Myrea Santamaria è una ragazza ambiziosa e intraprendente che lavora da più di un anno come articolista per una casa editrice di nicchia proprio come aveva sempre sognato.Tutto però si sgretola, il giorno in cui il suo capo muore lasciando la redazi...
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Colui che è geloso non è mai geloso di ciò che vede; ciò che immagina è sufficiente. Jacinto Benavente
L'ignoto. Ci sono tanti modi per descriverlo. Ciò che non si conosce e non si ha una precedente esperienza per i vocabolari più in voga, o per quelli con l'anima da poeta, il sentirsi pervasi dal fascino e dal terrore di cui nessuno sa nulla.
Per me, l'ignoto, era la prossima tappa da seguire. Un mondo il quale l'effetto sorpresa era d'obbligo come il mio cazzo fuori dai miei boxer. Di certo, mi piaceva avere l'agenda organizzata e la Mercedes pronta sotto casa, ma l'adrenalina dettata da quel viaggio verso l'imcomsapevolezza oscura era qualcosa che non si poteva bypassare. Soprattutto quando davanti a me si mostrava una donna con gli attributi e un corpo da favola. Myrea non faceva eccezione, anzi, non mancava di stupirmi con la sua intelligenza e il suo corpicino esile avvolto da quel vestitino rosso. La sua gonnellina, leggera e delicata, non lasciava spazio all'immaginazione facendosi trasportare dalla brezza marina in quella gitarella fuori porta tra le onde del mare. La carezza invisibile del vento aiutava quei desideri pulsanti che mi trascinavo da casa mia, evocando come se fosse una preghiera latina dimenticata, il mio cazzo duro sotto quei pantaloni beige indossati per l'occasione. Un momento non scelto a caso e che stava a dimostrare il mio patrimonio senza limiti ma anche la voglia di stupirla ancora una volta. Lei, dopo aver percorso ogni perimetro del motoscafo con curiosità e un velo di ingenuità, si sedette a poppa posando i suoi occhi su una piccola agenda che aveva nella sua micro borsetta iniziando a scrivere qualcosa. Sorrisi stringendo il timone, per poi decelerare con la velocità. Eravamo abbastanza lontani da non essere visti, ma così vicini alla riva per non avere sorprese. Mi avvicinai a lei con passo felino in modo da non essere visto né sentito da lei durante la mia esplorazione dettagliata del suo comportamento. Se ne stava seduta lì, immersa nei suoi pensieri, mentre il vento le accarezzava il capelli con un tocco leggero e ipnotico. Il suono delle onde del mare che si infrangevano su "Vero Amore", sembravano sussurrarle le parole giuste da trascrivere su quella piccola agenda. Mi avvicinai a lei ammirando ogni sua piccola morbida forma sotto quel vestito striminzito, pensando già di averle sotto i miei polpastrelli. Di sentire la sua pelle vellutata su di me durante una sessione di sesso epocale con lei. Di farla gridare neanche fossimo al mercato del pesce mentre mi muovevo e suggiavo tutto tra le sue gambe.
Avevo sottovalutato quanto la ragazzina mi stesse fottendo il cervello, ma io le avrei fottuto il suo bel culetto.
Avanzai verso di lei con la mia solita aria da spaccone mista a quell'ironia che faceva di me. Mi scappò un mezzo sorriso mentre mi sedevo non poco distante da lei.
«Mio caro Diario.» esordii attirando la sua attenzione ma non i suoi occhi che rimasero sul foglio. Solo un leggero sorriso apparve sulle sue labbra dandomi il segnale che aspettavo. «Non avevo mai visto un motoscafo così grosso, come non avevo mai visto un cazzo più grosso di quello di Etienne. Chissà se riuscirò a camminare domani mattina dopo un'altra notte in sua compagnia.»