Dove Finiscono Le Parole

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Non si può fingere per sempre che un sentimento non esista

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Non si può fingere per sempre che un sentimento non esista. Si può provare a metterlo da parte, distrarsi, razionalizzare... ma lui resta lì, anche se in silenzio. Alcuni sentimenti hanno radici profonde: più cerchi di ignorarli, più si fanno sentire nei momenti inaspettati.

Si dice che a volte dargli un nome è il primo passo per capirlo, ma quello che provavo per Étienne era indecifrabile.

Come ogni cosa che lo riguardava.

Non serviva che si presentasse. La mia mente aveva già colmato quel vuoto, come fa sempre quando si trattava di lui.
Un attimo di silenzio ancora. Poi il suo respiro breve ma con quel sottile suono che lo contraddistingueva.

Come se fosse del tutto normale chiamare nel cuore della notte. Come se le sue azioni non dovessero rendersi conto di niente.

Quello era Étienne.

La chiamata era arrivata alle dodici e nove minuti della notte.

Non era normale, non da lui. Étienne era sempre stato misurato, quasi ossessivamente rispettoso del bon ton. Il numero anonimo sullo schermo mi aveva sorpresa piacevolmente.
Avevo esitato qualche secondo prima di rispondere. Il cuore mi batteva forte, e non solo per l'ora insolita. Avevo riconosciuto quel senso di sospensione che mi colpiva ogni volta che c'era di mezzo lui.

Non servivano parole, non davvero. Bastava il suono della sua voce, appena accennata. Il ritmo del suo respiro, interrotto da pause che conoscevo fin troppo bene. Quelle esitazioni che dicevano molto più di qualunque discorso.

Quando riagganciai, non guardai nemmeno il telefono. Rimase lì, sul letto, lo schermo ancora acceso per qualche secondo, come se si aspettasse un ripensamento. Come se anche lui, l'oggetto, avesse assorbito qualcosa di quella presenza improvvisa e ormai lontana.

Mi alzai lentamente, cercando di ritrovare una stabilità che, in fondo, sapevo di non avere mai del tutto riconquistato.

Étienne aveva questa capacità: apparire all'improvviso, e mandare a puttane qualsiasi mio pensiro. Era una presenza costante, come il sottofondo di un sogno che si ripete e che non riesci a raccontare del tutto, ma che ti lascia addosso la sensazione che qualcosa sia rimasto incompiuto. Una porta socchiusa. Una domanda a metà.

Feci qualche passo nella stanza buia, guidata più dall'istinto che dalla voglia di fare davvero qualcosa. Mi spostai verso il salotto e mi sedetti sul divano e rimasi lì, le mani intrecciate sulle ginocchia. Il battito rallentava, ma non tornava mai del tutto regolare.

Non era la prima volta che succedeva.  Ma era stato diverso. Il tempismo, l'ora, quel tono. Come se qualcosa, anche se impercettibilmente, avesse cambiato forma. E io, che avevo passato mesi a convincermi che fosse differente, mi ritrovai di nuovo in bilico.

Fuori, la città continuò a respirare come se nulla fosse. Ma dentro di me, durante quella notte, era tornato a muoversi senza controllo.

«C'è qualcosa che non torna qui.»

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