Il Tuo Dannato Schiavo

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Di solito non amavo il turpiloquio

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Di solito non amavo il turpiloquio.
Era quel genere di linguaggio che cercavo di camuffare, di mascherare sotto frasi composte e parole ben scelte, come bon ton vuole, nelle riunioni, nei galà, e soprattutto, quando c'era da fare la figura della persona civile, composta, con un vocabolario assortito tipo Zanichelli.

Dicevo "accidenti" quando in realtà dentro di me urlavo "ma vaffanculo".Dicevo "mi sembra una proposta poco valida" quando volevo dire "ma che cazzata è questa?" Dicevo "gradirei un bicchiere d'acqua" quando in realtà pensavo "muoviti cazzone, ho una sete assurda"

Insomma, recitavo. Elegantemente, certo. Ma sempre una recita era. Non perché mi piacesse essere un attore di spettacoli musicali, ma perché sapevo che in determinate situazioni bisognava darsi un contegno. Lo diceva anche la mia maestra di dizione: "Le parole sono importanti. Bisogna imparare a dominarle, e non farsi dominare." La signora Adalgisa Ferri, elegante, severa e con un vocabolario da fare invidia a molti madre lingua, parlava come se avesse il dizionario Treccani in gola e uno specchio davanti per controllare ogni espressione.

Una volta, durante una lezione, mi scappò un "e che cazzo!" dopo tre ore passate a ripetere "trentatré trentini entrarono a Trento..." con la bocca secca come il Sahara.
Lei si fermò, mi fissò come se avessi bestemmiato in latino, e mi fece mettere dietro la lavagna. Faccia al muro. Come un criminale infame.

Da allora, ogni volta che mi scappava un "cazzo", sentivo lo sguardo inquisitorio della signora Ferri piantarsi nella nuca, pronto a rimettermi in punizione spirituale.
Che poi diciamolo pure: c'erano momenti in cui una parolaccia detta bene ha più impatto di dieci minuti di discorsi ragionati.
Dire "questa roba è una merda" a volte era più chiaro, più vero e più costruttivo di mille "forse potremmo rivedere la struttura del progetto per migliorarne la struttura.

Ma quello che avevo passato con Myrea per tutta la notte ne voleva molti di più. Più parolacce, più silenzi rotti male, più sguardi storti e mani che non sanno dove mettersi. Perché a letto con lei non era solo sesso. Era una specie di guerra sottovoce, una resa a metà, fatta di corpi che si intrecciano e fiati che si mescolano.

Ogni volta che provavo a stare zitto, che volevo solo restare lì, nel silenzio dopo il respiro spezzato, mi partiva un imprecazione. Non riuscivo a stare zitto. Lei era "troppo" per me. Troppo per poter stare zitto.

E lei lo capiva, cazzo se lo capiva.

Mi guardava da sotto le lenzuola, sudata e stanca, con quegli occhi che sembravano dire: "parla pure, tanto ti sento anche quando non dici niente". E io, invece, continuavo a parlare. A dire cazzate, a scherzare, a infilare una parolaccia ogni tre parole, come se quelle potessero salvarmi da qualcosa. Forse da me stesso, e da quello che era successo in ufficio.

Mi aveva spiazzato. Ancora una volta aveva fatto crollare quel muro di cavitazione che avevo costruito mattone dopo mattone. Non ero riuscito a dirle una bugia. Non ero riuscito ad essere il solito Étienne. Non ero riuscito a mascherare quello che lei mi stava suscitando in quel momento. Quella debolezza che aveva il suo nome e i suoi occhi.

Otto Secondi La tua prossima ossessione. Scoprilo ora