L'arte Del Perdono

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Non tutti i nemici meritano la vendetta

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Non tutti i nemici meritano la vendetta.
Alcuni meritano qualcosa di peggiore: l'oblio, l'indifferenza, o peggio ancora... il perdono. Ma attenzione, non parlo del classico perdono, quello con sincero pentimento e pieno di abbracci. Parlo del perdono dato con un sorriso misurato e con la disinvoltura di chi sa di aver vinto senza combattere. Un perdono che disarma, che confonde, che priva l'avversario perfino del conforto dell'odio reciproco. È un arma silenziosa e affilata come un bisturi.

Oscar Wilde diceva: Bisogna sempre perdonare i propri nemici. Niente li infastidisce di più.
E aveva la mia più totale approvazione.

Perché questo perdono non è bontà.
É un'arte. E come tutte le arti raffinate, richiede esercizio, freddezza e un certo gusto per le dinamiche sottili del potere. Il nemico perdonato, in questo modo, non è più temuto ma ignorato.

Così nasce l'arte del perdono strategico:
una mossa finale che non concede redenzione, ma toglie importanza.
Che non salva, ma dissolve.

E quella sera, tra un Quenelles lionesi e una Côtelettes d'agneau, avevo fregato per l'ennesima volta quell'arrapato di Durant. Era seduto davanti a me mentre entrambi fingevamo di non sapere chi stesse perdendo. Lui con la sua solita aria di sfida e io con la pazienza calcolata di chi sa già come finirà il gioco. Una serata al limite dell'assurdo ma con una bella donna a portata di mano. La serata finì con la felicità di Durant agevolata dal Dom Pérignon a tavola e da Clémence tra le lenzuola di un hotel di lusso pagato dal sottoscritto. L'accordo con i francesi non era saltato, ed ero anche riuscito a convincerlo a investire sulla mia casa editrice, tramite un sostanzioso bonifico bancario. Un'alleanza pattuita tra la sua voglia di scopare e il mio gusto per le belle donne. Tutti eravamo contenti: io avevo avuto quello per la quale mi ero recato a Montecarlo con Myrea e lui aveva avuto la sua eiaculazione precoce con quella ragazza dai capelli rosso fuoco. Anch'io avevo passato la serata tra le gambe di una donna. Una donna che era servita solo allo scopo di non impazzire dopo giorni di astinenza. Il sesso con lei fu noioso e privo di coinvolgimento. Come se stessi lavando i denti o guardando il telegiornale della sera. Un esercizio necessario a tenere a bada il testosterone e placare la mia voglia di controllo.

Il desiderio non c'entrava. La conquista nemmeno. Era solo uno sfogo carnale con una donna qualsiasi mentre il mio ego ne voleva solo una: Myrea.

Volevo lei sotto di me.

Non in modo romantico, che sia chiaro. Ma più una forma brutale di appartenenza.

Quella notte, mentre la donna di turno gemeva con foga teatrale sotto i miei colpi, mi ritrovai a pensare alla piccola Candy Candy e al mio aitante fratellone. A come avevano stretto amicizia e a come il mio premuroso fratellino voleva entrare tra le sue gambe. Un compito arduo se sensibilizzi l'oggetto dei tuoi desideri con rose rosse e la mia guardia del corpo che la segue a vista. Un compito quasi patetico, se vogliamo essere sinceri, ma che serviva allo scopo finale:creare confusione dentro di lei.

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