Capitolo 44

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Avevano passato la notte a fare l'amore. Dalla vetreria, erano corsi fino a casa di Andrea e, senza badare ai passanti o agli scalini, avevano raggiunto la porta d'ingresso stretti in un unico abbraccio, legati da quel gioco di lingue tanto in sintonia.

Si erano spogliati a vicenda, famelici, col respiro corto e l'esigenza quasi dolorosa di viversi, finalmente. Ogni carezza, ogni bacio, ogni respiro intrecciato serviva a colmare una mancanza durata troppo tempo. Quella lontananza di cui Andrea si incolpava. Quei silenzi, apparentemente eterni, che comunque non li avevano mai divisi davvero.

In ogni gesto condiviso, c'erano loro due. Andrea e Daniele, due anime destinate a stare insieme.

«Ti amo» aveva sussurrato Andrea in continuazione. Sentiva l'esigenza di dirglielo e di dimostrarglielo. Daniele, per tutta la notte, aveva preferito non rispondere a parole. Andrea sapeva bene i sentimenti dell'altro, Daniele non li aveva mai nascosti.

Erano state ore intense, piene di gemiti, di cuori sincronizzati e di tutto quell'amore che, finalmente, non avevano più paura a mostrare.

Si erano addormentati, nudi, sudati e abbracciati, alle prime luci dell'alba. Daniele non dormiva così bene da anni, eppure qualche pensiero continuava a turbarlo.

Si svegliò che era da poco passata l'una. Andrea ancora avvinghiato a lui, col volto nascosto nell'incavo del suo collo. Daniele sospirò sollevato. Non era stato solo un sogno e lo stilista non era fuggito. Era ancora lì, stretto a lui, a dormire beato.

Non si era svegliato da solo, confuso, in un letto non suo come l'ultima volta. Nemmeno quel letto era suo, in effetti, ma sentiva di appartenergli, in qualche modo.

Anche Andrea aprì gli occhi, e un sorriso spontaneo gli spuntò sul viso rilassato. Guardò il cantante e si avvicinò dolcemente, per lasciargli un bacio a fior di labbra che Daniele subito accolse.

«Sei qui» sussurrò Tramet, e forse lo diceva più a se stesso.

«Non scappo più» ribatté forte Andrea, in un sospiro che sapeva di promessa. «Che hai?» aggiunse dopo un po'. Daniele era felice, eppure su quel viso che tanto piaceva allo stilista, era ben visibile un'ombra di paura.

«Niente» provò a dire, ma Risorio lo guardò torvo. Daniele non era mai stato bravo a nascondere la verità ad Andrea.

«Sei pensieroso» insistette. Daniele sospirò, dicendosi a mente che non era il caso di continuare con altre frasi non dette. Stavano ricominciando, e dovevano farlo al meglio.

«Lorenzo...» confessò. Andrea annuì comprensivo, sedendosi meglio sul letto e prendendo le mani di Daniele tra le sue.

«Lorenzo cosa?» chiese tranquillo.

«State insieme, parlate di matrimonio...»

Andrea sorrise, infastidendo un po' l'altro che, di tutta risposta, lo guardò corrucciato. Lo stilista, comunque, non si scompose. Continuò a sorridere, gli accarezzò dolcemente una guancia, indugiò con lo sguardo su quelle labbra che gli erano sempre piaciute e gli lasciò un bacio prolungato, prima di riprendere la parola.

«Ho lasciato Lorenzo qualche giorno fa» spiegò tranquillamente. «Non scherzo quando dico che questa volta voglio fare le cose per bene. Voglio una relazione matura, e voglio rispettarti come forse non ho mai fatto in tutta la vita. Non avrei fatto l'amore con te se prima non avessi lasciato lui. L'ho lasciato quando ancora pensavo che tra noi fosse finita per sempre, perché tra me e Lorenzo non è mai davvero iniziato nulla. Mi sono illuso, perché pensavo di averne bisogno, di voler andare avanti, ma il mio posto è sempre stato con te» ammise. Daniele si asciugò in fretta una lacrima che non era riuscito a trattenere. Sorrise a mezza bocca, alzando solo un angolo. Quel sorrisetto che aveva fatto innamorare Andrea quando era ancora un adolescente.

«Ti amo» sussurrò il cantante.

***

«Non mi hai più raccontato la storia del pianoforte» mormorò Daniele, accarezzando il braccio di Andrea. Erano passate ore, e loro due non si erano mossi. Il sole era sorto e tramontato, e loro erano rimasti lì, su quel letto sfatto e pieno dei loro odori mischiati. Avevano fatto l'amore, dormito, parlato. Soprattutto parlato. Degli ultimi dieci anni, delle loro carriere, di come erano cambiati ma comunque rimasti gli stessi. Avevano deciso di prendersi una giornata solo per loro, lontani da tutto il resto del mondo.

«Che pianoforte?» chiese Andrea confuso.

«Il tuo, da bambino. La sera del falò mi avevi detto che era una storia lunga, e quando stavi per raccontarmela ha chiamato Marco ubriaco e sei scappato»

«Già... il tempismo di mio fratello» ridacchiò Andrea.

«È migliorato negli anni, sai?» disse Daniele spontaneamente. L'altro si rabbuiò un po'.

«Lo sai più tu di me, forse»

Daniele lo costrinse dolcemente a guardarlo. «Nessuno ruberà il vostro rapporto. È solo vostro. Nemmeno cento anni di lontananza potrebbero scalfirlo»

«Non lo so... sono stato stronzo con tutti»

«Ti hanno già perdonato, credimi» disse sicuro, scaturendo nell'altro una risatina poco convinta. «Quindi? Il pianoforte?»

«Ma niente... le pazzie di mia madre» rispose, raccontando poi dettagliatamente l'accaduto. L'insegnante di pianoforte, i dispetti a Marco, quell'anellino regalato e i primi momenti in cui aveva cominciato a capire la sua persona. «Nemmeno io capivo davvero cos'ero» concluse.

«Eri tu»

«Ero qualcosa di inaccettabile, nella mia famiglia» sussurrò con la voce strozzata. Daniele salì a cavalcioni su di lui, costringendolo a guardarlo negli occhi. Si avvicinò così tanto, che i respiri ormai erano un tutt'uno.

«Tua madre non è la tua intera famiglia. E la sua ignoranza non deve mai farti dubitare di ciò che sei» disse sicuro, con voce ferma.

Andrea annullò del tutto quella distanza, con un bacio a stampo che si fece via via più passionale.

«Sai quando mi sono accettato davvero? Quando mi hai visto per la prima volta e non sei scappato. Avevo cominciato già ad essere fiero di me... grazie a Nina, grazie a Jacopo, grazie anche a mio padre... ma quando tu, dopo che ti ho mentito per mesi, non sei fuggito, ho capito davvero di non essere sbagliato... di non essere uno sbaglio della natura, di non essere quella maledizione che mia madre credeva di avere in casa»

«Fa male sapere che tu l'abbia pensato... che ti sia sentito un errore»

«È l'adolescenza, no?» provò a sdrammatizzare. Daniele annuì appena. Anche lui si era sentito sbagliato infinite volte. Si era sentito un peso per quel padre che non l'aveva mai voluto. Si era sentito solo, incazzato, un fallito. Si era sentito inutile.

«Forse è vero quello che dice Marco» borbottò.

«E che dice Marco?» chiese Andrea curioso.

«Che io e te ci miglioriamo»

«Ah, dice questo? È davvero cambiato tutto» ridacchiò.

«Sì... e credo abbia ragione. Prima di conoscerti ero allo sbando. E sì, avevo Ilo e Vitto, avevo trovato la mia famiglia, ma mi sentivo comunque di troppo. Non facevo la differenza per nessuno»

«Questo non è vero... fai la differenza per un sacco di persone. Ho osservato il tuo rapporto con Nina, con Marco e Carola...»

«E grazie a chi ho questi rapporti? Senza di te, probabilmente Nina non l'avrei manco mai conosciuta e con Marco ci saremmo scannati qualche altro anno e poi ognuno per la propria strada...»

Andrea rimuginò un po' su quelle parole, mentre continuava a fissare la sua mano incastrata a quella di Daniele. «La canzone dovevi chiamarla pezzi perfetti» sussurrò, senza distogliere lo sguardo da quel gioco di dita.

«Cosa?»

«La canzone... siamo pezzi perfetti, non imperfetti» spiegò. Daniele sorrise, annuendo appena. Forse sì, nonostante tutto, imperfetti non lo erano per niente. 

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora