33 a.C.
Il grammaticus Tigellino calò con forza la verga sulle dita di Lucio, che sussultò, il viso già congestionato per le lacrime trattenute.
«Sbagliato! Gaio?»
La voce di Tigellino era acuta e sferzante; in quel momento la rabbia la rendeva ancora più fastidiosa.
Gaio sbiancò, le labbra presero a tremargli e d'istinto nascose le mani sotto le cosce, per evitare di incorrere nella stessa punizione del compagno di classe.
Tigellino sbatteva svelto il piede per terra, le braccia incrociate e la verga che spuntava minacciosa. Niente era capace di incutere terrore in quelle giovani anime quanto quella bacchetta.
Il silenzio era assoluto. Per modo di dire. In realtà la classe era stata allestita lungo la strada, in una rientranza lasciata libera dopo l'incendio di un'insula, che l'aveva rasa al suolo. Nessuno aveva più voluto edificarvi sopra, perciò Tigellino se ne era impossessato, creando la sua scuola. I ragazzi sedevano a terra, nella polvere d'estate e sotto la pioggia d'inverno. Il loro unico possesso erano i pugillares, le tavolette cerate su cui prendevano appunti con lo stilo.
Il papiro che Tigellino stava facendo girare tra gli studenti arrivò sotto il naso di Gaio, che strabuzzò gli occhi e parve in procinto di svenire dal terrore.
Tigellino non era un uomo paziente, e difatti attese solo una manciata di istanti prima di sbraitare: «Non sai rispondere? Alza le mani!»
Gaio si mise a piagnucolare, rifiutandosi, e così Tigellino gli sferzò l'orecchio con la verga. Due volte. Una per non aver saputo la risposta, la seconda per essersi ribellato.
Quindi si piazzò di fronte ai suoi studenti. Nessuno aveva il coraggio di guardarlo negli occhi.
«Non intendo continuare così fino a sera, perciò qualcuno mi dia la risposta o vi metto tutti in punizione!»
Una mano si alzò dalla prima fila, ma Tigellino la ignorò, sollevando il mento. «Qualcun altro?»
La mano restò alzata, imperterrita. Nessun'altra si aggiunse.
Tigellino digrignò i denti e infine abbassò lo sguardo sul suo studente. «E va bene, Flacco. Parla.»
Flacco si allungò verso Gaio per ricevere il papiro e lo allungò davanti a sé. Era l'Elena di Euripide, una commedia greca che era stata rappresentata ben cinque secoli prima e che ancora veniva studiata dagli adolescenti romani. Scorse brevemente la sequenza di caratteri greci e poi iniziò a tradurre, con voce chiara e sicura: «"Mi chiamo Elena, e adesso vi racconto le tribolazioni che ho passato. Un giorno scesero in visita da Paride, in una valle dell'Ida, tre dee, Era, Afrodite e Atena, le quali volevano un arbitro che giudicasse la loro bellezza."» Smise di tradurre e sollevò la testa. «L'autore si riferisce qui al giudizio di Paride e al pomo della discordia, che la dea Eris gettò sulla tavola imbandita alle nozze di Peleo e Teti, i genitori di Achille. Non l'avevano invitata, perché chi mai inviterebbe la Discordia al proprio matrimonio? E così la dea si vendicò, portando in dono una mela d'oro con la scritta "alla più bella". Le tre dee che si contendevano il titolo decisero di scegliere come arbitro della contesa l'uomo più bello del mondo, cioè Paride, il principe di Troia.» Tornò a tradurre. «"Trionfò Afrodite, aveva incastrato Paride promettendogli le mie grazie, se grazia può definirsi qualcosa che porta sfortuna."» E di nuovo sospese la lettura per spiegare: «Afrodite riuscì a vincere promettendo a Paride l'amore della donna più bella del mondo, mentre le altre dee gli avevano promesso potenza e gloria. Possiamo notare in questo passo che Elena è consapevole che la sua bellezza è fonte di rovina e disgrazia e ne farebbe volentieri a meno...»
STAI LEGGENDO
Gentes
Fiction Historique16 gennaio 27 a.C. Nello stesso giorno in cui Ottaviano viene acclamato dal senato imperatore di Roma e assume il titolo di Augusto, due giovani convolano a nozze. Lei è Vistilia, primogenita della gens Vitellia, arricchitasi grazie alle guerre civ...
