Capitolo 37

392 29 2
                                        

Il salotto di Marco e Carola era preparato a puntino per la cena. Tutto apparecchiato come fosse una serata di galà, la ragazza aveva tirato fuori anche quei bicchieri di cristallo che la madre, per inaugurare la convivenza, aveva regalato loro. Ci tenevano a quella cena. Ci tenevano a presentare Mattia agli amici.

Marco aveva preparato il suo famoso arrosto, con patate e carote al forno. Per Nina uno sformato di verdure e un tris di contorni. Avevano comprato il vino migliore, Carola aveva preparato tre dolci e aveva acceso tante candele. La casa era calda e accogliente, e anche Mattia sembrava soddisfatto.

«Quanta gente avete invitato? Un esercito?» chiese il ragazzino, ridendo. Carola lo guardò di sbieco.

«Troppo roba?» si allarmò. Marco sghignazzò, complice di Mattia nello sguardo.

«Ti prende in giro» la rassicurò subito, lasciandole un dolce bacio sulla tempia destra. Lei si rilassò all'istante e Mattia si perse un po' ad ammirarli.

Il ragazzino aveva passato gli ultimi due giorni a studiare la coppia. Da quando aveva fatto quel passo verso la donna e verso i genitori affidatari, il suo sguardo era cambiato. Aveva cominciato a percepire tutto l'amore che li legava e a farsi investire da quel sentimento. Non aveva mai visto prima tanto amore, tanta complicità, tanta voglia di comprendersi.

«Ti sei imbambolato?» chiese Marco ridendo e scuotendolo appena. Il giovane ricambiò il sorriso, accompagnandolo con un sospiro di sollievo.

«Siete belli. Davvero belli» confessò, e gli occhi di Carola si lucidarono all'istante. «Scusate per i primi giorni, non volevo fare lo stronzo» aggiunse dopo un po'.

«Non servono scuse» lo rassicurò subito Marco, «ci stiamo abituando insieme, no?» chiese poi, retorico. Mattia annuì e si avvicinò titubante, rivolgendo loro un cenno che subito accolsero, annullando del tutto la distanza rimasta e perdendosi tutti e tre in un abbraccio che, finalmente, sapeva di famiglia.

***

La serata procedeva tranquilla. Avevano mangiato, avevano bevuto, avevano riso e scherzato. Veronica non c'era. E nemmeno Pietro. Quella cena era per gli amici di una vita, per quella famiglia che avevano scelto di formare da adolescenti e che, tra alti e bassi, le aveva superate tutte.

Andrea era sollevato dall'assenza del professore, nonostante Daniele non avesse mai nemmeno risposto alla dichiarazione dello stilista di qualche giorno prima. Non si erano più visti, se non di sfuggita, e non si erano più parlati. Daniele lo stava evitando? Probabile, perché nemmeno quella sera, a parte un freddo saluto, gli aveva rivolto parola.

Andrea aveva passato le ultime ore ad osservare il cantante interagire con Mattia. Vedendoli insieme aveva capito davvero quanto fossero simili, e le parole del fratello e della cognata divennero cristalline.

Nella sua testa, Daniele a tredici anni era esattamente come Mattia. E un po' se lo ricordava anche. Andrea era un bambino quando aveva visto Daniele per la prima volta.

Marco aveva pregato per giorni il fratello di andare a quella gara, alla sua prima gara, e alla fine Andrea lo aveva accontentato. Si era seduto sugli spalti, fiero ed emozionato, in prima fila, e quando i piccoli atleti erano usciti dallo spogliatoio, si era sbracciato rischiando anche di cadere, pur di farsi notare dal gemello.

Marco gli aveva sorriso, felice e un po' in imbarazzo, e lo aveva salutato appena. Il bambino dietro di lui, un po' più grande di loro, lo aveva guardato male. Era bello, quel bambino, con la sua espressione imbronciata e gli occhi di un blu profondo.

Andrea aveva sostenuto quello sguardo, quasi con arroganza. Era così diverso dal gemello, e Daniele lo aveva capito bene, tanto che aveva abbassato gli occhi per primo.

Ripensandoci, Andrea si rese conto che aveva cominciato ad amarlo in quel momento. Era un bambino, e la sofferenza in quegli occhi lo aveva ammaliato e rattristato. Avrebbe voluto chiedere tante volte al fratello notizie su Daniele, ma Marco negli anni ne aveva sempre parlato male, e Andrea non aveva mai voluto alimentare discussioni col gemello.

In Mattia, Andrea aveva rivisto quello sguardo spento e spaesato, gli occhi di un ragazzino abbandonato e solo. Oggi, gli occhi del ragazzo cominciavano a sembrare vivi, vivi come lo erano diventati quelli di Daniele quando nella sua vita era entrato Andrea.

Lo stilista, preso da quei pensieri, interruppe la conversazione tra il cantante e Mattia e trascinò Tramet nella stessa stanza che qualche sera prima li aveva visti discutere. Sotto lo sguardo confuso e leggermente irritato di Daniele, incrociò le braccia al petto e si poggiò con la schiena sulla porta che si era appena chiuso alle spalle.

«Sei impazzito?» sbottò Daniele, provando ad avvicinarsi alla porta. Andrea non si spostò di un millimetro, e il cantante subito si arrese.

«Sarei io il pazzo? Mi ignori da giorni» si lamentò Andrea. Daniele respirò a fondo, come a voler attirare una calma che non sapeva trovare in altro modo. Strinse i pugni e sprofondò sul letto ben tirato di Marco e Carola, scomponendolo appena.

«Che vuoi che ti dica?»

«Non lo so, qualcosa... ti ho detto che ti amo» quasi urlò Andrea.

Daniele si lasciò travolgere da una risata sonora e amara, che infastidì Andrea. Quasi lo offese.

«E come ci si sente? Come stai ad essere ignorato? Com'è sapere che la persona che ami non risponde? Perché tu lo stai provando da due giorni, io ho vissuto dieci anni col tuo silenzio»

«Quindi? Vuoi farmela pagare? Lo fai per ripicca?»

«Non sono un bambino»

«E allora?»

Daniele si stropicciò gli occhi. La testa cominciava a pulsare, quella stanza era sempre più piccola e il profumo di Andrea non lo aiutava per niente a rimanere lucido. Ma era troppo arrabbiato. Troppo nervoso. Troppo deluso. Erano un misto di troppi "troppo" che non lo facevano andare avanti.

«Allora sei un egoista di merda, Andre'. Pensi a te, sempre e solo a te. L'hai capito in due giorni che mi ami? Che mi vuoi? E prima? E quando mi hai scopato e poi sei scappato? Secondo te che devo fare? Crederti e cancellare gli ultimi dieci anni? O l'ultimo mese?»

«Non possiamo semplicemente ripartire? Ricominciare da zero?»

«Su che basi? Sei altalenante, sei lunatico. Prendi decisioni, poi cambi idea, torni indietro, vai avanti, la tua mente viaggia a trecento all'ora. Non sono sicuro di riuscire a starti dietro, mi sono già schiantato una volta. E non sei la persona che amo. O che amavo. Ho paura che quella persona non esista più» ammise rammaricato, con gli occhi lucidi e la voce che tremava.

«E come sarei adesso?»

«Egoista. Anche quel ti amo è stato egoista. Non era per me, quella dichiarazione. Mi conosci, sai che un semplice ti amo dopo dieci anni non mi basta. Merito qualcosa di più. Mi sono colpevolizzato così tanto, che ora voglio chiedermi scusa. Lo devo a me stesso. Tu pensi di risolvere con un ti amo, e il resto come lo risolvi?»

«Vuoi delle scuse?»

«Voglio che tu senta il bisogno di scusarti. Non le voglio pretendere, devono partire da te. Lo sai che ti amo, è sempre stato così. Ti ho sempre perdonato, e tu non hai mai lottato per farti perdonare. Oggi i tuoi occhi non bastano più»

Andrea annuì e si scansò dalla porta. Anche Daniele annuì, lo fissò per qualche secondo e abbassò la maniglia. Stava per uscire quando Andrea lo fermò, stringendogli leggermente un polso.

«Io non mi arrendo» sussurrò a un centimetro dal suo orecchio. Daniele sorrise di sbieco.

«Non arrenderti» rispose. Gli diede un bacio sfiorato sulla guancia e lo lasciò nella penombra della stanza. 

Pezzi imperfetti // PrismaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora