Capitolo 15

450 32 3
                                        

Carola e Marco stavano insieme da così tanto tempo, che ad alcuni sembrava più che altro un'abitudine. Una zona di comfort da cui nessuno dei due aveva il coraggio di allontanarsi per esplorare il mondo che li circondava. E forse, pensò Carola, il loro rapporto era anche quello. Era quotidianità e sicurezza, era rispetto e conoscenza, era amore e tolleranza. Era conoscersi così bene da capirsi con uno sguardo, accettare i difetti non migliorabili e migliorare quegli aspetti caratteriali mutabili, pur di trovare un punto d'incontro.

Eppure, ponderò Carola, era anche tanto altro. Qualcosa che in pochi vedevano, perché nessuno dei due era mai stato davvero interessato al pensiero del mondo. Erano i piccoli gesti quotidiani, erano le sorprese che lasciavano a bocca aperta. Erano gli occhi innamorati come il primo giorno, l'affinità sessuale sempre maggiore, la voglia di scoprirsi. Qualche collega, sentendo i racconti di Carola, li aveva definiti noiosi. Ma che c'era di noioso in un amore cresciuto come un albero secolare, forte, possente, con un tronco solido impossibile da abbattere? Nulla, pensò la ragazza.

Avevano vissuto parecchi drammi, all'inizio di quella relazione. I primi anni erano stati quasi traumatici, tra il tradimento, il video porno, la vendetta adolescenziale di Marco. Nessuno aveva creduto nella loro storia e, forse, i primi a non averci creduto, ai tempi, erano proprio loro due. Poi, all'improvviso, quasi senza accorgersene, era scattato qualcosa, tra i sedili scomodi di quel treno che, inaspettatamente, stava riportando entrambi da Milano a Latina. Si erano guardati e, per la prima volta, si erano compresi, mettendo da parte tutto il resto.

Erano cresciuti insieme, da quel giorno. Si erano presi per mano e si erano aiutati, sostenuti, amati, senza mai occupare con invadenza lo spazio personale dell'altro. Carola aveva mantenuto le proprie amicizie, così come Marco. Avevano coltivato le loro passioni separatamente, consapevoli che, a un certo punto della giornata, se le sarebbero raccontate. E avevano unito persone apparentemente agli antipodi. Quel gruppo di scapestrati esisteva grazie a loro due

Quando Marco in tarda mattinata aveva annullato all'improvviso il pranzo insieme, Carola non si era preoccupata troppo. Sebbene vedesse da giorni il fidanzato pensieroso e spento, aveva deciso di non dare troppo peso alla cosa, di lasciargli lo spazio che silenziosamente stava chiedendo. Sapeva che il divorzio dei genitori, nonostante non ne parlasse, gli pesava enormemente, e il ritorno di Andrea, soprattutto dopo la notte da Nina, aveva messo un carico enorme sull'umore del ragazzo.

Quel giorno, viste le poche cose da fare in ufficio e saltato il pranzo con Marco, Carola aveva raggiunto Nina per mangiare con la ragazza che, sapeva, troppo spesso dimenticava di pranzare. Si erano raccontate le ultime novità, avevano discusso un po' dell'evento di beneficenza, avevano parlato di Andrea e Daniele e, quando la pausa di Nina era finita, Carola l'aveva salutata con un abbraccio confortante, lasciando lo studio fatiscente dell'amica.

Aveva fatto due passi per le vie del centro, perdendosi in qualche negozio che non era comunque riuscito ad attirare la sua attenzione. Continuava a pensare a Marco e, sebbene la testa le consigliasse di lasciare al ragazzo i suoi spazi, il cuore aveva preso il comando. Era inquieta, sentiva di non sapere come aiutarlo, da giorni gli vedeva negli occhi una rassegnazione che non era da lui.

Parcheggiò davanti alla piscina che erano da poco passate le quattro di pomeriggio. Si guardò appena nello specchietto retrovisore, rimuginando ancora sull'incursione prepotente che stava per fare nella vita del fidanzato. Seppure incerta, si disse che Marco non l'avrebbe presa male e che quelle erano solo sue paranoie. Si sistemò appena i capelli e scese dall'auto, camminando spedita verso l'ingresso, nei suoi pantaloni palazzo color senape, assai fuori luogo in quell'ambiente così sportivo.

Stava per aprire l'enorme portone con maniglia antipanico interna, quando qualcuno la travolse. Non cadde per un soffio e il suo sguardo si scontrò con due occhi scuri, neri come la pece, gonfi. Il ragazzino la guardò duro, quasi a sfidarla. Non provava rimorso, pensò Carola, e non ci provò nemmeno a chiederle scusa.

