Capitolo 39

326 30 5
                                        

Quando Daniele aveva ricevuto la notizia del padre, era in studio con Pietro, per il solito pranzo insieme. Ilo e Vitto quel giorno al casale non ci avevano messo piede. Vittorio era in giro per Roma con Veronica, a godersi una domenica da turisti. Ilo era ancora a letto, a recuperare ore di sonno che secondo lui aveva arretrate. Era domenica, appunto.

Daniele era irrequieto, in quei giorni. Andrea continuava a confonderlo, la presenza di Pietro lo innervosiva. Si era chiuso in sala a scrivere e Pietro, che stava diventando fin troppo invadente, si era presentato col solito pranzo d'asporto e un sorriso innocente in volto.

La chiamata era arrivata da un medico. Il padre aveva avuto un malore al bar, quel solito bar che frequentava da sempre, e gli amici di bevute avevano subito chiamato un'ambulanza. Il padre era morto nel tragitto dal bar al pronto soccorso.

Il viaggio da Roma a Latina era stato silenzioso. Daniele aveva chiamato Ilo per avvisarlo. Una frase breve, telegrafica. Un tono monotono e apatico. Da quando aveva avuto la notizia, il cantante non aveva provato nulla.

Era entrato in ospedale, era arrivato fino alla camera mortuaria, sempre scortato da Pietro. Aveva parlato con i medici, che lo avevano invitato ad aspettare in sala d'attesa. Si era seduto su una panchina fredda, in quella stanza bianca ed enorme, e aveva cominciato ad aspettare.

«Puoi piangere, ti è concesso» gli sussurrò Pietro, accarezzando dolcemente la nuca di Tramet. Daniele sospirò. Non voleva piangere, non ne sentiva il bisogno. Le mani del professore cominciavano a infastidirlo davvero. Non lo voleva quel tocco. Non ne aveva bisogno.

I dottori non avevano ancora portato il corpo del padre. Non lo aveva ancora visto. Non lo vedeva da anni, ormai, e non sapeva cosa aspettarsi.

«Non devo piangere» borbottò freddo, divincolandosi dalla presa di Pietro.

«È morto tuo padre, certo che devi piangere»

Daniele sbuffò sonoramente. Perché c'era Pietro lì? Che voleva? Si conoscevano appena, avevano iniziato a frequentarsi da poco, perché quell'invadenza?

Tutte le sue domande, tutte le sue incertezze, tutti i nervosismi, sparirono all'istante quando Andrea spuntò sulla soglia della porta, trafelato e col casco in mano. Lo vide guardarsi appena intorno prima di notarlo e tirare un sospiro di sollievo.

Daniele non aspettò nemmeno un secondo. Si alzò e lo raggiunse correndo e buttandosi tra quelle braccia che erano sempre state il suo rifugio. Nemmeno la presenza di Pietro lo limitò. In quel momento si rese conto di avere bisogno solo di Andrea. Si lasciò stringere, mentre si beava dell'odore inconfondibile dello stilista.

«Sono venuto appena ho saputo» sussurrò Andrea. Non disse "mi dispiace" o "ti sono vicino". Non lo spronò a lasciarsi andare o a sfogarsi. Disse quella sola frase e poi lo strinse ancora, in quell'abbraccio confortevole e familiare che era mancato a entrambi.

«Stanno arrivando anche gli altri» riprese poi Risorio. «Marco e Carola sono andati da mio padre a lasciare Mattia, Nina sta arrivando con Ilo e Vitto»

«Grazie» sussurrò Tramet, senza sciogliere ancora la stretta. Si staccò solo quando vide Ilo, Nina e Vittorio arrivare. Lo salutarono tutti e tre e, come se comunicassero telepaticamente, annuirono appena e andarono verso Pietro, lasciando Andrea e Daniele da soli.

«Ti va un caffè?» Andrea annuì a quella domanda e insieme si allontanarono da quello stanzone asettico e senz'anima. Decisero di andare al bar di fronte e di non accontentarsi della macchinetta. Ordinarono e si sedettero in un tavolino un po' appartato.

«Sembri infastidito» sussurrò Andrea. «Non pensavo di trovarti in lacrime o distrutto dal dolore, ovviamente, ma nemmeno così sulle spine. Sembra tu voglia picchiare qualcuno» spiegò meglio, lasciandosi andare a una risatina finale.

Daniele lo fissò per secondi lunghissimi. Andrea Risorio era ancora l'unico che riusciva a capirlo con uno sguardo. Sì, era infastidito. Da Pietro, da quella sua voglia compulsiva di tirarlo su, da quella sbagliata convinzione di sapere cosa Daniele stesse provando.

«Non sento niente, Andre» confessò. Andrea annuì, affatto sorpreso da quelle parole.

«Per la morte di tuo padre?»

«Come se fosse morto uno sconosciuto...» ammise.

«E ti senti in colpa perché pensi che si debba piangere per la morte di un genitore» concluse Andrea per lui. Daniele abbassò il capo per un momento ma subito, dolcemente, Andrea glielo rialzò con due dita sotto il mento. Lo guardò negli occhi e Daniele, finalmente, rivide il suo Andrea. Quello dolce, quello sensibile, quello che non ha bisogno di parole per sostenerti.

«Pietro sono ore che prova a consolarmi, che mi dice di piangere, di buttare fuori. Ma non ho niente da buttare fuori»

«Non ti conosce» sussurrò Andrea. Non era una frecciatina o un'accusa. Era la verità, e Daniele lo sapeva.

«Mi giudicherebbe»

«Non credo... magari all'inizio non capirebbe. Non conoscendo il vostro passato, non è facile capire. Ma non mi sembra uno che giudica»

«Lo difendi adesso?» scherzò Daniele.

«Per carità!» Andrea alzò le mani a mo' di difesa, facendo ridere di cuore l'altro. «È sempre il mio nemico numero uno, ma adesso non credo tu abbia bisogno dei nostri battibecchi, no?»

«Ho pensato tante volte a questo giorno, sai? Alla morte di mio padre, a come avrei reagito... non pensavo di essere così cinico»

«Cinico? Tu?»

«Non è normale rimanere totalmente indifferenti davanti alla morte di un genitore»

«E lui quando mai è stato genitore? I rapporti si costruiscono, sempre, anche quelli di sangue. Non sei cinico, Daniele Tramet. Hai il cuore più buono che esista»

Daniele sospirò, lasciandosi andare ad un sorriso e prendendo tra le sue, le mani di Andrea. Aveva bisogno di un contatto fisico. Aveva bisogno di sentirlo.

«Se senti di volerne parlare con Pietro, fallo»

«Non voglio» disse sicuro.

«Perché no? Davvero pensi ti giudicherebbe?»

«Penso non capirebbe e a me non va di spiegarglielo e di spiegargli la mia vita. Non voglio raccontargli il mio passato, i problemi con mio padre, la mia adolescenza. Perché dovrei?»

Andrea non sapeva cosa rispondere. Era una domanda retorica, quella di Daniele? Eppure, gli occhi puntati su di lui sembravano chiedere una risposta.

«Perché state insieme» sussurrò Andrea, nel modo più ovvio e sincero che conosceva. Daniele ridacchiò amaro.

«Insieme? Ci vediamo da poco... non siamo niente. Non lo voglio nemmeno qui» confessò.

«Perché è qui, allora?»

«Perché sono un codardo come te» rispose sicuro.

«Allora forse è il caso di smettere insieme di essere codardi, no?»

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora