39 a.C.
Quando il tuono rimbombò contro le pareti della sua stanza, Romilia strillò, tappandosi le orecchie.
Era notte fonda. L'ancella che di solito dormiva con lei era malata e sarebbe stata rinchiusa in un'altra stanza fino a quando non fosse guarita. Il suo rimpiazzo aveva il sonno pesante e dormiva beata sul tappeto accanto al letto.
La bimba, tirando su col naso mentre le lacrime le bagnavano le guance, scese dal torus e corse scalza fuori dalla stanza, fino a quella confinante. Aprì lentamente la porta e percorse il pavimento fino al letto. Non c'erano schiavi addormentati, lì. A suo fratello non servivano. Non aveva paura dei temporali, come lei. Non aveva paura di nulla. Era la persona più coraggiosa che Romilia avesse mai conosciuto.
Senza esitare, si arrampicò sul letto, incespicando nella tunica da notte che le impacciava i movimenti, e si infilò sotto le coperte, premendosi contro il corpo caldo di Rabirio.
«Milia...» sbuffò lui, infastidito.
«Temporale» pigolò la sorellina, attaccandosi ancora più strettamente a lui.
Rabirio borbottò qualcosa di incomprensibile, ma si voltò verso di lei e la prese tra le braccia. Romilia nascose il volto contro il suo petto, tremando come una foglia mentre i tuoni là fuori continuavano a scuotere la domus. Sembrava che il vento e l'acquazzone avrebbero potuto sventrare la casa da un momento all'altro. Romilia temeva che un fulmine sarebbe caduto proprio sopra di loro, polverizzandoli in un secondo.
Cominciò a piangere, singhiozzando, mentre il fratello, ora del tutto sveglio, cercava di tranquillizzarla, tenendola stretta e carezzandole i capelli. Poi iniziò a cantare.
Era la vecchia ninnananna che la mamma cantava da quando aveva memoria. Una nenia dolce e lenta che non mancava mai di calmarla e di farla stare meglio.
Romilia si rilassò tra le braccia del fratello, le lacrime smisero di scendere e gli occhi si chiusero dolcemente.
Tempo qualche istante e il temporale fu solo un lontano ricordo.
Idi di febbraio (13 febbraio)
Romilia fissava senza realmente vederlo il corteggiatore che le avevano fatto sedere accanto, la testa piena dei ricordi d'infanzia. Un tuono lontano aveva risvegliato le memorie di quando, da piccola, correva a rifugiarsi tra le braccia di suo fratello. Era terrorizzata dai temporali e solo Rabirio, con la sua dolcezza e la sua comprensione, riusciva a calmarla. Ne aveva paura ancora adesso e, anche se aveva smesso da anni di infilarsi nel letto del fratello, il solo pensiero che lui fosse a un muro di distanza dal suo cubiculum bastava a tranquillizzarla.
«Mi state ascoltando, kyria?»
Romilia sbatté le ciglia, tornando al presente. E in particolare al viso di Marco Tizio, l'uomo che la sua famiglia sembrava aver scelto per lei. Sapeva che era stata Ottavia, la sorella dell'imperatore, a fare il suo nome a sua madre. E sapeva che non poteva mancargli di rispetto in quel modo.
Perciò finse uno sbadiglio, graziosamente coperto dalla mano. «Perdonatemi, mi sono assentata un attimo con la testa. Sono molto stanca. Non sono abituata a banchetti tanto lunghi.»
Marco Tizio si guardò intorno, compiaciuto. «È davvero una festa grandiosa. Sono molto grato alla vostra famiglia per avermi invitato.»
Romilia sorrise, senza però metterci il cuore. Era davvero stanca. Stanca del cibo, della musica, dell'aria viziata e delle instancabili chiacchiere di Marco Tizio. Avrebbe preferito scusarsi e rintanarsi nel suo cubiculum, nascondersi sotto alle coperte e continuare a pescare tra i bei ricordi che aveva di suo fratello.
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Gentes
Ficción histórica16 gennaio 27 a.C. Nello stesso giorno in cui Ottaviano viene acclamato dal senato imperatore di Roma e assume il titolo di Augusto, due giovani convolano a nozze. Lei è Vistilia, primogenita della gens Vitellia, arricchitasi grazie alle guerre civ...
