L'alchimia Dell'Impossibile

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Da quando Étienne era tornato in ufficio, non c'era stato giorno in cui aveva provato a mettermi in difficoltà

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Da quando Étienne era tornato in ufficio, non c'era stato giorno in cui aveva provato a mettermi in difficoltà. Lo faceva con sottigliezza, ma mai abbastanza da passare inosservato. Anzi, lo faceva proprio apposta. Bastava una frase detta a metà in riunione, una domanda trabocchetto rivolta a me davanti a tutti, oppure quel suo modo di correggermi con un tono pacato ma carico di condiscendenza, come se fosse l'unico detentore del buon senso. Non riusciva a trattenersi, e forse nemmeno voleva. Ogni occasione era buona per ricordarmi che il potere ce l'aveva lui, che in quella stanza, il terreno era il suo, come tutto il resto. Ma quel giorno, qualcosa in me si era spezzato.

Quel giorno mi tornava in mente come una mosca che ti ronza intorno. Ricordavo ancora il silenzio improvviso dentro al suo ufficio dopo lo schiaffo. Un colpo netto, improvviso, come uno schiocco che ha fermato l'aria come tutto il resto. Non me ne ero nemmeno resa conto, l'avevo fatto d'istinto. Poi, guardandolo dritto negli occhi, avevo capito che ne era rimasto colpito pure lui. Non solo per la forza che ci avevo messo, ma anche per il coraggioso gesto.

Eppure lo guardavo.
Lo guardavo come si fa con un dolce dietro ad una vetrina, sapendo quando può fare ingrassare. Lo guardavo come se fosse l'ultimo gioiello di Tiffany, quello che non mi potrò mai permettere. Lo guardavo immaginando la sua lingua dentro la mia bocca, il suo respiro contro il mio e le sue mani che scivolano all'interno del mio vestito blu in chiffon.

E mi odiavo.
Mi odiavo perché malgrado tutto: lo schiaffo, le parole taglienti, le rose, i pedinamenti e Julien, non riuscivo a togliermelo dalla testa.

Bastava solo la sua presenza a far vacillare tutto. Anche solo uno sguardo. Uno solo. E tornavo al punto di partenza.

Étienne era appoggiato alla scrivania di Lorenzo con la solita disinvoltura che lo rendeva, mio malgrado, magnetico. Con una mano reggeva il peso del suo corpo, l'altra indicava un punto preciso su un foglio pieno di note, cifre, grafici. Parlava a bassa voce, il tono fermo, quasi gentile, ma pieno di quella sicurezza che metteva tutti in suggestione.

Lorenzo annuiva, prendeva appunti in fretta, come se avesse paura di perdere il filo. Étienne non lo guardava. I suoi occhi, scuri e concentrati, erano fissi sul documento, come se lì ci fossero solo loro. Aveva quella calma che irritava: la calma di chi sa sempre dove sta andando, e di chi, non ha bisogno di alzare la voce per imporsi.

Il suo corpo, avvolto da una camicia blu scuro e da un paio di pantaloni beige con cintura marrone, sembrava essere scolpito sul marmo. La camicia aderiva perfettamente al suo torace dandomi un anteprima del suo corpo perfetto attraverso la giugulare e il suo tatuaggio. Le maniche, arrotolate con precisione, lasciavano intravedere i suoi avambracci tesi insieme a quelle vene quasi oscene.

Forse troppo per non bagnarsi sul posto.

Poi, una ciocca di capelli ricadde sul suo occhio sinistro, senza farlo scomporre, ma creando qualcosa di paradisiaco ai miei occhi. Non cercò neanche di spostarla. Continuò con il suo lavoro mentre la mia mente non poteva immaginare niente di più attraente.

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