Myrea Santamaria è una ragazza ambiziosa e intraprendente che lavora da più di un anno come articolista per una casa editrice di nicchia proprio come aveva sempre sognato.Tutto però si sgretola, il giorno in cui il suo capo muore lasciando la redazi...
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Adoravo gli ossimori. Erano la mia contraddizione preferita. Niente mi dava piu soddisfazione di vedere due parole che non si sopportano costrette a stare nella stessa frase, come due persone che si odiano e che fingono di essere "buoni amici" a una cena di gruppo o al lavoro. L'ossimoro era l'equivalente linguistico del sorriso falso: lucido e inquietante, educato e vendicativo.
C'è una poesia nel far coesistere concetti che dovrebbero scannarsi a vicenda. Prendiamo ad esempio "silenzio assordante" quale genio l'ha coniata? Un poeta? Un bugiardo? O solo qualcuno che ha avuto la sfortuna di ascoltare il silenzio di qualcuno che ti odia con eleganza? È il paradosso perfetto: non c'è suono, ma ti rompi i coglioni lo stesso.
L'ossimoro è il modo più sofisticato che la lingua italiana ha trovato per dire la verità senza mai davvero dirla. È come dire, "rapporto stabile" o "buon lunedì". Una presa in giro, certo, ma con stile. Ovviamente, non è roba da salotto o da aperitivo pomeridiano: vive con te, anche sotto la doccia, mentre l'acqua scende e tu cerchi di scacciare i pensieri fastidiosi facendomi una sega. Tipo il bacio senza ossigeno ma con erezione con Myrea. Un momento che era stato, ed è ancora, un ossimoro perfetto dentro la mia testa.
Una lucida follia.
Un qualcosa di inspiegabile che mi aveva portato dritto ad averla tra le mie braccia. Nei giorni che precedettero quel momento, la voglia che avevo di Myrea era una specie di presenza silenziosa dentro di me, un'ombra che mi seguiva ovunque. Non era solo desiderio carnale, quello, alla fine, era la parte più semplice da spiegare. Ma più una fame complessa, una sete di qualcosa che non sapevo nemmeno definire con precisione.
Volevo averla tra le braccia, e non solo per stringerla o per sfogare quella tensione sessuale accumulata, ma per sentire quanto cercava di resistermi. Il suo corpo tremava dentro il mio, a ritmo, innescando dentro la mia mente i pensieri più peccaminosi. Immaginarla totalmente mia e in balia del mio corpo mi faceva impazzire. Desideravo sentire i suoi lamenti. Desideravo vederla ansimare il mio nome. Desideravo vederla esplodere di piacere mentre mi trovavo dentro di lei. Volevo sentire il suo respiro farsi corto, affannoso, come se ogni mia carezza fosse una tempesta che la scuoteva dall'interno. Volevo guardarla negli occhi e vedere il riflesso di quella stessa follia che sentivo ribollire dentro di me, la stessa fame insaziabile che nessuna parola poteva domare.
Volevo possederla, certo, ma con il suo pieno consenso. Volevo farla tremare di piacere, farla perdere la testa e lasciare che fosse lei a chiedere, a supplicare, a implorare.
Il tutto però senza spettatori non richiesti. Senza la signora Gori e le sue pretese assurde. La cara signora, nonostante avessi ribadito più volte che non ci sarebbe più stato nessun atto sessuale tra di noi, continuava ad insinuarsi peggio di una cimice.
Doveva essere richiamata.
«Letizia cara, credevo di averti spiegato, in un italiano impeccabile, che la nostra collaborazione sessuale era da ritenersi finita. E non come la fine della marmellata dentro il frigo che poi ricompri per te e per quel tenerone di tuo marito.»