«Ehi, attento» quasi lo ammonì. Poi lo guardò meglio e riconobbe Mattia, il ragazzino di cui Marco le parlava continuamente, il suo allievo preferito, quello che seguiva con maggior attenzione. Non perché non gli importasse degli altri ma, diceva, Mattia aveva più bisogno. E Carola, scrutandolo, capì esattamente le parole di Marco. Riconobbe quel bisogno. «Sei Mattia, vero?» aggiunse.

Il ragazzo la guardò sorpreso, abbandonando per un attimo l'espressione ruvida, per niente tipica di un tredicenne. Poi, parve tornare in sé, strinse i pugni, e si chiuse di nuovo, quasi a volersi proteggere da qualsiasi forza estranea.

«Vuoi un po' di acqua? Un fazzoletto? Qualcosa?» provò ancora Carola. Lui ridacchiò amaro.

«Ma te che voi? Che ve siete messi 'n testa co l'omo tuo?» Mattia sapeva perfettamente chi fosse, la conosceva, l'aveva già riconosciuta.

«Non sembri stare bene... pensavo volessi aiuto» disse Carola, che non si faceva di certo intimidire da un tredicenne maleducato. Lui rise ancora, quasi a sfottò. La guardò col mento alto, con la lingua tra i denti e uno sguardo di disprezzo.

«E te che ne sai come sto io? Me conosci?»

«A volte le persone si possono aiutare anche senza conoscerle... ho qualche anno più di te, conosco il mondo»

«Conosci er tuo, de mondo, no il mio. Che ne voi sape' tu, così bella, così perfetta, ricca, firmata dalla testa ai piedi, de com'è la vita mia? Che ne sai de come si vive co' du' spicci?»

Adesso fu Carola a ridacchiare amara, sorprendendo, di nuovo, anche lui. Mattia la guardò con cocente curiosità, nonostante provasse in ogni modo a nasconderla. I suoi occhi bramavano una risposta da quella donna semi sconosciuta, con cui non aveva mai parlato.

«E te che ne sai della mia, di vita? Vuoi che parlo romanaccio pure io? Così sembro più tosta...» quasi lo sfotté.

«Che problemi hai avuto nella vita? Co' quella faccia che te ritrovi, poi...»

Carola non rispose a parole. Lo fissò per qualche altro secondo poi, senza dire nulla, si alzò il pantalone abbastanza da mostrare la gamba. Quella gamba, sua compagna di vita e di difficoltà. Quella gamba, che ormai aveva quasi dimenticato. Non ricordava più come fosse averne una vera, per lei era quella la sua vera gamba. Ci stava bene, forse l'aveva anche aiutata, in qualche modo.

Lo stupore di Mattia fu evidente e gonfiò appena l'ego di Carola. Lo aveva lasciato senza parole.

«Vedi, sei così superficiale da pensare che la vita di qualcuno sia perfetta solo perché ha un bel viso o dei bei vestiti...ma non sai niente... cosa pensi che sia la perfezione? Un bel corpo? Un bel viso? Sei ben lontano, allora... pensi esista davvero, la perfezione?»

«Che vuoi dimostrare? Nemmeno ti conosco»

«Nemmeno io... ma ti ho teso la mano in un momento di difficoltà e tu ci hai sputato sopra. Va bene, ci sta, ognuno reagisce a modo proprio, ma non dovresti giudicare il prossimo solo per difendere te stesso, sai?»

Il ragazzino si mordicchiò appena il labbro, poi sul suo volto tornò l'espressione strafottente di poco prima. La guardò negli occhi, la sfidò ancora e le intimò di lasciarlo in pace. Carola provò a ribattere, ma lui scappò via, senza dargliene il tempo.

«Sei stata brava...» La voce di Marco la travolse e lei si voltò, vedendolo sulla porta.

«Hai sentito?»

«Quasi tutto... sono arrivato a metà, più o meno, quando gli hai fatto vedere la gamba... ma immagino l'inizio»

«Che ha?»

Marco si strinse nelle spalle. Carola vide nei suoi occhi un'impotenza che la immobilizzò. Rivide nello sguardo del fidanzato, lo stesso sguardo che vedeva nei suoi, di occhi, quando si guardava allo specchio appena dopo l'incidente. Lo sguardo di chi non può farci niente, di chi non ha le armi per risolvere.

Marco le raccontò della conversazione telefonica con la madre di Mattia e, parlando, la voce gli si incrinò ad ogni parola. Arrivò alla fine del discorso con le lacrime agli occhi e si buttò tra le braccia di lei, ringraziandola per essere lì e facendosi cullare da quel tocco che era casa.

Carola si sentì sollevata, dopo le paranoie. Loro erano un tutt'uno, e non c'era invadenza. La loro era condivisione. Una scelta ponderata e matura, una vita insieme, costruita giorno per giorno. 

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora