Marco aprì la porta in silenzio. Lo stesso silenzio che li aveva accompagnati nel tragitto dall'appartamento di Andrea al loro. Dopo la frase di Carola era calato il gelo. Nessuno aveva più proferito parola, se non per i saluti. Avevano abbracciato Andrea: Carola quasi soffocandolo e col suo tipico sguardo da "non ti giudico ma pensa a quello che ti ho detto"; Marco un po' nel pallone, non aveva nemmeno capito l'ultima frase del fratello prima di chiudersi la porta alle spalle.
«Sai cosa mi ha detto Andrea quando siamo andati via?»
«Che ti avrebbe chiamato domani» rispose secca la ragazza, buttando il cappotto sul divano e accendendo una luce. Marco era silenzioso, sembrava ancora in trance e a lei stavano prudendo le mani. «Si può sapere che hai?» sbottò. Marco scosse il capo, e tornò in sé. La guardò e socchiuse gli occhi. Gli pulsavano le tempie.
«Tu che hai» disse di rimando.
«Io? Niente. Ti ho detto una cosa e ti sei ammutolito» spiegò. Lui sospirò sonoramente, guardandola negli occhi. Era terrorizzato. «Cosa ti preoccupata?» chiese allora lei, dolcemente.
«Non lo so... mi sembra affrettato»
«Vuoi farlo crescere così? Come sta crescendo?»
Marco sospirò ancora, buttandosi a peso morto sul divano e massaggiandosi le tempie. No, che non voleva farlo crescere così. Ma non esistevano vie di mezzo?
«Non lo so, Ca'... è comunque la sua famiglia. E noi siamo due ragazzini. Mica è facile» ammise. Lei lo scrutò, scompigliandogli quei ricci che tanto amava. Gli fece allargare appena le braccia e si sistemò sul suo petto, il suo porto sicuro, la sua casa, il suo rifugio.
«Non siamo più due ragazzini... abbiamo entrambi lavori buoni, io conosco mille avvocati, e poi c'è Nina... potremmo dargli una casa, garantirgli un futuro... ha tredici anni»
«Non lo conosci nemmeno. Perché vuoi farlo? Non vuoi un figlio tuo, una gravidanza? Un matrimonio, prima...»
«Chi dice che non avremo anche tutto questo? Prima, dopo... a chi importa?»
Marco sbuffò, amaramente ironico pensando a quella domanda che a Carola, al contrario, sembrava retorica.
«Importa ai tuoi, a mio padre, a mia madre... sai il casino che potrebbe fare mia madre se sapesse che prima di sposarci vogliamo adottare un tredicenne?»
«Quando mai mi è importato del giudizio di tua madre?» chiese, ancora retorica. Marco annuì. Era vero, a Carola non era mai importato nulla dei pregiudizi bigotti della donna. Ma quello era un passo enorme, importante, avrebbe cambiato la loro vita in un lampo.
«Anche tu vuoi sposarti, però, prima... parli sempre di matrimonio e poi di figli»
«Marco», disse seria, muovendogli appena il viso per girarlo verso di sé. «Io ti amo. Ti amo così tanto che mi farei tagliare l'altra gamba, se me lo chiedessi. Ti amo così tanto, che a volte mi fa male, perché penso che senza di te non potrei sopravvivere. Ti amo così tanto che sono certa che, insieme, potremmo superare di tutto. E sì, potrebbe essere affrettato, difficile... le adozioni non sono mai semplici, e per ragazzi così grandi che vivono ancora in famiglia ancor di più. E comunque, parliamo di affido, non di adozione»
«E allora?»
«E allora credo ne valga la pena. Parlargli, quel giorno, mi ha fatto male. Tu lo paragoni a Daniele, ma Daniele non ha mai avuto quella sofferenza negli occhi, nonostante tutto. Daniele ha sempre avuto gente intorno pronta ad aiutarlo. Mattia è solo, spaventato, arrabbiato... non dico nemmeno che ci riusciremo, perché è difficile. Ma che costa provarci?»
«E se lo mandano in qualche casa famiglia?» Era quella la sua più grande paura. Avviare le pratiche significava denunciare la madre e infilare Mattia nella bolgia dei servizi sociali. Significava allontanarlo da casa, almeno per un po'.
«Vuoi provare a parlare con la madre, prima? Magari cambia idea...»
«Potremmo provarci insieme...»
«Sì, se vuoi... ma pensa a quella possibilità. C'è Nina, può aiutarci»
Marco annuì e la strinse a sé. Sentirla vicino lo calmava sempre, fin da ragazzi. Era come se avesse un potere magico nello sguardo, nel profumo della sua pelle, nel battito pacato del suo cuore, che riusciva a risolvergli ogni ansia. Carola era la medicina del suo spirito, anche nei momenti peggiori.
Lo aveva aiutato quando Andrea aveva deciso di mettere ottocento chilometri tra loro, dopo diciannove anni di vita in simbiosi. Marco, forse per la prima volta, in quel momento aveva deciso di non essere egoista. Daniele stava soffrendo, era disperato e perso, e tutti dovevano stargli vicino perché non crollasse del tutto. Marco aveva messo da parte la sua sofferenza per lasciare che l'amico piangesse sulla sua spalla e su quelle degli altri. Aveva finto anche un po' di indifferenza, con gli amici e in famiglia.
Solo Carola era riuscita a percepire il suo malessere, perché solo a lei lo aveva fatto vedere. Quando Andrea era scappato, Marco si era sentito mutilato. Quando ne aveva parlato con Carola, si era anche sentito in colpa per quella similitudine così fuori luogo. La ragazza lo aveva tranquillizzato. Gli aveva detto che solo i gemelli sanno che significa essere gemelli e lo aveva commosso quando, sorridendo, gli aveva detto che avrebbe potuto usare qualsiasi similitudine lo avesse fatto stare meglio.
Carola era ciò che di più bello gli fosse mai capitato nella vita, era un regalo che a volte pensava di non meritare. Era il sole dopo giorni di temporale. Era stata paziente, era stata determinata, era stata accondiscendente. Era riuscita a farlo crescere, a togliergli quel ragazzino viziato ed egoista da dentro. Marco era migliore, grazie a lei.
«Io ti amo, lo sai?» disse serio e sincero, guardandola negli occhi.
«Vorrei ben dire, che stiamo a fare altrimenti?» ridacchiò ironica.
«No, Ca'... sul serio. Te lo dico troppo poco» quasi si scusò. Lei scosse il capo.
«Me lo dimostri ogni giorno, e a me basta»
«Te lo dirò più spesso»
«Ti amo anche io»
«Lo so, me lo dici sempre» rispose tronfio facendola ridere di gusto.
«Pensi davvero che non potremmo farcela?» chiese lei, quasi abbacchiata.
«No, in realtà no. Ma voglio che tu sia sicura. Non devi farlo solo per me»
«Non lo faccio per te» esclamò convinta. «Lo faccio per lui. Merita di più, merita di meglio»
«Un tredicenne dentro casa» ridacchiò lui quasi isterico, «solo a noi poteva venirci in mente una follia del genere. Un preadolescente...»
«Lo siamo stati anche noi... non può davvero essere peggio di noi»
Marco ridacchiò ancora, pensando a loro adolescenti. Alla droga, al revenge porn, alle sbronze, alle risse, alle feste. Non erano stati male come adolescenti dopotutto. Se si guardava indietro, vedeva ragazzini irrisolti e arrabbiati che, in un modo o nell'altro, avevano trovato una strada. La stessa strada che meritava Mattia.
«Non siamo stati così male, dai...»
«Insomma...»
«Poteva andare peggio... alla fine abbiamo fatto quello che fanno tutti»
«Sì... quello che merita di fare anche lui. Se comincia a lavorare a tredici anni, che adolescenza può vivere?»
Marco annuì, baciandola dolcemente come faceva, ormai, da quasi quindici anni. «Ti prometto che ti sposo» disse nel bacio.
«Quando vuoi, Risorio» rise lei, approfondendo il bacio mentre si sedeva a cavalcioni su di lui.
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Pezzi imperfetti // Prisma
FanfictionSono passati più di dieci anni dalla notte nella roulotte. Le vite di tutti sono andate avanti. Alcune hanno preso strade diametralmente opposte. C'è chi ha lottato insieme, vincendo. Chi quella stessa lotta l'ha persa. Chi è scappato e chi è rimast...
