per farti capire... sei stato in pena tutto il giorno, e quel tuo modo di fare mi ha infastidito»

«Ero preoccupato per te»

«Lo so, è questo il problema... non mi conosci. Ad Andrea è bastato uno sguardo per capire il mio stato d'animo. E lo so che non è facile da ascoltare, lo so che sembriamo una di quelle coppie tossiche che non riescono mai a lasciarsi davvero... ma non voglio prenderti in giro, Pie'... io amo Andrea da più di dieci anni. Pensavo davvero fosse arrivato il momento di andare avanti, pensavo che ce l'avrei fatta, finalmente»

«Ti distruggerà» sussurrò Pietro, con la voce rotta e gli occhi leggermente lucidi. Daniele annuì sbuffando una risatina. Magari sì, forse il professore aveva ragione...

«Non stare con lui mi distruggerebbe prima... so che non è facile capire il nostro legame, perché non ci hai mai visti insieme. Andrea mi ha insegnato a vivere. Senza di lui, forse ora sarei già morto. Ho conosciuto me stesso, grazie ad Andrea. Ho scoperto una parte di me che non pensavo esistesse»

«E vuoi ancora stare fermo all'adolescenza?»

«Pensi che siamo questo? Una coppietta adolescenziale? Andrea mi ha spinto a studiare, a migliorarmi, a seguire i miei sogni. Mi ha insegnato che il mondo non erano solo le due vie in croce delle case popolari di Latina. Mi ha insegnato che persone diverse possono coesistere e volersi bene. Mi ha fatto trovare una famiglia. Il padre di Andrea mi vuole più bene di quanto me ne abbia mai voluto il mio. Andrea mi ha insegnato a camminare a testa alta, a smettere di vergognarmi della mia stessa ombra»

«E poi ti ha mollato sotto un treno per dieci anni»

«Pensi sia stato facile per lui? Tu non hai mai fatto errori nella vita? Non hai mai avuto paura?»

«Questa difesa a spada tratta è imbarazzante»

Daniele si strinse nelle spalle. Non era dispiaciuto o infastidito da quei giudizi. Sapeva che un occhio esterno non avrebbe mia capito il loro legame. Solo gli amici, le persone che avevano sempre avuto intorno, capivano davvero il loro amore. Solo chi lo aveva visto nascere, crescere, fermarsi, ma mai morire, sapeva cos'erano Daniele e Andrea insieme.

«Spero troverai anche tu qualcuno da difendere a spada tratta, te lo meriti»

«Hai detto che non volevi prendermi in giro...» bofonchiò.

«E non l'ho fatto. Sono sempre stato onesto»

«Sì, beh... avresti dovuto essere più onesto con te stesso, forse...»

«Forse sì... mi dispiace» ammise Daniele. Pietro lo guardò un'ultima volta, e il cantante scorse nei suoi occhi l'indecisione dell'ultimo saluto. Forse il professore avrebbe voluto abbracciarlo, ma Daniele decise di allontanarsi di qualche passo e mettere fine a quei dubbi. Pietro sorrise appena, alzò una mano e sparì in fretta oltre la porta.

Daniele non aveva mai avuto l'intenzione di prenderlo in giro eppure, ripensandoci, non poteva che dare ragione a Pietro: l'amore per Andrea non era mai finito e, probabilmente, non sarebbe finito mai. Daniele era totalmente se stesso solo con Andrea. Anche oggi, anche dopo dieci anni di lontananza, gli bastava uno sguardo dello stilista o la sua presenza nella stessa stanza, per farlo stare in pace con se stesso e col mondo. Grazie ad Andrea, Daniele aveva smesso di sentirsi sbagliato, di percepirsi come un errore di percorso nella vita di chiunque. Grazie ad Andrea, Daniele aveva capito di non essere solo una comparsa fastidiosa nella vita degli altri. Grazie ad Andrea, Daniele aveva capito di meritare un po' di felicità.

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora